Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: 1° Quaresima  – C –
(6/3/2022)

Prima lettura (Dt 26,4-10)
Mosè parlò al popolo e disse: «Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”. Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio, e ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio».

Il testo corrisponde al nostro “credo”. È la professione di fede del popolo ebraico, liberato dalla schiavitù dell’Egitto e condotto attraverso il deserto alla terra promessa. La sua fede è testimonianza di una storia, di un cammino che inizia con Abramo, il capostipite: “Mio padre era un Arameo errante”.
Le vicende che seguirono fecero della poca gente una “nazione grande, forte e numerosa”. Tuttavia la sintonia iniziale con la vicenda di Giuseppe – divenne viceré d’Egitto – col passare degli anni diventò una minaccia per L’Egitto: “I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divenendo numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno” (Es 1,7).
Non si conosce la causa della fallita integrazione. Viene soltanto registrato il rapporto fra i due popoli, valutato sul numero dei membri, sulla loro forza, sul potere e l’eventualità che uno prevarichi sull’altro. La conseguenza è che “gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù”, il che succede quando la paura si associa al potere, e allora ecco la schiavitù o, addirittura, la strage.
Tuttavia può darsi che il popolo d’Israele – numeroso, forte e sicuro di sé – si sia allontanato dal Dio della promessa e abbia fatto di Lui, semplicemente e deduttivamente, il Dio del privilegio, “ammutolendolo”. Altrimenti come spiegare il lungo silenzio di Dio nei riguardi del suo popolo maltrattato?
L’avvertenza è illuminante per oggi, riguardo all’efficace e positivo processo di accoglienza e integrazione dei migranti in cerca di pane e sicurezza di vita. Considerare la propria condizione solo nell’ambito del privilegio e del diritto acquisito porta a ritenere i migranti bisognosi di aiuto una minaccia o, peggio, un pericolo. La conseguenza è la chiusura delle frontiere, con comportamenti disumani per un lato, e una condizione di vita disumana dall’altro.
In ogni modo, riprendendo il testo non è difficile immaginare la condizione devastante a livello generale, del popolo e di ogni persona. L’interrogativo è: Dio ha dimenticato la sua promessa? Ha ritirato il suo favore? L’angoscia da un lato, e la memoria nella fedeltà di Dio alla promessa dall’altro, motivano l’invocazione d’aiuto.
Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la mostra umiliazione, la nostra miseria, la nostra oppressione”. La compassione, la misericordia e l’amore del Signore prevalgono: “E il Signore ascoltò la nostra voce (…) ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio, spargendo terrore e operando segni e prodigi”.
La memoria del grande evento della liberazione, la finalità e il destino costituiscono il quadro di riferimento per il presente e il futuro del popolo. Dio ha liberato il popolo perché faccia del dono della liberazione memoria e attualizzi gli effetti per le generazioni future. L’evento è il loro patrimonio di fede e d’identità, con il passaggio dalla condizione di schiavitù e oppressione a quello di popolo libero ed erede della benedizione, della promessa di Dio, e anche riferimento per tutte le nazioni.
Uscito dall’Egitto, il popolo intraprende il cammino nel deserto, nel quale attraverso prove e difficoltà perfeziona, purifica e consolida, il frutto della liberazione nell’orizzonte dell’Alleanza contratta nel Sinai, in modo che, correttamente intesa e praticata, farà della terra promessa l’ambito dell’avvento della sovranità di Dio.
Proseguendo, il “credo” afferma: “Ci introdusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele”. Non si tratta solo dello spazio geografico – della terra -, ma della qualità di vita del popolo, in sintonia con la pratica della giustizia e del diritto in armonia con l’alleanza, che farà della nuova nazione l’espressione del regno di Dio, il luogo, l’ambito, dove Dio regna.
L’atto finale è il riconoscimento da parte del popolo della sua presenza, azione e dono: “Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”, perché da Lui provengono e a Lui tutto appartiene. All’offerta segue l’adorazione: “ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio” nel riconoscere, assumere e stabilire il corretto rapporto con il Signore e con sé stesso, basato sulla fiducia nel Dio liberatore.
È proprio la fiducia che Paolo chiede, nella seconda lettura.

Seconda lettura (Rm 10,8-13)
Fratelli, che cosa dice [Mosè]? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo. Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio l’abbia risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore, infatti, si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».

È noto che Paolo presenta Gesù a partire dalla risurrezione. Non lo fa dal concepimento, dalla nascita o dalla vita pubblica, come sarebbe normale in ogni biografia, ma dall’evento finale, dal punto d’arrivo, perché l’evento della risurrezione rivela e conferisce a Gesù la condizione di Messia. Da allora sarà Gesù Cristo, l’unto dallo Spirito per la volontà del Padre nell’unire l’umano e il divino. L’amore alla massima espressione per la causa dell’avvento del regno in questa vita, dopo la morte, è risurrezione.
Chiunque crede in lui non sarà deluso”. Credere è accogliere, coinvolgersi, negli effetti dell’evento pasquale; è dono gratuito, non la ricompensa per meriti. In tal modo il discepolo è in condizione di entrare e contemplare l’avvento del regno di Dio, l’avvento del suo amore in lui, nella comunità credente, e nell’intera creazione.
La conversione al Vangelo – alla buona notizia – declina la comunione con Dio al di là dei propri limiti e capacità, dei peccati e delle virtù, della forza e della debolezza, degli aspetti negativi che pesantemente minano l’autostima, condizionano la crescita e l’impulso nel progredire fiduciosamente, superando difficoltà e ostacoli, a volte causa di depressione.
Ebbene, il dono degli effetti della morte e risurrezione di Gesù, genera nel discepolo il legittimo ottimismo per rimanere in Cristo vittorioso sul male e sul peccato, e nella lotta contro difetti e limiti reali ma non invincibili.
Dio vede una persona nuova, rivestita del Figlio, attraverso le lenti dello Spirito; un soggetto giustificato, trasformato, glorificato, capacitato ad affrontare vittoriosamente la lotta giornaliera contro il male e il peccato, in virtù dell’amore in cui è coinvolto e immerso.
Paolo, con l’esperienza alle porte di Damasco, si è percepito così. E può legittimamente affermare: “Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore”; e specifica: “se proclamerai che Gesù è il Signore e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”. È noto il detto: “la lingua parla di ciò che è pieno il cuore”.
Con il cuore si crede per ottenere la giustizia”. Il cuore non era ritenuto, come oggi da noi, la sede degli affetti, delle emozioni e dei sentimenti, ma il luogo del pensiero, della riflessione, dell’approfondimento, della formazione della coscienza. Credere è accogliere e coinvolgersi negli effetti del dono e determinarsi, con audacia e coraggio, per impiantare la vita rinnovata e, con essa, accogliere l’avvento del regno di Dio, che attualizza la salvezza e la giustizia di Dio.
Oggettivamente l’evento pasquale giustifica ogni essere umano e l’umanità intera. Il credente, coinvolto e immerso nell’oceano di quest’amore, percepisce la sua trasformazione e, con essa, la condizione di giusto davanti a Dio. Tale condizione fa sì che “con la bocca si fa professione di fede per avere la salvezza”, per la comunione con Lui.
Il dono non è acquisizione permanente: in tal caso sarebbe possesso e svuoterebbe la forza e il potere della gratuità dell’amore. Il dono è da invocare nel momento opportuno: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Il nome, diversamente dal nostro linguaggio, manifesta la conoscenza intima, la profondità, l’autenticità e la missione della persona: nel caso di Gesù Cristo è l’amore trinitario e la misericordia.
Tutto ciò è “la parola di fede che noi predichiamo”; in altre parole, l’evento centrale della vita di Gesù, verso il quale si è incamminato dopo aver vinto l’estenuante lotta contro il demonio nel deserto, come racconta il vangelo odierno; lotta che continuerà fino a poco prima di morire sulla croce.

Vangelo (Lc 4.1-13)
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Gesù non è peccatore. E allora perché va al Giordano per farsi battezzare da Giovanni? (v.13). La sua è una scelta necessaria e ineludibile: può testimoniare qualcosa che non ha sperimentato? Solo mettendosi sullo stesso piano degli uomini, che sono peccatori, può insegnare loro come vincere il male e partecipare della pienezza di vita, della vita eterna.
Di conseguenza mette, come tra parentesi, la sua condizione divina e assume la condizione umana di servo, come ben esplicita la lettera di Paolo ai Filippesi: “Gesù essendo di condizione divina, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7).
In ordine a quale fine? Il fine è contenuto nella risposta di Gesù a Giovanni: “Perché conviene che adempiamo (Giovanni e lui) ogni giustizia (v.15)”. La giustizia è l’evento di salvezza individuale, sociale e del creato. Infatti, Egli dirà: “Io sono venuto perché abbiate vita e l’abbiate in abbondanza” (Gv 10,10), “perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). L’evento è la sovranità di Dio, l’avvento del suo Regno nel presente, proprio “oggi” (Lc 4,21), anticipo e caparra dell’ultimo e definitivo, alla fine dei tempi.
Con la “voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento (v.17)”, Gesù prende coscienza della “condizione di servo”, quella del Servo sofferente presentato dal profeta Isaia (Is 42, 1-9; 49,1-9; 50,4-7; 52,13-53,12), che consegna sé stesso in riscatto della persona, del popolo e dell’umanità intera, motivo della missione. Allo stesso tempo prende coscienza degli ostacoli, dei trabocchetti e delle seduzioni che dovrà affrontare per l’intento del diavolo di far fallire la sua missione.
La domanda di fondo che Gesù si fa: Come procedere? cosa fare per non cedere ad esse?
Le tentazioni costituiscono la chiave di lettura dell’agire di Gesù durante tutta la missione terrena fino a poco prima di morire.
I personaggi del brano sono Gesù, lo Spirito Santo e il diavolo. Lo Spirito conduce Gesù nel deserto per sottoporlo alle tentazioni. Perché nel deserto? Il deserto – realtà inospitale e di solitudine – è il luogo della prova, del discernimento e della purificazione. In esso si attiva il processo che verifica e definisce la consistenza, la solidità, la fermezza, o meno, di Gesù in rapporto con il Padre e la Sua volontà.
Guidato dallo Spirito digiunò 40 giorni. Il digiuno fa parte del cammino verso il divino, particolarmente in momenti di crisi, di incertezza; è l’ultimo rimedio quando lo stato delle cose è sul punto di alterarsi, o la sciagura è già avvenuta. È entrare nella contrizione di fronte alla disgrazia già avvenuta o che sta per accadere. Il digiuno è accompagnato dalla preghiera e dalla riflessione sul come gestire la crisi.
Quaranta giorni è un numero simbolico, indica un tempo prolungato e un processo che avanza gradualmente. Dopo il digiuno, e non prima, giungono nella solitudine le prove. E con esse la purificazione, come un fuoco che divampa.
Nell’ambito generale il digiuno è finalizzato a riordinare e regolare elementi che disturbano la sintonia e l’accoglienza di valori costitutivi di sé stesso, del proprio mondo interiore. La rinuncia al nutrimento indebolisce e purifica, nella speranza del soccorso di Colui che tutto può. Ma prima di essere esauditi, se mai accadrà, l’attesa sarà inospitale come un deserto”. (Trattato sul digiuno. Dalla recensione di Giulio Busi sul lavoro di Michael Ascoli sul tema, tratto dal Talmud Babilonese VI-VII secolo, 2019. Sole 24 ore). L’esperienza di alcune persone testimonia che hanno trovato nella preghiera e nel digiuno l’equilibrio, e la risposta, di cui avevano bisogno.
Gesù, nel prendere atto della portata e delle conseguenze tragiche della missione del “Servo”, profondamente scosso e turbato, si lascia condurre dallo Spirito nel deserto per discernere come procedere nella missione in sintonia con la volontà del Padre, nel quale ha piena fiducia.
Due sono i quesiti che gli si presentano: Con quali mezzi? In che modo procedere?
Le tentazioni non riguardano l’obiettivo della missione – la liberazione dal peccato e la salvezza degli uomini, della società e la vita in abbondanza per tutti – ma l’opera della seduzione affinché Gesù fallisca nella nel suo intento.
A tal fine entra in gioco il diavolo – colui che divide, che separa da Dio – presente nell’intimo di Gesù in quanto uomo a tutti gli effetti. Specificamente svolge il ruolo di Satana (l’inviato del re nelle province per testare la fedeltà dei governatori e notabili e poi riferire). Il diavolo è la realtà che configura l’uomo lontano, superficiale o indifferente al pensiero e alla volontà di Dio. Da tentatore passa all’attacco per separare Gesù dal Padre, sostituendosi nell’indicare come procedere.
Il lungo tempo, l’ambiente, il rigoroso digiuno indicano che le tentazioni non sono cose di poco conto, né facili da vincere. Gesù, alla fine, vincerà la battaglia: “Allora il diavolo lo lasciò” (Mt 4,11). Ma la tentazione non lo abbandona, tornerà successivamente al momento opportuno. Quando? Pochi minuti prima di morire sulla croce, momento della massima fragilità umana: “Ha salvato altri! Salvi sé stesso, se è lui il Cristo, l’eletto (…) se tu sei il re dei Giudei salva te stesso” (Lc 23,35-37) La guerra vinta sulla croce si manifesterà come risurrezione, il trionfo dell’amore.
Nelle tentazioni è in gioco la pretesa di Gesù di essere creduto e accolto come figlio di Dio. Agli occhi degli uomini deve provare che realmente lo è! Il “corto circuito” che ne deriverà è dovuto al fatto che, per gli uomini, ciò che aspettano e sperano dal Messia è ben diverso da ciò che Gesù e lo Spirito sono pronti a realizzare e trasmettere.  

  1. LA PRIMA TENTAZIONE: “Se tu sei Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane”.
    Gli uomini si aspettano che Gesù risolva con il miracolo gli urgenti bisogni della vita giornaliera quali la fame, la malattia, la povertà, etc. Il popolo vuole segnali, vuole miracoli. Se Dio è onnipotente, perché non li fa? Se nulla accade è perché Lui non è Dio. (Gesù compirà alcuni segni, miracoli, e allo stesso tempo raccomanderà in essi l’avvento della sovranità dell’amore di Dio, ma anche di mantenere il segreto su di essi, di non parlarne. Si tratta del cosiddetto “segreto messianico”. Il significato profondo e vero degli stessi è rivelato solo con la sua morte e risurrezione, non prima. Prima sarebbero male interpretati e Gesù verrebbe percepito solo come un taumaturgo, un guaritore, un profeta …).
    Cadere in questa tentazione è demotivare gli uomini all’impegno nella pratica della giustizia, del diritto, dell’amore responsabile e fraterno, per mezzo del quale il pane arriva alla tavola di tutti, così come tutto ciò di cui gli uomini necessitano per una vita degna, pienamente umana.
    Demotivati dalla pratica dell’amore, Dio è mantenuto lontano da loro – Dio è amore – e rimangono lontani dalla comunione con Lui, nella situazione di prima. Gesù non sottovaluta l’importanza del pane ma antepone ad esso la Parola che, accolta, permette che i bisogni imprescindibili siano attesi a livello sociale e individuale.
  2. LA SECONDA TENTAZIONE: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù”.
    Il diavolo invita Gesù a buttarsi dalla parte più alta del Tempio. Il pensiero comune è che nel Tempio c’è Dio e sicuramente interverrà. Dio non permetterà che succeda alcunché al Figlio e tutti, dopo lo strepitoso intervento, crederanno immediatamente in Lui e nella Sua Parola. Quale migliore opportunità per togliere dubbi in ordine alla pretesa di essere Figlio di Dio! Fino a poco prima di morire è tentato in tal senso da parte dei presenti: “Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuole bene. Ha detto infatti: ‘Sono Figlio di Dio’” (Mt 27,43).
    Ma è proprio vero che l’intimità e l’amore Padre-Figlio è certificata da interventi di questo tipo? Dal punto di vista umano, senza dubbio è così! (In effetti, che il Padre consegni il Figlio, e il Figlio accetti di essere consegnato dal Padre è, talvolta, l’affermazione più scandalosa del N.T.). Tuttavia, quanti genitori fanno questo per non perdere il figlio che amano e per il suo bene! Quanti figli, allontanati dal pericolo, dopo un momento di gratitudine, di “conversione”, tornano allo stesso punto di prima suscitando un’enorme mortificazione nei genitori. Che cosa non ha funzionato e ha fatto da corto circuito?
    Un’altra considerazione. È proprio vero che la fiducia in Dio dipende da gesti grandiosi e sorprendenti? La parabola del ricco che chiede di ritornare in vita, certo che i fratelli, ancora vivi sulla terra, si convertiranno, insegna: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro (…) Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi anche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,27-31).
    Quindi, cadere nella seconda tentazione sarebbe la manifestazione di un potere grandioso e sorprendente, ma inutile e sterile.
    – Inutile, perché il timore reverenziale verso il potente suscita, da un lato, distanziamento e, dall’altro, falsa comunione, tipica dell’inferiore con il superiore chiamati a convivere. Può la povera e umile contadina credere nel sincero amore del re nei suoi confronti?
    – Sterile, perché la capacità di porsi a disposizione della causa del Regno, seguendo il Maestro, è soppressa dalle esigenze dell’ “amore” fra padre e figlio; amore che costituisce una barriera insuperabile. Gesù afferma: “Chi ama padre e madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio e figlia più di me non è degno di me” (Mt 10,37). L’amore vissuto in questi termini è votato alla sterilità.
    Per l’uomo disimpegnato, indifferente, al progetto di salvezza dell’umanità e alla causa sociale e individuale dell’avvento del Regno, è corretto coltivare e “chiudere” l’amore nell’ambito dei familiari, parenti, amici e vivere la “realtà” di Dio come emozione e stupore grandioso e sorprendente. Ma questo atteggiamento conduce lontano da Dio, dal suo Amore.
  3. LA TERZA TENTAZIONE: “Il diavolo (…) gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria” (Mt 4,8)
    Il diavolo abbandona le prime due motivazioni e svela il gioco malvagio. “Se sei Figlio di Dio ‘Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione davanti a me, tutto sarà tuo” (Lc 4,6-7). “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai” (Mt 4,9). Egli sa che, secondo i criteri umani, il popolo e le autorità sono ai suoi piedi. Anche per Gesù è enorme la seduzione della proposta che configura, falsamente, l’avvento del regno.
    Potere e gloria sono dati all’uomo da Dio stesso: “Davvero (tu Dio) l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore l’hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i tuoi piedi” (Sl 8,6-7). Dio ha dato all’uomo “potere sulle opere delle sue mani”, associandolo all’azione creativa e rigenerativa della persona, dell’umanità e del creato, nell’orizzonte della pace e dell’armonia.
    L’uomo cosa ne ha fatto del dono? Lo ha manipolato attorno a due riferimenti:
    a) evita l’adeguato coinvolgimento nella responsabilità e nella pratica della libertà per amare, in ordine al progetto universale della nuova società che Dio realizza con la liberazione dalla schiavitù, da ogni dipendenza (come avvenne con la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto) e l’avvento della sua sovranità, del suo Regno nel presente, nell’oggi, anticipo e tensione verso l’ultimo e definitivo, il fine della storia nel quale Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).
    b) aderisce alla seduzione del potere e della gloria a vantaggio proprio (o del gruppo di appartenenza) in sintonia con l’originaria tentazione del serpente: “sarete come Dio” (Gen 3.6).
    Di conseguenza fa del dono un evento sterile, destinato a rinchiudersi su sé stesso (o sul gruppo di appartenenza), nella presunzione di un rapporto privilegiato per la pratica cultuale e l’osservanza di leggi e norme distorte dallo spirito dell’Alleanza; elementi che non conducono alla comunione con Lui, ma al proliferare dell’attività dell’avversario – del diavolo – con un’adesione strepitosa e sorprendente.
    Da qui l’ardire sfacciato di quest’ultimo. È come se dicesse: se vuoi avere successo ti devi piegare a me, altrimenti nessuno ti seguirà.

CONCLUSIONE: Le tentazioni rivelano l’idolo presente negli uomini, l’immagine di Dio elaborata secondo la loro convenienza, quale potenza del miracolo che risolve i loro bisogni; che legittima l’azione di Dio con interventi sorprendenti e grandiosi; che esige l’osservanza della Legge per acquisire meriti nell’attesa del Messia, ponendo ai margini il coinvolgimento responsabile nella pratica della libertà per amare, l’autentico avvento del suo Regno nel presente, nell’oggi.

NOTA:

In occasione della ricorrenza della prima domenica di Quaresima possiamo accogliere la seguente esortazione:
Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). Il tempo, l’evento di grazia è adesso; il regno è “oggi” (Lc 4,21); la determinazione di entravi è di ognuno e di tutti allo stesso tempo. Il processo passa per la vittoria sulle tentazioni e, con essa, la liberazione dal male.