Padre Alessio Geraci

A partire dal cuore ……

In questa terza domenica del tempo ordinario, le letture della liturgia ci invitano a riflettere un po’ di più sulla Parola di Dio.

Nella prima lettura, il libro di Neemia ci mostra come tutto il popolo di Dio ascoltava con attenzione e rispetto la Parola di Dio. Queste parole possono essere considerate come una prefigurazione dell’assemblea liturgica che si riunisce la domenica. Possiamo domandarci con sincerità con che spirito viviamo l’ascolto della Parola di Dio nella celebrazione liturgica: abbiamo “fame e sete” della Parola di Dio? Dobbiamo riconoscere che molte volte arriviamo in ritardo alla celebrazione liturgica, saltando così la “festa del banchetto” della Parola di Dio. Sì, è un banchetto e noi siamo gli ospiti d’onore. Dobbiamo riconoscere anche che molte volte non prestiamo molta attenzione a ciò che accade in questo banchetto, dove ci viene proclamata la Parola di Dio. Attenzione: non è una lettura qualsiasi, non è leggere come si legge un giornale o un libro…ma proclamazione della Parola: è Dio stesso che ci parla, attraverso i profeti, attraverso gli apostoli, attraverso i salmi, attraverso il suo stesso Figlio, Gesù Cristo. Ma spesso siamo più preoccupati e concentrati sulla partita della nostra squadra di calcio, su cosa preparare per il pranzo domenicale, sulle faccende domestiche o accademiche ancora in sospeso…in questo modo la Parola di Dio si perde nell’aria, non raggiunge il nostro cuore, non si fa carne nella nostra vita.
La prima lettura di questa domenica ci dice anche che i leviti erano incaricati di spiegare la Parola di Dio che il popolo aveva appena ascoltato. È oggi compito del vescovo, del sacerdote, del diacono nell’omelia all’interno della celebrazione liturgica. Il libro di Neemia chiarisce quest’aspetto: i Leviti, spiegavano chiaramente il significato della Parola di Dio, in modo che il popolo potesse capire le letture. Dobbiamo essere onesti e riconoscere che non sempre oggi le omelie si svolgono in questo modo, con chiarezza, in modo che la gente capisca le letture. A volte purtroppo assistiamo a omelie totalmente scollegate dalla realtà e dalle letture stesse. L’omelia è la spiegazione delle letture ma allo stesso tempo la loro attualizzazione nella vita concreta e reale del popolo santo e fedele di Dio che partecipa alla celebrazione liturgica. L’omelia non è catechesi, né un corso biblico o teologico, ma deve avere questi due aspetti: uno sguardo alle letture e uno sguardo al popolo e alla sua realtà concreta, e in particolare alla realtà concreta dei fedeli presenti.
Questa prima lettura si conclude con alcune parole che per noi oggi suonano come un dolce balsamo: «questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza». E la domenica, lo sappiamo bene, è il giorno del Signore, il giorno della gioia perché ricordiamo la vittoria di Cristo sulla morte, ricordando e celebrando la sua risurrezione in comunità. Proibito essere tristi allora! E Neemia aggiunge una prefigurazione anche del banchetto eucaristico: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato». Questa è l’Eucaristia: il banchetto della condivisione. Mangiamo il corpo di Cristo, beviamo il sangue di Cristo, facciamo la comunione, siamo una cosa sola con chi comunichiamo, in questo caso Gesù. E riceviamo la chiamata a condividere la nostra fede nella nostra vita quotidiana e concreta. E il modo migliore per farlo è aprendo il cuore e condividendo quello che abbiamo con chi non ce l’ha, soprattutto in questo tempo di pandemia dove gli impoveriti nelle nostre città si sono moltiplicati in modo esponenziale. Tutto questo, animato dalle parole finali di questa prima lettura: la gioia del Signore è la nostra forza. Ecco perché non possiamo concludere tristi la celebrazione liturgica, ma al contrario se la gioia del Signore è la nostra forza, dobbiamo uscire dalla chiesa pieni di gioia e desiderosi di condividere ciò che abbiamo vissuto e celebrato in chiesa.

Anche il Vangelo ci parla della Parola di Dio. Luca ci dice che «Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione». La Galilea, nonostante fosse una delle regioni più fertili della Palestina, era una terra dove il 90% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà, e veniva considerata terra di “confine”, crocevia di razze, culture e religioni e per questo veniva disprezzata. Oggi, per usare un linguaggio a noi caro, quello di papa Francesco, la chiameremmo “periferia esistenziale e geografica”. Gesù quindi inizia il suo ministero pubblico, dopo il battesimo (la potenza dello Spirito Santo e la consapevolezza di essere figlio amatissimo di Dio) e dopo le tentazioni nel deserto, dalla periferia, dal mondo degli impoveriti, degli oppressi, degli emarginati. Questa è l’opzione di Dio: collocarsi al lato di coloro che sono stati “scartati”, umiliati, ingannati, traditi…coloro che sono nel dolore e nel pianto. Gesù era cresciuto a Nazaret, piccolo villaggio “sperduto” tra le colline della Bassa Galilea. Tutti lo conoscevano, lo avevano visto giocare da bambino e poi cominciare a lavorare da ragazzo. Ed è lì che torna per iniziare il suo ministero come profeta itinerante del Regno di Dio. Luca ci dice che Gesù entro nella sinagoga. Le sinagoghe sono sorte durante l’esilio del popolo d’Israele a Babilonia, quando non esisteva più il tempio e gli ebrei erano lontani da Gerusalemme. Anche ai tempi di Gesù, molti ebrei si ritrovavano nella sinagoga locale nel giorno di sabato. Il servizio nella sinagoga consisteva essenzialmente nella lettura e commento di passi della Scrittura (normalmente uno tratto dalla Legge e uno dai Profeti) e nella recitazione di preghiere. Gesù era solito partecipare a questi momenti di “incontro con la Parola” che si svolgevano nella sinagoga, di sabato. E in quella sinagoga di Nazaret, probabilmente c’erano anche i suoi amici d’infanzia, i suoi vicini, i membri del suo “clan” familiare.

Nella sinagoga Gesù riceve il rotolo contenente la Parola di Dio; gli tocca l’inizio del capitolo 61 del libro del profeta Isaia. Vi propongo di chiudere gli occhi per un momento e di situarci con la mente in questa sinagoga di Nazareth. Ora immaginate la voce di Gesù mentre legge la Parola di Dio: «lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Dopo aver letto, restituì il rotolo ai servi e si sedette. Tutti avevano gli occhi fissi, inchiodati su di lui. Questo deve essere anche il nostro atteggiamento: avere sempre gli occhi fissi su Gesù. E come ci ha detto Maria nel Vangelo di domenica scorsa, fare ciò che Egli ci dice. Il testo che Gesù legge nella sinagoga di Nazaret è un testo molto caro agli israeliti perché attraverso il profeta Isaia, possono vedere concretamente cosa farà il Messia, il consacrato e inviato di Dio per “rimettere” le cose a posto, togliendo di mezzo l’oppressione e gli oppressori soprattutto, facendo terminare la povertà, e donare grazia e misericordia al popolo “eletto”, e scatenare la sua ira e la sua vendetta per tutti i nemici che hanno oppresso il popolo. Ma qualcosa non quadra. Gesù, dopo aver letto le parole “predicare un anno di grazia del Signore”, si ferma, chiude il rotolo e lo consegna all’inserviente. Non legge quell’ultima frase, che avrebbe fatto contente le persone presenti nella sinagoga: il giorno di vendetta del nostro Dio. Aspettavano questa frase, ne sentivano l’esigenza visto che erano dominati dai Romani e vittime dei ricchi e di chi li ha sempre umiliati e disprezzati. Aspettavano la vendetta con ansia. E speravano/credevano che il Messia venisse proprio a compiere giustizia e vendetta. Gesù invece non proclama un Dio vendicativo, castigatore, un Dio come noi vorremmo. Viene invece a proclamare che Dio è onnipotente nell’amore e nella misericordia perché sono proprio l’amore e la misericordia che possono tutto e vincono su tutto.

I destinatari privilegiati della Buona Notizia sono gli impoveriti, gli emarginati dalla società e anche dalla religione, coloro che sono stati privati di ogni difesa e non trovano spazio nei dibattiti pubblici perché la loro voce, la loro opinione non conta; sono coloro che vengono sistematicamente esclusi da chi si crede potente. Per utilizzare l’azzeccata definizione del teologo della liberazione Jon Sobrino, i poveri sono “coloro che non sono”, coloro che non entrano nelle statistiche. Ma perché i poveri come destinatari privilegiati della Buona Notizia? Perché sono poveri ed oppressi e Dio non può “regnare” nel mondo senza fare loro giustizia. Dio non può essere neutrale davanti un mondo tormentato dalle ingiustizie commesse verso i poveri. I poveri sono quindi bisognosi di giustizia. Ed è per questo che un Dio schierato dalla loro parte è per loro una Buona Notizia. Dio può regnare solo a partire dalla difesa di coloro che sono ingiustamente maltrattati. E quindi l’arrivo di questo Dio causa gioia ai poveri, perché il suo arrivo presuppone e implica la fine del regno dei “potentati” sui deboli, dei forti sugli indifesi.
E Gesù sorprende tutti dicendo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Oggi, nella nostra vita, questa Scrittura si compie, perché Gesù è stato unto con lo Spirito per salvarci, per liberarci da tutte le catene che ci legano e che ci impediscono di essere liberi e felici e di esserlo sempre, come lo sono i vizi, le dipendenze, la violenza, specialmente quella di genere, la corruzione, i pregiudizi, le ingiustizie, i pettegolezzi, e tanti altri. Gesù è il Liberatore, è il Messia tanto atteso; accogliamo allora con gioia questa parola che oggi si compie.

Questa domenica, la terza del tempo ordinario, celebriamo insieme a tutta la Chiesa universale, la terza “domenica della Parola di Dio”, istituita nel 2019 da Papa Francesco. Preghiamo dunque, questa domenica in modo speciale, perché la Parola di Dio, che infonde in noi speranza, forza, consolazione, e ci chiama alla conversione e al discepolato missionario, sia accolta, conosciuta, studiata, trasmessa, condivisa da noi come Parola di vita eterna, e soprattutto perché la mettiamo in pratica nella nostra vita quotidiana. La Parola di Dio ci chiama anche all’unità e alla comunione: stiamo quasi terminando la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: oltre a pregare dobbiamo essere, ogni giorno, artigiani di unità e di riconciliazione anche e soprattutto con i fratelli e le sorelle che credono in Cristo, ma che non sono cattolici come noi. Che i nostri gesti quotidiani parlino davvero di rispetto, tolleranza, inclusione, misericordia, dialogo, vita.

Buona domenica!

Con la missione nel cuore
Padre Alessio Geraci