Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 

Accostiamoci alla mensa della Parola e a quella del Pane con fede e umiltà. La fede e l’umiltà vanno sempre assieme. Quando i discepoli hanno tentato di scacciare il demonio, che rendeva un ragazzo malato di epilessia e non riuscivano, Gesù disse: “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (Marco 9, 29). E al padre del ragazzo indemoniato, il Signore aggiunse: “Tutto è possibile per chi crede!” (Marco 9,23). Bisogna riconoscere i propri limiti e chiedere umilmente l’intervento di chi può guarire, noi e gli altri.

Publio Ovidio (43 prima di Cristo – 18 dopo), un poeta latino, nato a Sulmona e morto in esilio a Tomi, sulle sponde del Mar Nero, diceva: “Video bona, proboque, deteriora sequor” (= vedo il bene, lo approvo, ma seguo sempre il peggio). Per indicare che spontaneamente andiamo dietro al male e volentieri giustifichiamo tutto quello che facciamo, anche se è contro la nostra coscienza.

E cioè siamo sempre noi che ci mettiamo al centro di tutto. Un po’ quello che hanno fatto Adamo ed Eva, con il peccato originale, quando, rifiutando la presenza di Dio, si sono “autodefiniti” il centro dell’esistenza (Genesi 3, 1-7).

Il Vangelo di oggi (Luca 6, 39-45) è un centone, cioè una raccolta di sentenze di Gesù, pronunciate in aiuto di coloro che non sono ancora forti sulla via della conversione. Hanno ancora bisogno di essere aiutati e di essere guidati. Come il popolo di Israele, secondo quanto ci insegna la prima lettura (Siracide 27, 5-8).

Il libro del Siracide infatti è stato redatto in un momento particolare della storia del popolo eletto ( cioè nel secondo secolo prima di Cristo). La Palestina era dominata da una potenza straniera (prima i Tolomei e poi i Seléucidi, fino al 30 prima di Cristo, quando Roma impose con la forza la sua presenza).

Tutti tentavano di distogliere Israele dalla via dei padri e di imporre la cultura greca. L’autore invece invita gli Ebrei alla fedeltà alla tradizione e alla Parola rivelata. Una parola, poi, che, nella bocca dell’apostolo Paolo, diventa progetto di salvezza e di una salvezza insperata, perché opera di Dio. Infatti dinanzi al problema della morte, esito certo per tutti (pagani e non), c’è solo la fede: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Corinzi 15, 55). Ai Cristiani di Corinto, ancora deboli nella fede, l’apostolo Paolo proclamava la vittoria di Cristo sulla morte, cioè sul limite definitivo dell’uomo. I Greci, a quel tempo, consideravano la risurrezione dei morti un’idea grossolana, senza fondamento serio (Atti 17, 32 e seguenti). San Paolo invece riproponeva con forza la verità del Vangelo: “A voi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto e cioè che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa (= Pietro) e quindi ai Dodici (= gli Apostoli), In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta” (1 Corinzi 15, 3-6).

La verità apodittica dell’affermazione evangelica (= chérigma, cioè l’annuncio del Vangelo), che riguarda la Pasqua del Signore Gesù, è la base della nostra fede. Cristo infatti è la primizia della vita nuova (e cioè della salvezza per tutti) e anche la causa efficace della risurrezione dei morti (e quindi anche della nostra futura risurrezione), che vivranno per sempre, contemplando il volto di Dio (cioè vivendo in comunione con la Santissima Trinità, nella beatitudine eterna di una felicità senza fine). Allora fin da questo momento, fin dalla chiamata alla sequela di Gesù, dobbiamo comportarci come “creature nuove” (2 Corinzi 5, 17). Siamo portati naturalmente a giustificare sempre noi stessi.

La frase del poeta latino Ovidio, citata più sopra, ha ancora valore per noi oggi. Purtroppo! L’ha riproposta Francesco Petrarca (1304-1374) e anche il poeta Ugo Foscolo (1778-1827).

Gesù invece ci suggerisce delle immagini che sono talmente forti da divenire dei modi di dire accettati dal parlare quotidiano. Per esempio: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?” (Luca 6, 39). Oppure l’altra immagine ancora più icastica: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?” (Luca 6, 41).

Nella vita di tutti i giorni dobbiamo applicare il comandamento esposto nel Vangelo di Luca 6, 36 e cioè: “Diventate misericordiosi, così come anche il Padre vostro è misericordioso”. Questo versetto è la sintesi di tutto il discorso sulla misericordia ed è l’unica strada, quella maestra, che ci porta alla salvezza.

Dobbiamo forse seguire l’insegnamento del poeta latino Publio Ovidio? Mai!

Oppure applicare il giudizio “due pesi e due misure”? Mai!

Dobbiamo metterci piuttosto alla sequela del vero maestro di saggezza, Gesù.

Egli infatti, appeso sulla Croce, è l’albero di vita, che guarisce da ogni male e dà sempre frutti buoni per coloro che credono in Lui, come dice l’Apocalisse (Apocalisse 22, 1 e seguenti). E questi frutti sono i doni dello Spirito del Signore, che si manifestano nella grazia (= vita divina donata) e nella misericordia (= per il peccatore pentito e perdonato)

San Daniele Comboni (1831-1881) è sempre stato schietto nei suoi discorsi e imitatore di Gesù sulla via della salvezza per sé e per gli altri. Per i popoli dell’Africa Centrale aveva lo stesso sguardo di Gesù, uno sguardo pieno di misericordia e di fiducia nella grazia del Signore. Così scriveva nella relazione alla Società di Colonia ( = organizzazione tedesca che lo aiutava economicamente), il 15 febbraio 1879: “Di fronte a tante afflizioni…il cuore del Missionario è rimasto scosso; tuttavia egli non deve per questo perdersi d’animo… Solo nella Croce sta il trionfo. Il Sacro Cuore di Gesù ha palpitato anche per i popoli neri dell’Africa Centrale e Gesù Cristo è morto anche per gli Africani!”.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda