Padre Vincenzo Percassi

 

La parabola del Vangelo di oggi si rivolge soprattutto a coloro che si assumono come missione quella di cambiare gli altri ed il mondo, ma senza allo stesso tempo prendersi cura di sé stessi, della propria crescita e del proprio bisogno di conversione continua. Uno cieco che cerca di aiutarne un altro – dice Gesù – farà del male non solo all’altro ma anche a sé stesso perché entrambi cadranno nell’inciampo. La parabola, tuttavia, suscita un interrogativo ancora più radicale: può un uomo rendere migliore un altro uomo? Può davvero un genitore rendere migliore il figlio o un santo rendere migliore il malvagio? Per rispondere lucidamente alla questione occorre tener presente l’insegnamento di san Paolo. Egli afferma che su questa terra noi tutti viviamo in una condizione di mortalità e di corruttibilità. Tendiamo cioè a divenire “corrotti” piuttosto che migliori, anche moralmente. Finché viviamo nel corpo, dunque, non possiamo evitare la morte e quella corruzione che tocca anche il nostro intimo – il vuoto, l’aridità, la sofferenza e tutto ciò che è conseguenza del peccato che appunto della morte è il pungiglione.
La cosa è aggravata dal fatto che siamo fondamentalmente ciechi circa la natura del peccato e quindi incapaci di riconoscere ed evitare tale pungiglione. Nessuno, allora, può veramente guidare e rendere migliore un’altra persona. Per crescere e migliorarci noi tutti abbiamo bisogno di appoggiarci ad uno che sia capace di vincere sia la corruzione che la morte. Costui è Gesù che, pur essendo uomo come noi e pur essendo stato costretto ad “ingoiare” una morte che non poteva umanamente “evitare”, ha introdotto una “vittoria” in quella che altrimenti sarebbe stata una storia fallimentare. Questa vittoria per noi che siamo ancora nella nostra corruttibilità, benché non sia’ ancora compiuta è già efficace in chi – continua San Paolo – s’aggrappa a Cristo, non si lascia smuovere da mode peregrine e persevera nel suo piccolo o grande sforzo sapendo che quest’ultimo potrà sembrare ripetitivo, inutile e stancante ma non sarà mai vano. Anche se uno dovesse vivere tutta la sua vita come una grande sconfitta, rimanendo nel Signore, crescerà e finalmente gusterà una vittoria cosi imprevista e sorprendente da potersi prendere gioco di tutto quello che è stato prima: dov’è o morte la tua vittoria e dov’è il tuo pungiglione? Su questa terra, come Gesù, non possiamo sconfiggere la morte senza prima ingoiarla: assumerla cioè liberamente alla fine della vita ma anche ogni volta che dobbiamo affrontare situazioni che sembrano ucciderci: sofferenze, umiliazioni e quel senso di impotenza che spesso accompagna il ripetersi dei nostri peccati. Se entriamo in queste situazioni uniti per la fede alla vittoria di Cristo facciamo esperienza che esse, non solo non ci uccidono, ma anzi ci illuminano, ci fanno migliori, cambiano in effetti la natura profonda della nostra persona cioè il suo cuore.
Nella situazione siamo noi che fatichiamo e sudiamo, apparentemente soli e disperati; eppure, nella stessa situazione è presente insieme a noi Cristo come uno vittorioso per il quale – insiste San Paolo – nessuno sforzo, nessun fallimento, nessun tentativo ripetuto è vano. È Gesù allora il solo maestro di vita per tutti noi. Egli guida non verso vittorie parziali o temporanee ma verso la vittoria finale che consiste nel piantare definitivamente l’amore nella nostra natura tendenzialmente corrotta e quindi disporla alla resurrezione. In effetti – dice Gesù- avete mai visto un albero presumibilmente buono che dia un frutto cattivo? Anche uno soltanto? Se si è buoni lo si è interamente, cioè a partire dal cuore e non dai singoli comportamenti. Per questo il libro del Siracide, invita ad esaminarsi su tutto ciò che esce dal cuore: se vigili sui pensieri ti accorgi che sono pieni di giudizio e disprezzo per chi sembra “peggiore di te”; se rivedi le tue conversazioni, ti accorgi che sono piene di difetti se, non di ipocrisia; se ascolti i tuoi “sentimenti”, essi ti riveleranno di cosa è pieno il cuore.
Per essere interamente buoni nel cuore occorre risorgere o comunque partecipare sempre più alla natura risorta di Cristo. Solo quando uno ama nello Spirito Santo, solo allora, questi diventa capace di correggere innanzitutto sé stesso e quindi capace di togliere il male che è nell’altro; non semplicemente di vederlo e giudicarlo – questo possono farlo in tanti – ma appunto di toglierlo, cioè non semplicemente di “correggere” ma di aiutare a guarire e a crescere.
È questo il frutto della sinergia tra noi e la vita risorta di Cristo: diventare migliori per migliorare anche gli altri.