Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) ci ha insegnato che la Domenica è la “Pasqua della settimana”. Vi celebriamo sempre il Signore Gesù che è il Cristo Risorto. Egli è il “Profeta” in mezzo al popolo, che tutti devono ascoltare. Dobbiamo appunto riconoscerlo, accogliendo la sua Parola. Dio per comunicare usa la “Parola”, addirittura una Parola visibile e sperimentabile, una “Parola fatta carne”, come dice l’evangelista Giovanni (Giovanni 1, 14).

Ai tempi del Signore, la gente lo ha visto con i loro occhi, gli Apostoli hanno mangiato con Lui, come si fa tra amici e parenti (1 Giovanni 1, 3). Per noi oggi la Parola fatta carne (= Gesù) diventa solo Parola, nel racconto del Vangelo, perché noi ora potessimo ascoltarla. Dio appunto (= Gesù) comunica se stesso con la parola. E noi ascoltandola possiamo dire sì oppure no, come gli abitanti di Nazareth. Siamo liberi. Il Signore esprime se stesso con la parola e si dona a noi, esponendosi anche al pericolo del rifiuto. Egli rispetta sempre la nostra libertà, perché Egli è amore assoluto. Egli può solo, in caso di rifiuto, portare fino in fondo, fino al massimo, la propria debolezza, basata sull’amore, fino alla Croce. La Croce è appunto l’espressione di un amore infinito e incondizionato. Contemplando la Croce, sulla quale Gesù è inchiodato, possiamo capire la grandezza dell’amore di Dio e, nello stesso tempo, possiamo capire la nostra grandezza, degna dell’immolazione dell’Agnello pasquale (= Gesù). La Croce, sulla quale pende il Cristo, è la vetta della rivelazione di Dio e anche della nostra grandezza e della nostra dignità.

Nel Vangelo di oggi Gesù è a Nazareth e, “secondo il suo solito, il sabato” (Luca 4, 16), andò nella sinagoga per insegnare. Già la sua presenza era un insegnamento. Ma l’evangelista dice che il Signore era solito insegnare. La sua azione non era un momento unico, ma aveva una continuità. Era abituato a insegnare. Egli insegnava e continua ancora oggi ad insegnare. Noi infatti ascoltiamo ancora oggi il racconto di quello che ha detto e di quello che ha fatto. Se crediamo in Lui, diventiamo suoi “contemporanei” per poterlo conoscere e amare, come hanno fatto i suoi discepoli. Infatti ad ogni parola che ascoltiamo con i nostri orecchi, corrisponde una parola silenziosa dello Spirito di Gesù (= lo Spirito Santo) che ci attira e ci spinge a credere.

Poteva essere così anche a Nazareth, “dove era cresciuto” (Luca 4, 16). Certamente l’evangelista Luca sapeva che Gesù era nato a Betlemme, ma pone l’inizio del suo ministero a Nazareth, tra i suoi. Che lo respingeranno (Luca 4, 29), ma la parola di Gesù trasmigrerà e fruttificherà altrove.

Oggi si è compiuta questa Scrittura nei vostri orecchi” ha detto Gesù, dopo aver letto il brano del profeta Isaia (Isaia 61,1-2). Il Signore non ne fa un commento, come facevano di solito gli altri lettori. Gesù infatti è “il Vangelo”, Egli è la “buona notizia”, perché Egli è in mezzo a noi come colui che la realizza. La Scrittura si compie proprio “oggi” e “negli orecchi” di chi la ascolta.

Tutto il Vangelo di Luca non è che un ascolto di “Lui”. Obbedendo a Lui nella fede, possiamo entrare nella salvezza. Gesù è l’ascoltatore perfetto del Padre e ne compie la volontà. Anche noi, se ascoltiamo la sua Parola e la mettiamo in pratica, diventiamo membri della sua famiglia (Luca 8, 21). Gesù parlando e annunciando la Parola profetica, la realizza donandoci la salvezza. La salvezza diventa pertanto contemporanea di chiunque ascolta la Parola, come la musica, una volta composta, esiste sempre, basta eseguirla o ascoltarla. Ma gli ascoltatori di Nazareth non capiscono il discorso di Gesù, o non lo vogliono capire. Vorrebbero un Gesù come una macchina, uno strumento che esegue le operazioni suggerite dall’uomo. “Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!!” (Luca 4, 23). Gesù però non è un robot. Egli agisce in conformità al progetto di Dio. Infatti Dio vuol salvarci perché ci ama. E questo è uno scandalo, principio del rifiuto che si concluderà con la croce. Ma questo è il progetto di Dio, che noi fatichiamo a comprendere. E’ appunto il disegno di Dio che vuol assumere la natura umana, perché ci ama. Questo noi lo possiamo accettare solo nella fede, tenendo i nostri occhi fissi su Gesù, compimento perfetto della Parola del Padre.

Ma gli abitanti di Nazareth preferiscono restare nella loro conoscenza del Signore, una conoscenza secondo la carne. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” (Luca 4, 22) dicono. Purtroppo la conoscenza secondo la carne impedisce la fede e vorrebbe addomesticare Gesù, perché obbedisca ai loro desideri. Ma in questo modo si va contro l’essenza stessa di Dio, che è dono. Infatti Dio è amore e il grande filosofo e teologo san Tommaso d’Aquino (1225-1274) diceva: “Bonum est diffusivum sui” (= il bene, l’amore è per essenza comunicazione di sé). E questo è dono. Nessun dono può essere preteso, ma solo umilmente richiesto e accettato.

Gli abitanti di Nazareth non hanno capito tutto ciò e hanno cacciato Gesù. Addirittura volevano buttarlo giù da un burrone (Luca 4, 29). Con loro ci siamo anche noi. Anche noi possiamo accogliere il dono di Dio (= Gesù) o rifiutarlo. Ma “passando in mezzo a loro, camminava” (Luca 4, 30). Gesù non resta preda della cattiveria umana, ma attraversa la storia, è sempre vivo, anche oggi, facendo del bene e salvando tutti coloro che credono in Lui.

San Daniele Comboni (1831-1881) ha sempre proposto Gesù come Vangelo di salvezza, particolarmente alle popolazioni del suo Vicariato dell’Africa Centrale. Anche se i suoi fedeli sono poveri, sfruttati e disprezzati, sono pur sempre amati da Dio. Il 15 ottobre del 1868, da Parigi dove si trovava, così scriveva a suor Marie Deluil Martiny: “Le chiedo di pregare e di fra pregare per la nostra Opera…Non è che per Gesù che noi lavoriamo. E per di più le stesse terribili croci che mi opprimono sono per me la più grande consolazione, perché Gesù ha sofferto, Gesù è una vittima, Gesù ha scelto la Croce… Ah, questo Cuore benedetto di Gesù, che non respira che per le anime, che è una Vittima continua, che è stato ferito da una lancia, è un grande aiuto per noi”.

 

P. Tonino Falaguasta Nyabenda