Padre Luigi Consonni

Commento alle letture:  II DOMENICA DI QUARESIMA -C-
(13/03/2022)

Prima lettura (Gen 15,5-12.17-18)
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».

Abramo, con la moglie sterile, è in cammino verso la meta sconosciuta che Dio dicherà al momento opportuno. È motivato dalla promessa di Dio e sostenuto dalla fede in Lui riguardo alla sua discendenza, che sarà numerosa come il numero delle stelle del cielo e la quantità di grani di sabbia nella spiaggia del mare. Tuttavia, dopo molto tempo, non ha risposta da parte di Dio riguardo alla nascita del figlio – inizio della discendenza – e “Dio condusse fuori dalla tenda Abramo”, per rassicurarlo riguardo alla promessa.
Dio disse ad Abramo: “Guarda in cielo e conta le stelle, e se riesci a contarle”; ma come contare nel deserto le miriadi di stelle del firmamento completamente limpido? Posto Abramo davanti all’impossibilità, Dio aggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”. Così rinnova la promessa, senza specificare il quando, il luogo e la circostanza del compimento.
Abramo “credette al Signore (…)”. Si tratta di fiducia piena, senza sentimento di delusione, frustrazione, ansia o preoccupazione – tipico quando l’attesa va oltre il limite ritenuto accettabile – e rinnova la sua fede. Dio conosce il cuore, i pensieri, le considerazioni e riflessioni che animano la coscienza e il mondo interiore di Abramo e percepisce l’autenticità della fiducia.
Ritenuto da Dio sincero e attendibile, lo “accreditò come giustizia”. È giusto perseverare nella fiducia; essa manifesta la corretta disposizione nei suoi riguardi di Dio e di sé stesso: due piani diversi – Dio e l’uomo – in comunione simbiotica.
Con il rinnovo della promessa della discendenza, Dio aggiunge che darà “in possesso questa terra”. La discendenza e la terra costituiscono la totalità dell’orizzonte di vita e del desiderio di realizzazione piena. È immediata risposta di Abramo: “Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”.
Dio assicura il compimento della promessa. Quando ormai è buio fitto, Egli stesso passa come fuoco in mezzo agli animali squartati e divisi. Nella cultura di allora è il modo di stipulare un’alleanza invocando su di sé, in caso d’inadempienza, la stessa sorte degli animali squartati.
Da notare l’importante dettaglio che è soltanto Dio a passare fra gli animali squartati, anche se Abramo acconsente a preparali. Impressiona il fatto che, in un patto fra disuguali, solo la parte più forte assume radicalmente, e senza riserve, la responsabilità.
Il Signore s’impegna unilateralmente. Ciò costituisce un segno di somma volontà ed è espressione di un amore incondizionato, totalmente gratuito e disinteressato, nel senso di non avere altre finalità che compiere ciò che darà gioia e vita piena ad Abramo e alla sua discendenza.
Nell’alleanza, Abramo ha un ruolo prevalentemente passivo: “un torpore cadde su Abramo, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono”. L’iniziativa del Signore conduce allo svolgimento e al rinnovo dell’Alleanza, mentre Abramo è come in caduta libera, avvolto nel tremendo e sconcertante mistero di Dio e totalmente in balia di esso.
Gli vengono meno le forze e le condizioni per reagire, stando in un’oscurità che rende assolutamente impossibile alcun tentativo di modificare la situazione. È comprensibile lo stato di terrore per l’oscurità che lo assale; probabilmente si sente come perso e avvolto nel vortice dello sgomento e dell’impotenza, da cui non può uscire.
Ma non è un’esperienza distruttiva, al contrario. Paradossalmente, Abramo percepisce nello stesso tempo la presenza, l’impegno amoroso e rassicurante di Dio nei suoi confronti e la certezza che la promessa non è vana e inconsistente, ma sicura e solida come lo è l’impegno e la fedeltà che Dio ora manifesta.
Nell’attualità, l’esperienza di Abramo è paradigma per ogni persona che crede nella promessa del Signore riguardo all’avvento del Regno. Abramo è il modello di fede solida e determinata. Pertanto ogni esperienza della presenza di Dio – che rinnova l’alleanza nel rendere più profonda la vocazione e la comunione con Lui – passa per quel torpore, terrore e grande oscurità.
La giustizia di Abramo, che Dio gli riconosce, lo porta sulla soglia del mistero di Dio: esperienza di maggiore comunione e coinvolgimento intenso della sua vita con il Signore. È imprescindibile, per il credente, rimanere saldo nel Signore, come esorta Paolo nella seconda lettura.

 

Seconda lettura (Fil 3,17-4,1)
Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza, infatti, è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Paolo esorta i membri della comunità a rimanere saldi nel Signore perché “La nostra cittadinanza, infatti, è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” che, risuscitato dai morti, siede alla destra del Padre nei cieli. Pertanto, i cristiani, per la fede stanno in Cristo e possono tranquillamente affermare che il Padre in Cristo “ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli” (Ef 2,6). Tra parentesi, vale specificare che con il termine “cieli” non si indica alcuna realtà astronomica – lo spazio sopra la terra – ma l’ambito del divino, l’ambito della dimora di Dio che include, per la fede, la persona stessa; insomma, i “cieli” sono lo spazio dove Dio è presente.
Da questo punto di vista c’è un legame stretto e inscindibile tra il presente e il futuro: quest’ultimo partecipa del presente ed esercita su di esso l’attrazione, come la calamita con la limatura di ferro. Più ancora, il dono offerto da Cristo – il suo amore, effetto della sua morte e risurrezione – fa sì che Dio veda ogni persona redenta, riscattata e rigenerata, come rinata e in piena comunione con Lui.
Per la fede, il volere di Dio fa sorgere nell’intimo della persona l’effetto del dono offerto da Cristo, pur constatando in essa limiti e deficienze radicate nel suo animo. Tuttavia, l’attività della fede, ovvero il dinamismo per l’accoglienza del dono, coinvolge nella causa dell’avvento del Regno per l’azione dello Spirito Santo. Gradualmente la dinamica convince la persona di essere accettata e amata da Dio come ella è, non per meriti acquisiti, ma per l’efficacia del Suo amore gratuito.
Nella misura in cui ciò prende sempre più consistenza e solidità, emerge la trasformazione di comportamenti che la persona riteneva impossibile modificare, vincere o superare. Questo perché la fede cresce con la percezione della persistenza e della grandezza dell’amore con cui la persona stessa è amata e coinvolta nell’intimità divina, nel cielo.
L’intensità dell’amore con cui è amata è motivo e forza per adeguare, con successo, il proprio comportamento ai valori e allo stile di vita di Gesù. Amante e amato si uniscono nell’amore, nell’attenzione e affinità di comportamento, pur nella specificità e diversità dei due. A questo punto il male è vinto e il peccato distrutto.
L’evento e il processo sono realtà inesauribili a causa del “nostro misero corpo”. Essi non riguardano solo il presente ma anche il destino – ciò che uno è – alla fine del tempo della propria vita, con la venuta del Risorto. L’evento finale “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”.
Da questa realtà deriva l’esortazione fatta con tutto cuore: “rimanete in questo modo saldi nel Signore”, ossia nell’amore con il quale Egli ama e continua ad amare. Solo tale permanenza giustifica e motiva il “fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi”.
Paolo, con la sua vita, è esempio di fede, di determinazione, di coraggio e fermezza, nonostante i difetti, le prove, le difficoltà del vivere giornaliero, le insidie del male e del peccato che non cessano di esercitare la loro forza e seduzione, tanto da prevalere in alcune circostanze, come l’apostolo racconta di sé stesso in Rm 7,14 -25.
Quello che sconcerta e preoccupa Paolo – “con le lacrime agli occhi” riguardo alla comunità – è che molti “si comportano come nemici della croce di Cristo”, nel senso che non solo non credono nell’effetto redentore e rigeneratore dell’amore tenace per la causa dell’avvento del regno, ma la ritengono una pazzia, una credenza contraria al buon senso, alle attese comuni consolidate dalla tradizione e, pertanto, da non prendere in seria considerazione.
La conseguenza è il loro vantarsi “di ciò di cui dovrebbero vergognarsi” e, per di più, “non pensano che alle cose della terra”. Tale atteggiamento costituisce, da un lato, la loro perdizione e, dall’altro, il perseguire in una condotta di vita totalmente contraria alla comunione fraterna e alla solidarietà umana.
Gesù stesso sarà continuamente tentato di abbandonare il cammino della croce. Il vangelo presenta un momento qualificante della sua lotta.

 

Vangelo (Lc 9,28b-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Perché Gesù “salì sul monte a pregare” non è raccontato. Il fatto di chiamare con sé “Pietro, Giovanni e Giacomo”, gli stessi tre che lo accompagneranno il Giovedì Santo, dopo l’ultima cena, nell’orto degli ulivi, fa pensare che sta attraversando un momento di forte crisi. È probabile, giacché l’azione e la predicazione stavano suscitando sconcerto e perplessità in molti. Avendo messo come tra parentesi la sua condizione divina (Fil 2, 6-7) per assumere pienamente la nostra condizione umana, si sarà chiesto: sto procedendo in modo corretto? E cerca la risposta nella sintonia diretta con il Padre, nello Spirito Santo.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. Che reazione abbia avuto Gesù riguardo alla singolare trasformazione non è detto, ma il fatto è registrato dall’evangelista. Neanche manifesta sorpresa per avere accanto a sé “Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”.
L’ambientazione è quella della gloria, della manifestazione del divino nell’umano, per cui la realtà umana di Gesù – la sua storia, il cammino, e gli eventi del passato e nel presente – acquista rilevanza e qualità sorprendente.
Mosè ed Elia rappresentano la Legge e la Profezia, i due capisaldi della storia d’Israele e la conversazione di Gesù con loro è rivolta al futuro, all’avvento del regno e al ruolo del Messia. Sintonizzano con il futuro di Dio per lasciarsi portare da esso nella certezza che, nonostante quel che prevedono succederà in Gerusalemme, Dio stesso porterà a compimento il suo piano e realizzerà la promessa.
Singolare, sorprendente e sconcertate è il binomio gloria e morte, due realtà opposte una dall’altra ed auto-escludenti. È la forza e il potere dell’amore che soggiace nella realtà e unisce gli opposti. Questo perché l’amore – l’azione e la predicazione – trova nella presenza dello Spirito, in forma di nube, e nella voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!” – il sigillo dell’autenticità.
Se Gesù avesse avuto dei dubbi sul modo e sul contenuto della sua attività pastorale, conversando con Mosè ed Elia “del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” tutto sarebbe definitivamente chiarito, inclusa la drammaticità degli eventi futuri e la realizzazione nella gloria.
La gloria, lo splendore di Dio, si concreta in Gesù nella consegna di sé stesso, nel mantenersi fermo e determinato nella missione che ha assunto, perché la verità del cammino di Dio, in ordine alla salvezza, risiede nell’amore per la causa del Regno. L’amore è così intenso e profondo da sostenere la volontà di affrontare ogni tenace e irriducibile avversità, dovuta all’errata idea di Dio e alla distorta interpretazione della Legge da parte delle autorità religiose.
Il giorno dopo la discesa dal monte della trasfigurazione, l’evangelista annota che Gesù “prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51), ben sapendo cosa ciò comporti.
È stridente il contrasto con l’atteggiamento degli apostoli. Solo dopo la risurrezione e l’invio dello Spirito Santo capiranno la portata e il significato dell’evento: un’esperienza indimenticabile, al punto che i quattro vangeli e lo stesso Pietro, nella sua lettera, la riportano, ma nel momento in cui accade essi sono totalmente fuori sintonia.
Se Gesù avesse accolto la richiesta di Pietro – “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne una per te, una per Mosè e una per Elia” – e fatto le tre tende, avrebbe fallito la missione. Inconsapevolmente, Pietro svolge il ruolo di Satana – del tentatore -, perché affascinato e attratto dalla caratteristica dell’evento.
Rivelatore di questo aspetto è il fatto che Pietro pone al centro della triade la persona di Mosè e non quella di Gesù. Secondo l’iconografia cristiana il personaggio più importante è quello centrale e, per Pietro, il centro è Mosè, non Gesù. Non ha capito che l’epoca di Mosè è terminata e, con Gesù, inizia la novità radicale dell’avvento del regno. Perciò l’evangelista specifica che Pietro “non sapeva quello che diceva”.
La sua richiesta avrebbe scisso la risurrezione dalla croce, portando al fallimento la missione, nel senso che non ci sarebbe stata risurrezione. Perché la croce, paradossalmente, è il documento di possesso della risurrezione, non tanto per la sofferenza, la consegna e la morte, quanto per la radicalità dell’amore che non si ferma davanti a nulla, nemmeno davanti alla croce. L’amore che sostiene e motiva la consegna è lo stesso che risuscita.
È necessario fare chiarezza sull’evento croce-risurrezione riguardo allo scollamento delle due realtà, per la quale la risurrezione è separata dall’evento della croce. La prima, nel migliore dei casi, è identificata con la sopravvivenza dell’anima, senza aver nulla a che vedere con il corpo, mentre la croce è considerata come l’evento che riguarda solo Gesù, per il ruolo che, come Dio, svolge e per il quale è entrato nel mondo.
Di conseguenza c’è gratitudine a Gesù, ma la risurrezione riguarda la Sua persona, lasciando in una zona di oscurità quella propria di ogni credente. Quante volte si sente dire: “nessuno è tornato dall’altro mondo per dire cosa c’è”, pur non contraddicendo che Gesù è risorto e nel ritenere che è un evento che riguarda Lui, perché figlio di Dio; ma “altra cosa” è la nostra morte.
Pertanto, la croce (in altri termini, l’Amore senza fine che conduce alla consegna di sé stessi) occupa un posto di secondo piano nella vita cristiana mentre, in realtà, al contrario, per ogni credente è il sigillo della risurrezione.
Un altro aspetto da evitare è il fare della risurrezione un super-miracolo, a cui è impossibile non credere e, così, piegare a tutti i costi le reticenze. Se questa fosse l’intenzione di Dio, avrebbe fatto scendere dalla croce il Figlio e Gesù sarebbe apparso a Caifa, Pilato e ai tenaci oppositori.
Appena la voce cessò, restò solo Gesù”. Ora lui sintetizza Mosè ed Elia, ma andrà anche avanti, nella solitudine, fino a quella, vissuta in modo estremo, della croce. Impressionante è il crescendo di solitudine nel servizio pastorale dopo un primo successo iniziale – quando moltiplicò i pani e compì i primi miracoli -. Poi la forbice si allargò sempre più, fino a dire: “Padre perché mi hai abbandonato?”.
Anche gli apostoli tacquero, non colsero il senso dell’evento; anzi, probabilmente, rimasero sconcertati da Gesù, che non accolse la richiesta di Pietro. Tuttavia, continuarono a camminare con Lui.
La loro perseveranza sarà premiata e l’indecifrabile, l’incomprensibile, diverrà un’esperienza indimenticabile.