Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: IV DOMENICA DEL T.O. -C-
(30/01/2022)

 Prima lettura (Ger 1,4-5.17-19)

Nei giorni del re Giosia, mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

Il brano è autobiografico, e Geremia racconta il momento della chiamata di Dio al servizio profetico: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto (…) ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. La certezza della vocazione, dell’elezione e della familiarità con Dio segna fortemente l’animo di Geremia, e sarà il punto fermo e stabile di riferimento nello svolgimento della missione, soprattutto nei momenti difficili.
Sarà una missione veramente ardua. Già all’atto del conferimento il profeta lo percepisce dalle parole del Signore: “Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro”. Parole che per nulla sono motivo d’esultanza e, meno ancora, d’incoraggiamento. Probabilmente avrà pensato, come succede in questi casi: “Ma perché proprio io?” pur essendo consapevole dell’insindacabilità della volontà di Dio.
La missione del profeta è richiamare il popolo, e particolarmente le autorità, al compimento dell’Alleanza, dalla quale si sono allontanati per interessi personali e lobby di potere, esercitando il dominio con politiche e vantaggi economici per pochi a scapito di molti, ecc., il che non ha niente a che vedere con il fine dell’Alleanza e con l’instaurazione della convivenza fraterna nel diritto e nella giustizia. È anche il dramma, il problema, del vissuto odierno che investe persone e popoli.
Perciò Dio esorta il profeta alla determinazione: “stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro”, ossia riponi fiducia sulla mia presenza che trasmette coraggio e protezione. “Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”. E lo esorta a “non spaventarti di fronte a loro” perché, se ciò dovesse accadere, “sarò io a farti paura davanti a loro”. L’avvertimento è anche il presagio di situazioni molto gravi e di estrema difficoltà.
In tale situazione è molto facile che la sfiducia prenda il sopravvento e, di conseguenza, accada di trovarsi in difficoltà, con un senso di abbandono o di assenza inspiegabile da parte del Signore. È quello che accadrà nello svolgimento della missione, per lo sconcerto e lo sconvolgimento, così intenso e insopportabile, da portare Geremia a maledire di essere nato. Per di più si sentirà come violato dallo stesso Signore. Ma il Signore non lo abbandona, nella prova estrema risponderà al suo lamento affinché riprenda, con fiducia, il mandato.
L’opposizione, le minacce e la violenza dell’istituzione religiosa, sarà di tale intensità che non permetterà al profeta di discernere correttamente il da farsi. Ma il Signore interverrà con una dritta fondamentale, di grande importanza: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro, e di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti” (Ger 15,19-20).
Discernere “ciò che è prezioso da ciò che è vile” è indispensabile in ogni circostanza, ma particolarmente nei momenti critici, quando i “conti non tornano” rispetto a ciò che si aspettava. Ciò che fa la differenza è il giusto posizionamento davanti al Signore, ovvero la verifica della radicale gratuità dell’operato e l’assenza di ogni ambiguità dovuta a seconde intenzioni o finalità di altro genere, non in sintonia con l’avvento del regno. È facile cadere nella trappola di sostituire il fine per l’interesse perché è la patologia di ogni istituzione, compresa la chiesa.
Nel prosieguo del brano il Signore rinnova a Geremia la sua presenza e l’aiuto promesso il giorno della chiamata: “Ed ecco, oggi faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese”. Dio agisce fedelmente al compimento dell’Alleanza, origine dell’attività evangelizzatrice, a favore dell’umanità, nell’insegnare e praticare la giustizia e il diritto.
La salvezza, la comunione con Lui (la cui bontà ed efficacia è nel corretto rapporto interpersonale e nell’adeguata convivenza sociale), è un processo in costante crescita, sviluppo e consolidamento, in modo che tutto converga organicamente e armoniosamente nella causa del regno di Dio, riferimento e modello per tutte le nazioni della terra.
La legge fondamentale del processo è la carità, profondamente argomentata e descritta nel notissimo inno della seconda lettura.

Seconda lettura (1Cor 12,31-13,13)

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora, dunque, rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Paolo esorta: “Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi”. I doni – carismi – cui si riferisce sono elargiti per il bene della persona e della comunità. Sono azioni umane, stimolate e sostenute dello Spirito Santo che orienta il credente nello svolgimento dell’attività evangelizzatrice, in sintonia con l’insegnamento e la pratica di Gesù per il bene, la crescita della comunità e personale che accoglie l’avvento della sovranità di Dio, del suo regno.
Il testo, molto profondo, si presta a importanti considerazioni. È luce per il comportamento umano in modo che il credente – persona o comunità – amministri correttamente i doni con acuta intelligenza, con volontà determinata e viva memoria delle azioni di Dio nella storia a favore del popolo, con ricaduta degli effetti in ogni persona, nel far sì che la solidarietà e la fraternità siano luce non solo per il popolo eletto ma anche per tutti i popoli. Di fatto la volontà e il progetto di Dio abbraccia tutta l’umanità.
L’apostolo richiama l’attenzione e l’interesse dei destinatari aggiungendo: “E allora, vi mostro la via più sublime”. Non si tratta di meta, di un punto d’arrivo, ma del cammino che non finisce mai, come la spirale in costante espansione. Una via nella quale “camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi.6,8), camminare nell’amore che costituisce il proprio dell’essenza e dell’esistenza di Dio, un’essenza inesauribile e un’esistenza di vita piena, di gioia, che coinvolge ogni uomo, l’umanità intera, tutto il creato, per l’azione del Figlio nello Spirito, nell’orizzonte dell’avvento del suo Regno.
Se nella prima lettura Dio interviene con l’invio del profeta che, per ricondurre il popolo al rispetto dell’alleanza, vivrà momenti drammatici e, purtroppo, senza successo, ora, con la “via sublime” – la pratica della carità -, Dio attende il successo per l’invio del Figlio maestro e messia, ultimo baluardo del suo progetto d’amore.
La carità è la dinamica propria di chi entra nella “via sublime”; e Paolo si premura nell’indicare che essa: “non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene in conto il male ricevuto, non gode dell’ingiustizia”.
Gesù insegna il modo di pensare e di agire con coraggio, audacia e determinazione nella carità. E Paolo elenca le caratteristiche della carità; fra tutte, particolarmente importante è quella per la quale il credente “si rallegra della verità”.
Come lo è stato per Gesù, la verità si configura nell’azione nei riguardi del prossimo, della società, del creato, in virtù della quale attualizza e rigenera la vita in abbondanza. Gesù stabilisce il farsi della verità nell’ambito del cammino e della vita che gli sono proprie – “Io sono il cammino, (perché) verità e vita” (Gv 14,6) – in ordine alla finalità della sua entrata nel mondo.
Il farsi della verità, da un lato richiede la sintonia con lo stile di vita, le scelte, le tensioni, i conflitti sostenuti da Gesù, dall’altro l’adeguata comprensione e coinvolgimento nel contesto e nella circostanza che elabora un quadro attendibile della complessa realtà: è l’ambito nel quale discernere come procedere in sintonia con la “via sublime”, affinché la buona notizia del vangelo divenga buona realtà.
La verità e la carità sono le due facce della stessa moneta, che impegna Gesù nel conflitto di grossa portata con la teologia e la pratica dell’istituzione religiosa, come testimonia il brano del vangelo odierno, continuazione di quello di domenica scorsa.

Vangelo (Lc 4,21-30) adattamento dal commento di Alberto Maggi

In quel tempo Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Il vangelo presenta la prima fallimentare predica di Gesù a Nazareth. L’evangelista – già l’abbiamo visto domenica scorsa – presenta un Gesù a Nazareth che si alza e legge il famoso brano, conosciutissimo, del capitolo 61 del profeta Isaia, che indicava la venuta del Messia. Ma, arrivato al punto in cui dice “proclamare l’anno di grazia del Signore”, Egli interrompe la lettura e non prosegue con quello che era il versetto più atteso: “e la vendetta del nostro Dio”, proprio ciò che il popolo aspettava.

Il popolo e l’istituzione religiosa sono avversi a coloro che non meritano l’entrata nel regno con l’avvento del messia per non aver rispettare la Legge, divenuta per molti un fardello insopportabile. Il messia separerà i degni dagli esclusi ma Gesù cominciò a dire loro nella sinagoga: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Tutti i presenti gli davano testimonianza”, ma non a favore, bensì contraria (dal contesto è chiaramente una testimonianza contro). I presenti erano meravigliati, sconvolti. Da che cosa? Delle parole di grazia, perché Gesù non ha parlato della vendetta, ma solo di “parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.
E dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Non hanno dubbi sulla paternità di Giuseppe, perché lo credevano suo figlio. Ma “figlio”, nella cultura del tempo, non indicava soltanto colui che è nato dal padre, ma colui che gli assomiglia nel comportamento. Quindi, evidentemente, Gesù non assomiglia al padre nel comportamento. Probabilmente anche Giuseppe partecipava di questi ideali nazionalisti, violenti. Nei testi ebraici del tempo, l’appellativo di Giuseppe era addirittura “il pantera”, e solo questo dà l’idea di qualcosa di bellicoso.
Ebbene, Gesù non assomiglia al padre. Infatti Gesù, anziché calmare gli animi, rincara la dose nel rispondere loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso”. Sarà poi quello che gli diranno sulla croce, “Ha salvato gli altri, salvi sé stesso”.
Quanto abbiamo udito che accadde (…)” E qui Gesù, rincarando la dose, parla di una città rivale di Nazareth, usando un termine dispregiativo “(…) in quella Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Usando il termine “patria” l’evangelista vuol far comprendere che quanto accade a Nazareth sarà poi rappresentativo di tutto ciò che accadrà nella sua terra.
Poi aggiunse: “In verità” – quindi è un’affermazione solenne – “io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Perché? Il profeta chi è? È quell’individuo che, in sintonia con Dio, non ripete le cose del passato ma crea le nuove. Ecco, allora, che sarà sempre vittima dell’avversione e dell’opposizione della classe sacerdotale al potere.
E poi Gesù fa quello che non doveva fare. C’erano due episodi passati della storia di Israele che si preferiva tenere nel dimenticatoio. Erano episodi nei quali, di fronte a delle emergenze, Dio ha soccorso non gli ebrei che avevano dei diritti, dei privilegi, ma è andato in aiuto nientemeno ai disprezzati, i pagani.
Gesù, quindi riporta alla luce quegli episodi: “Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese – quindi anche in Israele – ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne”. Quindi in terra pagana.
In tal modo Gesù indica che l’amore di Dio è universale, che non significa soltanto “estensione”, cioè ovunque, ma “qualità”, cioè per tutti; l’amore di Dio non è attratto dai meriti delle persone, ma dai loro bisogni.
E poi Gesù rincara la dose. “C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”. Un altro pagano, se non addirittura un nemico di Israele.
È troppo! Infatti, all’udire queste cose, tutti nella sinagoga… (sono gli stessi dei quali l’evangelista diceva “tutti gli davano testimonianza”).
Tutti nella sinagoga “si riempirono di sdegno”, letteralmente “schiumarono” di ira. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città. Qui l’evangelista sta anticipando quella che poi sarà la sua fine quando verrà ucciso fuori della città santa di Gerusalemme.
E lo condussero fin sul ciglio del monte. Il monte qui richiama il monte Sion, dov’è costruita Gerusalemme; quindi l’evangelista, in questo episodio, ci sta anticipando quella che poi sarà la fine di Gesù, il rifiuto totale da parte del suo popolo.
Lo condussero sul monte Sion, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. È la prima volta che Gesù predica nella sinagoga e il risultato è il tentativo di ammazzarlo. Per Gesù, che non correrà mai pericolo con i peccatori, con la gentaglia, con la feccia della società, le persone e i luoghi più pericolosi saranno quelli religiosi. Saranno questi che cercheranno di ammazzarlo, di lapidarlo, di eliminarlo.
Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Perché l’evangelista scrive questo dato che sembra un po’ strano. Con tutta la folla dei presenti in sinagoga che cerca di catturare Gesù e di ucciderlo, Lui come fa a passare in mezzo a loro? L’evangelista sta anticipando l’evento della risurrezione: la morte non si è impadronita di Gesù, ma egli continua il suo cammino.
E conclude il brano con “si mise in cammino”. In cammino verso dove? Verso Gerusalemme. Quindi Gesù, da questo primo rifiuto in poi nella sua terra, ha compreso che incontrerà soltanto opposizione, incontrerà pericolo di morte.
Ma Gesù non si arrende, lui deve esser testimone del perdono di Dio e dell’amore del Padre, anche a scapito della propria vita.