Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: VIII DOMENICA DEL T.O. – C –
(27/02/2022)

 

Prima Lettura (Sir 27,4-7)
Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti, così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.

Il Siracide (precedentemente indicato con il titolo di Ecclesiastico – libro da leggere nell’assemblea e, infatti, l’opera era molto letta nella comunità ecclesiale – N.B.: da non confondere con l’Ecclesiaste o Qoelet) è un libro sapienziale, ricco di insegnamenti rivolti a ogni categoria di persone e valido per diverse situazioni di vita.

Abbraccia aspetti positivi e negativi dell’esistenza umana e presenta una visione serena del mondo e della vita, sorretta dalla presenza di Dio e dalla bontà della sua provvidenza. Profondamente radicato nella tradizione religiosa dei padri, vede nella legge del Signore il fondamento e la fonte prima della vera sapienza data a Israele.

Il testo considera, in generale, l’attività intellettuale della persona e, specificamente, la comunicazione attraverso la parola, la conversazione, la manifestazione del pensiero; e afferma: “Quando si agita un setaccio, restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti”.

Vagliare l’uso della parola – riferimento in senso lato ad ogni mezzo e forma di comunicazione – con intelligenza e umiltà riguardo alla ricezione, all’incomprensione o al rifiuto del contenuto da parte dei destinatari, è come agitare il vaglio e discernere l’efficacia e l’opportunità o meno di essa.

Riflettere, ritornare su sé stessi e attivare il discernimento è motivo di crescita sotto tutti gli aspetti, o anche di chiusura in sé stessi, nel proprio ambito, nel proprio mondo interiore; la conseguenza ciò rende impossibile la crescita di nuovi e positivi sviluppi. È quello che, normalmente, succede quando prevale la paura, l’orgoglio, l’invidia o la gelosia.

La prova dell’uomo si ha nella sua conversazione”, nella quale affiora la sua qualità umana, psicologica e spirituale. Qualità che evidenzia l’adeguata e competente argomentazione – o il contrario – del tema di cui si parla, per la capacità di ascolto e di accoglienza di opinioni diverse, per l’esposizione di argomenti contrari, ma opportuni, che aprono nuovi orizzonti, per la pazienza e l’equilibrio psicologico nelle eventuali incomprensioni, provocazioni pungenti o anche frasi o parole inopportune o, addirittura, offensive. Un consiglio saggio nella circostanza è “non dire tanto quel che si pensa, quanto pensare quel che si dice”.

Un aspetto di fondamentale importanza è l’ascolto. Il libro del Deuteronomio – l’ultimo dei cinque della Legge dell’Antico Testamento – esorta con insistenza il popolo eletto nell’“Ascolta Israele…”, nel senso di porre tutta l’attenzione e la disposizione interiore per discernere, nel contenuto della comunicazione, gli elementi di novità che sostengono il progetto di vita e il cammino in sintonia alle esigenze dell’Alleanza, stipulata da Mosè nel Sinai.

La Parola di Dio è registrata nei testi biblici, ma non solo. È anche la storia – gli eventi dell’attività umana – che, nell’insieme, è intrisa della presenza e dell’azione Trinitaria. Solo che il progresso umano – che indaga in tutti i campi del mistero dell’esistente – non è scevro da ambiguità e, come tale, porta in sé bene e male, per le persone e l’umanità.

È imprescindibile il discernimento e la volontà di partecipare il positivo a tutti indistintamente. Ma è noto che, nella realtà del vissuto giornaliero, il bene, il risultato positivo, è alla portata di pochi da un lato e, dall’altro, è esclusa la grande maggioranza delle persone che ha bisogno di esso per uscire dalla sofferenza e dal disagio umano.

Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo”. Per la bibbia, la parola non è solo quella pronunciata dalla persona ma ogni azione che declina il senso, l’incidenza nella realtà, e determina la qualità del rapporto interpersonale e sociale a vantaggio o danno di sé, dell’interlocutore, della società o del creato.

Pertanto l’etica ha un ruolo fondamentale nel mostrare in che modo è gestita la vita individuale, sociale e l’attenzione al creato. L’etica non è altro che la filosofia di vita che determina qual è l’orizzonte e la finalità di un’azione. È tale se rispetta la giustizia, il diritto, e stabilisce uguali opportunità senza pregiudizi o discriminazioni. In caso contrario si determina l’anti-etica, che causa e sorregge la qualità dei sentimenti e motiva azioni non in sintonia con la volontà di Dio e il rispetto dell’Alleanza per l’avvento del regno.

Non lodare un uomo prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. L’affermazione incentiva l’attenzione e la presa di coscienza del senso del discorso e della qualità dell’azione, rapportabile alla finalità che si propone. Solo allora essa sarà opportunamente da biasimare o da lodare.

Il brano riflette la saggezza popolare e il buon senso; saggezza ulteriormente sviluppata dalla vita, dall’insegnamento e dalla pratica di Gesù, in considerazione degli effetti dell’evento pasquale cui si riferisce la seconda lettura.

 

Seconda lettura (1Cor 15,54-58)
Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Il testo odierno è la continuazione di quello di domenica scorsa. In quest’ultimo si argomenta il passaggio da un corpo terreno-umano a un corpo spirituale. È quello che succede nella persona di Gesù che, nell’assumere pienamente la condizione umana, ha posto come tra parentesi la condizione divina. Lui è vero uomo e vero Dio.

Il suo “corpo corruttibile sarà vestito d’immortalità” per la fedeltà alla causa del Regno di Dio, sorretta e motivata dall’amore rigenerativo declinato dal suo insegnamento e dalla pratica corrispondente, nel contesto e nelle circostanze dell’azione pastorale.

La consegna e la risurrezione – l’amore fedele alla causa del Regno qua, in questa vita, è la risurrezione là, dopo la morte – fa sì che il suo “corpo mortale sia vestito di immortalità”. L’effetto di tale evento è trasmesso al credente, chiamato alla stessa esperienza seguendo i suoi insegnamenti e la sua pratica di vita. Questo perché Gesù rappresenta davanti al Padre ogni uomo e l’umanità intera. In virtù della rappresentanza, il rappresentato – per la fede – è coinvolto e partecipe dell’incorruttibilità e dell’immortalità di Gesù Cristo.

Pertanto, nel rappresentato, si trasmette l’effetto dell’azione del rappresentante; la vittoria di Cristo è anche quella del rappresentato, nel quale si compirà la Scrittura: “«La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. L’immagine del pungiglione, legata alla morte, indica l’aggressione mortale, dovuta al fatto che “il pungiglione della morte è il peccato (…)”.

E, di seguito, l’apostolo afferma: “(…) la forza (la “potenza”) del peccato è la Legge”! Un’affermazione sorprendente, scandalosa e sconcertante per la teologia e l’insegnamento delle autorità religiose. Ora la contrapposizione è tra “Gesù Cristo” e la “Legge” per il fatto che quest’ultima, pur riferendosi al codice dell’Alleanza, è travisata e manipolata dall’istituzione religiosa, governata e sostenuta dai massimi rappresentanti.

La Legge che, con la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e l’entrata nella terra promessa, doveva conformare la nuova società nella pratica del diritto e della giustizia a tutti i livelli, integrando in essa tutti i popoli, in effetti ha prodotto proprio il contrario.

La classe dirigente teologica e sacerdotale – la legge è allo stesso tempo religiosa e sociale – ha creato una situazione, personale e collettiva, devastante per la moltitudine di poveri e oppressi, e particolarmente favorevole per chi è al comando.

Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. Con il compiersi del momento opportuno, l’avvento del Messia Salvatore – Gesù, l’unto dallo Spirito e inviato dal Padre – rigenera, costituisce e impianta il nuovo Popolo di Dio. Tutto questo Egli lo compie come giudizio di salvezza, con la consegna per amore.

 È la “vittoria” sul male e sulla morte che Dio dà “per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. È la salvezza che la Legge non può dare, perché comunica il giudizio divino ma non la forza di accoglierlo. Al contrario, Gesù la dona prendendo su di sé il peccato del mondo ed effondendo su ogni carne la potenza della sua misericordia e il dono del suo Spirito, che conduce alla formazione della nuova società, in sintonia con la buona notizia proclamata che diventa buona realtà.

Ecco, allora, l’esortazione: “rimanete saldi e irremovibili” con forza, determinazione, audacia e coraggio nella fiducia in Gesù Cristo, il maestro da seguire. “Rimanete” è il segreto e la potenza del progredire “sempre più nell’opera del Signore”. Camminare è stare in Lui, altrimenti ci si agita e basta. La fedeltà, vincolo di comunione con Gesù, rende possibile il crescere in Lui. È fatica, sicuramente, ma non è vana e ne vale la pena.

Il vangelo puntualizza la caratteristica del “rimanere” con Lui.

 

Vangelo (Lc 6,39-45) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro, ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire a tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

 

Il brano è di una logica stringente e di buon senso. “La bocca parla della pienezza del cuore”. Il ”cuore” è il progetto di vita; è la sede della riflessione, della ricerca, dell’elaborazione, sostenuto dal fascino e dall’attrazione dell’amore che ispira e motiva le scelte e le azioni corrispondenti.

Non si tratta, quindi, dell’emozione, dell’affetto, del sentimento, cui si riferisce il termine cuore nella nostra cultura (la cultura di allora indicava i reni come sede di tali aspetti). Il progetto di vita proprio della funzione del cuore elabora un insieme di fattori per raggiungere il fine, il senso ultimo della vita. È il tesoro da custodire e far crescere per la vera gioia di vivere.

Il progetto può essere cattivo o buono, dipende dalla sintonia o no con il fine della missione di Gesù, che instaura le condizioni per accogliere l’avvento del regno di Dio. È evidente che i frutti dell’azione della comunità, e della persona coinvolta, manifesta la qualità del progetto: “Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni”.

Gesù raccomanda ai discepoli di vedere, di capire bene quel che sta succedendo con il suo insegnamento e la sua pratica pastorale, per non prendere gatto per lepre. È condizione per la corretta evangelizzazione, per la quale è necessario che “Un discepolo ben preparato sia come il suo maestro”.

Per il discepolo l’adeguata preparazione, da un lato, richiede sforzo e determinazione di sganciarsi dalla tradizione, da ciò che si è sempre fatto, seguendo le disposizioni della teologia consolidata dalle autorità religiose. E, dall’altro lato, sintonizzare e accogliere la novità sconcertante dell’insegnamento e della pratica di Gesù per l’avvento del regno.

Con l’insegnamento e la pratica, Gesù coinvolge i discepoli nella missione. Li motiva alla benevolenza verso gli ingrati e i malvagi, a non escludere nessuno dal raggio d’azione dell’amore del Padre, e gestire sentimenti addirittura materni nei loro confronti.

Gesù li mette in guardia dal rischio della spiritualità farisaica, dalla pretesa del discepolo di fare da guida e da maestro degli altri. Egli è il compagno, compagno di viaggio che sostiene l’altro, lo incoraggia, ma non la guida. Per Gesù c’è una sola guida e un solo maestro: il Cristo.

Ebbene, cadere nel rischio porta alla cecità. La sola pretesa de discepolo di essere la guida dell’altro lo rende cieco, ed ecco la domanda: “può forse un cieco guidare un altro cieco?”. E dice Gesù: “Se un cieco guida un altro cieco non cadono tutte e due in un fosso”, incorrendo in quella che era la maledizione biblica del libro del Deuteronomio: “maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco”.

Gesù invita il discepolo a crescere, a diventare autonomo, a sentirsi realizzato in modo da/e non avere più bisogno di un maestro, perché è lo Spirito che lo guida. Dio, il Padre di Gesù, non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando interiormente il suo Spirito, che lo rende libero e autonomo. E Gesù afferma: “un discepolo non è più del maestro, ma ognuno che sia ben preparato sarà come il suo maestro”.

La preparazione è un’attività costante e necessaria nei nostri giorni. Le sfide all’evangelizzazione, che si affacciano con rapidità sorprendente per la dinamica del mondo moderno, evidenziano la complessità del microrganismo e della maxi-realtà a tutti i livelli.

Il che suscita nel discepolo, e nella comunità, confusione, incertezza, insicurezza e sconcerto che declina, in lui, la paralisi per il timore di non sapere cosa fare, come muoversi, perché i riferimenti sinora ritenuti immodificabili, ora non lo sono più. È quello che anche Gesù ha affrontato.

Nel considerare l’azione della Trinità presente e attiva nella storia – il cammino degli uomini – emerge, con l’evolversi della società, quanto detto sopra riguardo alla fede nell’avvento del regno di Dio nel presente. Di conseguenza, lo sconcerto e l’insicurezza del discepolo aumenta ancor di più. Questo perché l’oltrepassare la tradizione fortemente vincolata al passato, e ritenuta inadeguata a elaborare risposte in sintonia con la rivelazione del mistero di Dio, richiede la solida fiducia nell’evangelizzazione di Gesù.

La portata dei cambiamenti mi fa ricordare che, anni fa, il card. Martini, e ancora prima Giovanni Sartori – presidente dell’associazione teologica italiana -, affermavano che se dovessero riscrivere la teologia partirebbero dal punto d’arrivo, ossia dall’escatologia (la realtà ultima e definitiva che si manifesterà pienamente quando, il tempo cronologico in cui corre la storia, raggiungerà il suo fine).

Realtà, però, che è anche presente, perché rivelata e impiantata dall’insegnamento, dalla pratica pastorale e dalla morte e risurrezione di Gesù Cristo. L’evento ultimo e definitivo, già presente nella storia, è invocato dalla preghiera del Padre Nostro: “venga il tuo regno”; quindi oggi, proprio ora, l’avvento del regno non è esclusivamente futuro, ma è già presente …, anche se il mistero oltrepassa di molto la nostra percezione quotidiana.

Purtroppo, la formazione teologica, spirituale e pastorale attualmente prende in considerazione in modo prevalente il rapporto Cristo-Chiesa, lasciando la categoria “regno di Dio” ai margini della storia, ovvero dopo la morte individuale o alla fine dei tempi, con il ritorno del risorto. Tuttavia Papa Francesco sollecitava i vescovi italiani, esortandoli a prendere atto e sviluppare la triplice appartenenza del credente a Cristo, al Regno e alla Chiesa. Finora, purtroppo, non si è visto ancora nulla che vada in tal senso.

Reimpostare l’insieme è un lavoro molto grande e impegnativo, ma ineludibile e necessario, che tocca tutti i livelli dell’Istituzione Chiesa (non il patrimonio della rivelazione). Lo esige, appunto, la complessità dell’esistente nel quale siamo coinvolti, per raggiungere il buon risultato per il quale “il discepolo ben preparato sarà come il suo maestro”.

D’altro canto, l’insufficiente preparazione apre varchi che portano a guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”.

Gesù continua, ancora, in maniera ironica: “Come puoi dire a tuo fratello lascia che ti tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio?”. Come si fa a non vedere una trave che è nell’occhio? È la trave che è nell’occhio che fa vedere la pagliuzza negli occhi dei fratelli; ma non vedere la trave nell’occhio significa presunzione, senso di superiorità: è quella che Gesù definisce “ipocrisia”.

E Gesù invita, ma apparentemente, perché poi scoraggia: “togli prima la trave nel tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello”. È quella che nella spiritualità si chiama la correzione fraterna; ma quando uno è riuscito a togliersi la trave che ha conficcato nell’occhio gli passa la voglia di andare a cercare le pagliuzze negli occhi dei fratelli.

E poi Gesù dà un criterio per l’autenticità del discepolo: si tratta dei frutti. Quando questi frutti sono di vita, arricchiscono la vita, comunicano vita perché vengono da Dio. E aggiunge l’esempio comprensibile a tutti: “Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo”; è ovvio, “né vi è d’altronde un albero cattivo che produca un frutto buono”. Quindi il criterio dell’autenticità non è la dottrina, l’ortodossia, ma il frutto che si produce. Se lo stile di vita, se il messaggio produce vita, arricchisce la vita degli altri viene senz’altro da Dio, perché Dio è l’autore della vita.

E conclude Gesù: “l’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene”. Cosa significa questo? Chi si alimenta di bene inevitabilmente produce il bene per gli altri. Ecco perché è importante alimentarsi soltanto di quello che Luca dice del bello, del buono, perché ciò che in noi diventa fonte di alimento, poi, è ciò che produce alimento per gli altri.

Vale aggiungere il versetto 46 che è importante: “Perché mi invocate:’ Signore, Signore!’ e poi non fate quel che vi dico?” Ecco, quello che chiama Signore, Signore, cioè perfetta dottrina, perfetta ortodossia, ma poi non fa quello che dice Gesù, per Gesù è una persona inutile.

E allora questo è ciò che l’uomo cattivo, dal suo cattivo tesoro, tira fuori: il male. Quindi è un invito da parte di Gesù di mettersi sempre a fianco del buono, del bello. E alimentarsi del buono e del bello per essere persone belle, che trasmettono il buono agli altri.