Padre Vincenzo Percassi

Nel Vangelo di oggi Gesù proclama che il fine ultimo di ogni cammino spirituale e quindi il segno inequivocabile di ogni crescita nella vita nuova che Egli ha reso possibile con la sua resurrezione è quello di diventare misericordiosi. Non misericordiosi come può esserlo un uomo su questa terra, ma come il Padre che è nei cieli, come Uno cioè che ama e tratta da figli anche coloro che sono insensibili alla sua paternità, in quanto ingrati e ribelli. Gesù sta annunciando a coloro che credono in Lui la partecipazione reale, effettiva alla natura di Dio, non a partire dal suo potere ma a partire dal suo amore che è misericordioso. Chi, dunque, crede a questa misericordia, la custodisce e cerca di esprimerla nella sua vita cresce e cambia, assumendo una natura che è “più che umana”. Si tratta di una sorta di “evoluzione” interiore della persona che porta San Paolo a dire: prima viene l’uomo psicologico, fatto di carne, e solo dopo quello spirituale, cioè l’uomo che non è più semplicemente un essere vivente ma anche un essere “datore di vita”, generativo, capace di paternità verso tutti anche i cattivi e quindi misericordioso. Gesù risorto è il primo uomo a rivestire questa immagine nuova e spirituale, ma dopo di lui tutti noi siamo chiamati a fare lo stesso, ad evolvere gradualmente verso l’uomo spirituale, rinnovando totalmente l’uomo psichico, non a prescindere da esso ma proprio a partire da esso: perché prima – insiste Paolo – viene l’uomo carnale. La tensione implicita in questo movimento di crescita e trasformazione dall’uomo psichico a quello spirituale diventa evidente se si considera che l’uomo crescendo secondo la sua natura, non tende a diventare più misericordioso ma, al contrario, più giudicante. È normale evidentemente esprimere giudizi in quanto interpretazioni più o meno realistiche della realtà e delle situazioni.
Il pensiero diventa giudicante quando tali interpretazioni soggettive, così facilmente distorte, ristrette o addirittura accecate da prime impressioni, parzialità, o semplicemente pigrizia mentale, vengono assunte come conclusioni oggettive e univoche che non tengono conto di vari fattori. Che la realtà è sempre più complessa di ciò che appare, che le intenzioni proprie e altrui restano insondabili al solo giudizio umano e infine che vi è sempre una Provvidenza che conduce al bene molte cose che sembrano inutili, negative o dannose. I “giudizi umani”, inoltre, sono facilmente influenzati da sentimenti di rabbia, orgoglio o disprezzo, che portano l’uomo ad agire per sé stesso invece che per il bene, rendendo così impossibile, non solo la misericordia, ma anche la “sincerità” delle relazioni. È per questo che Gesù nel Vangelo ordina di “non giudicare”, senza altre specificazioni (male, bene, troppo o poco), considerando semplicemente che la misura del nostro giudizio è ristretta, misera, parziale mentre quella di Dio è grande, colma, pigiata e traboccante ed essa riempie il grembo dei suoi figli, cioè soddisfa sempre.
Per meglio comprendere tutta la distanza che esiste tra la natura giudicante dell’uomo psichico e quella misericordiosa dell’uomo spirituale non c’è una situazione più esemplare di quella descritta nella seconda lettura. Saul, ossessionato dal suo “giudizio” circa Davide che secondo lui insidierebbe il suo trono, si procura 3000 uomini per inseguirlo e ucciderlo. Davide, seguito da un unico compagno, mette in pericolo la propria vita pur di poter ricomporre la relazione col suo avversario. Non solo. Davide si mostra eccezionalmente misericordioso anche rispetto al giudizio molto umano di Abisai suo scudiero. Questi, infatti, dinanzi all’opportunità facile di uccidere Saul nel sonno dice a Davide: “è Dio che ha posto il tuo nemico nelle tue mani.” Come ogni uomo carnale, Abisai assolutizza e consacra i propri giudizi umani, come “volontà di Dio”, come cioè legittimi e definitivi. Davide rinuncia a fare lo stesso. Lui sa bene che Saul è ingiustamente adirato con lui e sa bene di essere stato scelto da Dio per essere Re al suo posto. Ciononostante, egli continua a vedere in Saul – non un nemico – ma il “consacrato del Signore”. Chi rinuncia a giudicare la parte peggiore degli altri, infatti, inevitabilmente vede e rispetta la loro parte migliore. Davide non è un ingenuo. Prima di svegliare Saul, si distanzia prudentemente ma non cessa di parlargli. Non cerca però di convincerlo della sua malizia, cattiveria ed ingiustizia. Cerca di illuminarlo a proposito del suo modo distorto di giudicare la realtà dandogli prova di lealtà e misericordia.
In questa scena Davide appare come il tipo del Cristo risorto che, mostrando ai suoi le ferite gloriose, annuncia che l’amore risorge, che cioè esso è finalmente più forte del risentimento, dell’odio e dello stesso giustizialismo. È solo a partire da questa fiducia nel Signore risorto che ci accompagna nelle circostanze quotidiane, anche difficili, proprio come Dio accompagnava Davide nel suo esilio, che possiamo comprendere il cuore del Vangelo: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male.” Di amare meno di così son tutti capaci, anche i peccatori. Per amare come il Padre nei cieli occorre desiderare una natura nuova e spirituale e quindi accettare la fatica di crescere giorno per giorno “nell’immagine” di Gesù risorto.