Padova, 15 marzo 2022. Identità europea e globalizzazione, dialogo ecumenico e interreligioso, fratellanza universale e società pacifiche e inclusive, responsabilità e confini, teologia del dialogo: sono i temi principali toccati dal card. Miguel Ángel Ayuso Guixot nella prolusione al Dies academicus della Facoltà teologica del Triveneto.
La visita prevista del cardinale Ayuso, comboniano, coincideva con il centesimo anniversario della presenza dei Comboniani nelle terre venete

Si è svolta quest’anno in un contesto del tutto particolare l’inaugurazione dell’anno accademico 2021/22 della Facoltà teologica del Triveneto. Mentre alle porte dell’Europa è in corso la guerra fra Russia e Ucraina, nell’aula magna della Facoltà è stata letta (dal segretario generale della Facoltà, don Gaudenzio Zambon) la prolusione del card. Miguel Ángel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, sul tema delle religioni a servizio della fraternità universale. Il Cardinale, che per sopraggiunti motivi personali non ha potuto essere presente, ha così esordito nel suo testo: «Vi confesso che mai mi sarei immaginato di dover parlare di fratellanza in un contesto di guerra. A maggior ragione ritengo ancor di più necessario che, attraverso il dialogo che costruisce la fraternità, si risponda all’appello di papa Francesco ad essere tutti “artigiani di pace”, perché la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male (Fratelli tutti, 261)».

Nella riflessione, dal titolo Religioni e fratellanza in Europa, oggi. L’esortazione dell’enciclica Fratelli tutti” il card. Ayuso ha affermato che la fraternità costituisce, al tempo stesso, il metodo e l’obiettivo da perseguire nella costruzione di società pacifiche e inclusive. Essa è anche «la manifestazione di atti concreti, per l’integrazione tra diversi e tra Paesi ed è l’affermazione che il dialogo, quando è perseverante e coraggioso, non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo renderci conto».
«L’uomo – ha spiegato – condivide con i suoi fratelli non solo una comune origine e discendenza, ma anche un destino comune, quello di creature fragili e vulnerabili nella salute e nella sorte, come il periodo storico che stiamo vivendo ci ha mostrato con evidenza. Non si può restare indifferenti, siamo esortati alla speranza e alla responsabilità, sulla base della parabola del buon samaritano, paradigma della necessità di una cultura della cura l’uno per l’altro, e non dell’indifferenza».
I confini esistono, ma non possono diventare muri né disegnare il futuro. «I credenti li superano con lo sguardo del cuore e con la parola del dialogo. In assenza di visioni larghe, c’è una ripresa di prospettive nazionali antagoniste o nazionaliste di fronte a una globalizzazione che appare minacciosa».
Le religioni lo insegnano da millenni: l’umanità, le persone, i popoli, hanno tutti un comune destino. «C’è bisogno non di meno Europa bensì di più Europa: solo un’Europa più unita e solidale può affrontare le sfide della globalizzazione». Un’Europa più forte non aiuta solo gli europei: è una grande spinta anche per sviluppare la globalizzazione della solidarietà di cui parla papa Francesco: «Si tratta di una grande impresa in cui il ruolo delle religioni e delle chiese è fondamentale, per il bene dei popoli europei e del mondo intero, per contrastare i nazionalismi e per costruire la pace».
Il card. Ayuso ha affermato: «Quando si crede che ogni persona umana abbia ricevuto dal Creatore una dignità unica; quando si crede che ogni persona umana sia soggetta a diritti e a libertà inalienabili; quando si crede che servire il prossimo, cioè la persona che non abbiamo scelto, sia crescere in umanità; quando si crede che la Terra e le sue risorse siano affidate alla gestione degli uomini perché le conservino e le facciano fruttificare per servire il bene comune; allora sì, si può capire l’importanza della collaborazione tra i credenti in vista del bene comune perché, in realtà, tutte le religioni professano queste fondamentali convinzioni».
Infine, il cardinale ha sottolineato come la necessità di una educazione più sistematica al dialogo vada inquadrata in una più generale necessità di ripensamento della formazione teologica come esige una realtà di “chiesa in uscita”. «C’è un assoluto bisogno di persone che siano preparate e formate per essere in grado di vivere e di operare da cristiani in un mondo globalizzato e segnato dalla pluralità delle culture e delle religioni», ha affermato. «La teologia del dialogo interreligioso, disciplina ben radicata nella parola biblica, fortemente interdisciplinare ma ancora giovane nell’ottica della chiesa cattolica, è chiamata a ripensare il proprio paradigma alla luce delle attuali, rapidissime trasformazioni antropologiche, sociali e culturali. Del resto – ha concluso – siamo ben consapevoli, come continua a ripetere papa Francesco, che siamo nel mezzo di un cambiamento d’epoca e non semplicemente in un’epoca di cambiamento».
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La prolusione è stata preceduta dal saluto di mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova e vice gran cancelliere della Facoltà, che ha sottolineato: «Il dramma della guerra, che dopo la ex-Jugoslavia ancora avviene vicino a casa e coinvolge famiglie spesso legate a noi, ha scosso il mondo. Un mondo ancora provato a motivo della pandemia, delle attraversate dei deserti, del Mediterraneo, delle rotte balcaniche, segnando profondamente non solo la società civile ma anche la vita delle nostre comunità cristiane. Le chiese sono chiamate a comprendere in profondità, grazie anche alla teologia, le trasformazioni spirituali e culturali, già in atto da anni, ma accelerate dalla situazione di pandemia»

Mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia e gran cancelliere, riferendosi alla situazione di guerra attuale, ha ricordato «Fraternità, comunità e corresponsabilità sono un trinomio fondamentale per la dottrina sociale della chiesa e rimandano alla centralità della persona come, anche, alla solidarietà, alla sussidiarietà e al bene comune». Come Facoltà di teologia, ha concluso, «alla luce del Vangelo e in ascolto degli uomini e delle donne del nostro tempo, l’invito è crescere nel dare sempre più spessore culturale alle questioni riguardanti la fraternità, la comunità e la corresponsabilità. Non si improvvisa la pastorale della cultura, ha bisogno di studio, di tempo e di applicazione.
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Il prof. Carlo Pellegrino, prorettore all’edilizia dell’Università di Padova, ha portato un indirizzo di saluto in occasione degli 800 anni dell’Università di Padova.

Il preside, prof. Andrea Toniolo, ha proposto la relazione annuale sulla vita della Facoltà, che nell’anno accademico in corso conta 1654 studenti e studentesse tra la sede di Padova e i 12 Istituti collegati nel Triveneto (7 Istituti superiori di Scienze religiose e 5 Istituti teologici affiliati – questi ultimi riservati alla formazione dei seminaristi). Fra gli studenti, 1295 sono laici e laiche; 136 sono seminaristi, 77 presbiteri, 146 religiosi/e. Nell’anno accademico scorso e fino a febbraio di quest’anno la Facoltà, nel complesso, ha conferito 93 gradi accademici in teologia (72 baccalaureati, 15 licenze, 6 dottorati) e 229 gradi accademici in scienze religiose (111 lauree e 118 lauree magistrali).
«La guerra in Ucraina, che coinvolge anche tre chiese diverse, – ha affermato il preside – è un banco di prova della credibilità del cristianesimo e della sua effettiva valenza per il dialogo e l’incontro tra i popoli». Senza la fede e la sua mediazione culturale, «la società perderebbe una dimensione importante, ovvero la capacità di guardare l’intero, e la stessa fede cadrebbe nei vicoli dell’irrazionalità o della strumentalizzazione violenta. Gli scenari attuali lo attestano».
La ricorrenza degli 800 anni dell’Università di Padova, ha ricordato Toniolo, «è occasione propizia per riflettere sul valore della ricerca teologica in dialogo con il mondo universitario laico (la Facoltà ha convenzioni e collaborazioni con l’Università di Padova e, mediante i suoi Istituti, con altre università del Nord-Est; la rivista, Studia patavina, è nata dalla collaborazione con l’Università). Il sapere serio della fede si costruisce inter-agendo con gli altri saperi accademici, in modo da superare il rischio del ripiegamento e dell’autoreferenzialità». Rilevanza culturale ed ecclesiale, ricerca e terza missione (le interazioni costruite con il mondo esterno, con la società civile, economica, con altri paesi e continenti mediante collaborazioni, progetti, scambi di docenti e studenti) rappresentano – ha concluso il preside – le quattro prospettive di sviluppo della Facoltà.
[leggi la relazione del preside]

Al termine, è intervenuto Diego Padovan, rappresentante di istituto, che ha portato la voce degli studenti, mettendo innanzitutto in evidenza come la preparazione offerta in Facoltà «permetta di essere figure incisive e di riferimento per la società di oggi»; ha poi riportato opinioni e preoccupazioni degli studenti in merito all’obbligo di frequenza delle lezioni, al cambiamento dell’esame di baccalaureato, al nuovo orario che si prospetta per il prossimo anno accademico, all’orientamento in uscita che chiama in causa gli studenti come i più credibili “testimonial” della Facoltà per avvicinare l’istituzione alle realtà giovanili.
[leggi l’intervento del rappresentante di istituto]

Il Dies academicus si è concluso con un canto eseguito dal gruppo Leviti, composto da studentesse e studenti della Facoltà.

Paola Zampieri