Cari amici, un caro saluto dalla terra del Mozambico. In questi giorni viviamo un po’ tutti l’apprensione di questo virus, che viene a visitarci con forme sempre nuove e continuamente sprogramma i nostri piani e ci lascia preoccupati. Nel mondo poi, tante nazione non vivono in pace, per tanti motivi che conosciamo bene (qui grazie a Dio la guerra è diminuita in Cabo Delgado, ma molti sfollati sono lontani dalle loro terre perché ancora pericolose). Poi, ci accorgiamo che se il nostro cuore non è in pace con sé stesso, con il fratello e con Dio, tutto si complica e la vita si colora di scuro.
Dio però, è il primo a non arrendersi e continua a offrirci il dono più bello e prezioso che ha, il proprio figlio, per percorrere con lui strade nuove, ricucire le ferite che ci abitano e scoprire che ognuno di noi ha una grande missione da compiere in questa terra.
Da due mesi il caldo torrido qui a Nampula sfiora i 40 gradi e sebbene sia già arrivato il tempo delle piogge, non ci sono segnali che l’annunciano. L’acqua scarseggia, molti vengono ogni giorno da noi con la speranza di riuscire a ritornare a casa con un secchio d’acqua. Una parte ce la fa, ma poi succede che la grande fila si sfalda, perché l’acqua si è esaurita e allora si va in cerca altrove. Molti di loro, poi, si adattano a prendere l’acqua in zone non sanificate con le conseguenti malattie che ne derivano (il tifo qui ora è più forte del Coronavirus).

Noi missionari Comboniani siamo chiamati in queste situazioni e fare “Causa comune con i più poveri”, come ci insegnava il Comboni. I campi sono pronti per la semina da due mesi o più, ma il popolo deve aspettare con pazienza il dono della pioggia e nel frattempo la fame si fa sentire, soprattutto per le categorie più deboli (vedove con i loro bimbi, sfollati, ammalati,…).
I vecchi del luogo ci dicono che una volta, le piogge cominciavano a metà di ottobre e per 6 mesi pioveva con bastante regolarità. Ora in questi ultimi anni, le piogge arrivano 2-3 mesi in ritardo e durano solo 2-3 mesi, e non mancano gli uragani con le loro devastazioni. Verifichiamo che le falde acquifere diminuiscono e tanti pozzi si seccano in questi mesi. Anche il nostro pozzo si è fortemente indebolito e dovremmo pensare qualcosa al più presto per il futuro. Anche le piante da frutta, che con fatica abbiamo cercato di piantare, per dare un sostento futuro, stentano a sopravvivere, per il troppo calore e la durata della secca qui nella provincia di Nampula (è quasi 8 mesi che non piove). Non è difficile capire che l’inquinamento che abbiamo sostenuto per decenni in modo forsennato, per garantirci più consumi possibili, lascia una grande parte di umanità alla deriva e per molti a una condanna anche di morte.
Credo che il Signore ci chieda come cristiani e uomini e donne responsabili, di riflettere la straordinaria enciclica “Laudato Si” di p. Francesco e assumere stili nuovi di vita sullo stile di Gesù; vedi come si è presentato in mezzo a noi, povero, semplice, ma pieno di tenerezza e speranza.
Qui dove abito accogliamo giovani che hanno nel cuore il desiderio di consacrarsi al Signore per i più poveri e abbandonati. Gli affascina tanto di Daniele Comboni il suo motto “ Salvare l’Africa con L’Africa “ servendo i più poveri. Questo aspetto tocca profondamente i loro cuori puri e aperti a divenire dono d’amore per l’umanità. In questi giorni poi, abbiamo vissuto con loro un discernimento vocazionale, e mi ha colpito vedere nei loro occhi un bagliore di luce, quando erano chiamati a manifestare la loro decisione di iniziare il cammino per donarsi a Dio. Poveri, ma grandi nel cuore, per aver il coraggio di mettersi in gioco e consegnare se stessi all’Amore.

Ogni giorno poi, siamo visitati da tanti volti che ci richiamano il piccolo povero di Betlemme e ci chiedono di avvolgerli con “i panni della dignità umana”. A volte fa soffrire il cuore vedere che non riusciamo a corrispondere sempre alle loro vere necessità e attese, per il numero eccessivo e per le situazioni in cui si trovano (un buon numero vivono sulla strada, altri si sentono non accettati, non amati e senza speranza, varie povere vedove con 6-7 piccoli a casa, non sanno cosa dare da mangiare ai loro figli, poi tutto si complica quando arrivano le malattie, poi la scuola con le sue esigenze,… Davvero grande è la loro capacità di affrontare la vita e non soccombere).
Grazie a Dio la parrocchia di S. Cruz, da noi comboniani accompagnata, sempre assiste tutti i mesi quasi 500 famiglie sfollate, grazie alla vostra carità, un miracolo dell’amore.

La veglia di Natale l’ho vissuta in una comunità con le luci di candele, ma la luce vera stava presente nel loro cuore e si manifestava nella gioia di celebrare Colui che dona la dignità di figli del padre. Il giorno di Natale, oltre alla parrocchia ho celebrato con le piccole orfane accolte dalle nostre sorelle comboniane. Con loro abbiamo passato un Natale semplice e bello. Ero felice vedere che le piccole si sentivano profondamente amate dalle sorelle Comboniane. Missionarie che hanno già raggiunto un’età avanzata, ma il loro cuore continua a pulsare con la forza dell’amore donandosi senza sosta. Per loro gli anni sembrano non passare, perché come ci dice Papa Francesco: “chi ama è sempre giovane”. Toccando con mano le necessità di qui, mi viene dal cuore dirvi cari giovani e non solo a voi: “se sentite nel cuore un richiamo del Signore, perché non accettate la sfida dell’Amore per dare vita, speranza e salvare tante creature innocenti come queste piccole che per tanti motivi non hanno un futuro, se non c’è qualcuno che glielo dona giocandosi la propria vita in Lui e per loro. Coraggio, il Natale viene anche per questo, per scuoterci e risvegliarci a una vita piú audace, più bella, più autentica per poi condividerla con questa umanità che grida nel silenzio. Credo che Gesù scommetterebbe su di voi, piú di voi stessi. Papa Francesco, sempre ci invita e vi invita a scrivete con la vostra vita una pagina nuova di questa umanità, troppo spesso triste e ripiegata su se stessa. Vince sono chi rischia nell’Amore,..allora vinci caro\a giovane,…

Una storia di Natale: Un giovane orfano di nome Juventino dopo aver perduto tutti i suoi familiari, compresa la sposa e una bimba, non voleva più vivere. Mi veniva a trovare e voleva farla finita. L’ho incoraggiato a credere che sempre c’è un cammino nuovo da intraprendere, e che la speranza non muore per chi si affida in Lui. Il giovane Juventino, dopo aver riflettuto mi ha detto: Tu p. Davide, non sei riuscito a salvare la mia piccola, sebbene mi hai sempre aiutato in ogni momento, ma hai salvato me e mi hai fatto comprendere che devo imparare a vivere donandomi senza sosta e senza sconti per rinascere. Da quel momento il povero giovane, ha iniziato ad accogliere nella sua capanna i rifugiati di guerra di Cabo Delgado, cosi come una povera donna rifugiata che era stata sequestrata dai miliziani e che aveva già perduto due bimbi e il marito. Altri due bimbi erano dispersi e altre due erano con lei. Poi la gioia di incontrare i due figli dispersi. Alcuni giorni fa, uno dei due figli incontrati, per un’anemia grave (sebbene il giovane Juventino decidesse dare il suo sangue per salvarlo), non ce l’ha fatta. Juventino tornando a casa dal funerale del piccolo, vede un bambino abbandonato che chiede un po’ di cibo e lo invita nella sua povera casa. In seguito una vedova con tre piccoli (il marito era stato divorato da un coccodrillo), bussa alla sua porta dicendo che non aveva i soldi per pagare l’affitto mensile (6-7 euro) ed era rimasta sulla strada. Naturalmente lui gli ha aperto la porta di casa. Juventino per dare da mangiare a tutti, bussa le porte dei vicini, ma non sempre viene accolto. Chi sta bene, anche qui spesso si dimentica dei poveri e alcuni preferiscono dare il cibo ai cani che ai poveri Cristi. Juventino ne ha fatto esperienza un giorno chiedendo quello che era rimasto del cibo in una casa, ma è stato sconvolto quando hanno preferito darlo ai cani e non a lui. Mi diceva in questi giorni: “Io non posso lasciare nessuno sulla strada, perché anch’io lo ero e mi avete soccorso”. Per il Natale non aveva nulla da mangiare assieme ai suoi ospiti che per lui è la sua nuova famiglia; ed è bastato condividere con loro un pó di farina e fagioli per renderli tutti felici. Per loro che hanno alle spalle una storia dolorosa e spesso traumatizzata, celebrare il dono della venuta di Dio in Gesù è una luce immensa di speranza che illumina il loro cuore provato dalla vita, ma capace di amare come Colui che li ha da sempre amati.

Saremmo capaci anche noi di essere così grati e gioiosi, portando nel cuore il dolore e i drammi della vita trasformando il tutto in cammino di speranza? Sempre piú mi accorgo che stare accanto a loro, soffri, la fede è messa a dura prova, ma è pur sempre una grazia grande. Juventino, con la povera donna rifugiata e i suoi piccoli, il bambino accolto, la donna vedova con tutti i loro bimbi,… mi hanno fatto cogliere la vera luce del Natale, una luce che sa farsi strade nelle oscurità della vita.
Cari amici, a volte penso che la vera pandemia non è tanto qualcosa che ci viene da fuori seppur grave, ma il non accettare serenamente di vivere il quotidiano con lo sguardo semplice e umile di Betlemme e scegliere di diventare come Lui dono totale d’amore soprattutto per chi è carente di affetto, di attenzioni, e ha perso la speranza nel loro cuore,… cominciando dalla propria casa dove abitiamo e aprendo poi gli occhi al mondo dove possiamo dire ciò che vogliamo essere.

Un grazie grande a ognuno di voi che sempre mi avete mostrato la vostra vicinanza a me e al popolo del Mozambico, ognuno con i suoi doni, continuiamo uniti mantenendo la Sua gioia nei nostri cuori.

p. Davide De Guidi