Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: III DOMENICA DEL T.O. – C –
(23/01/2022)

 

Prima lettura (Ne 8,2-4.5-6.8-10)

In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I leviti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti, tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

Il popolo d’Israele ritorna alla propria terra dopo la liberazione dall’esilio di Babilonia, e accoglie Esdra che porta “la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere”. Il motivo è riscattare la Legge, dopo il lungo periodo dell’oblio e le sue nefaste conseguenze, per riprendere il cammino dell’Alleanza e iniziare una nuova vita, facendo tesoro delle esperienze positive e negative del passato. Si tratta di riprendere, con determinazione, l’osservanza all’Alleanza e i suoi precetti.
Il popolo è convocato per un tempo lungo. Esdra, sacerdote e scriba, con i leviti che ammaestrano, “lesse il libro (…) dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno”. Nell’attualità due sono le indicazioni importanti per chi si propone la corretta comprensione dell’insegnamento e l’adeguata condotta di vita in sintonia con la volontà di Dio, le cui prescrizioni importanti (non le uniche) sono contenute nella parola scritta, nel libro della Legge.
1. Sono convocati uomini e donne “che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge”. I leviti “leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura”. La convocazione è per la formazione e la lettura accolta e meditata con attenzione. Nessuno svalorizza questo momento; disattenderlo, restare indifferente o ritenere di non averne bisogno è rifiutare l’Alleanza.
2. L’apertura del cuore e dell’intelligenza. “Esdra aprì il libro alla presenza di tutto il popolo (…), come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi”, gesto di rispetto e riconoscimento di trovarsi alla presenza della volontà di Dio. Stare in piedi, quando una persona parla e manifesta la sua volontà, è segno di attenzione e accoglienza delle indicazioni sul da fare e come procedere. Il riferimento al cuore è rivolto non al sentimento, all’affetto, all’emozione, al mondo psicologico – come lo è nella nostra cultura – ma al pensiero, al ragionamento, all’elaborazione intelligente e affidabile del progetto di vita in ordine al fine; in altre parole, alla trasformazione della vita sociale e individuale.
“Esdra benedisse il Signore, Dio grande”. Benedire significa “dire bene” del Signore che si manifesta nella Legge; conferma l’elezione del popolo; rinnova l’importanza e l’esigenza dell’alleanza. Da parte sua il popolo risponde con l’assenso e ritrova la propria identità nell’Alleanza. Tale è il significato dell’amen e della prostrazione “… tutto il popolo rispose: ‘Amen, amen’, alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinnanzi al Signore”.
L’emergere e la consolidazione dell’uomo nuovo e della nuova società, da un lato fanno intuire e comprendere l’apertura di orizzonti inediti di grande importanza; dall’altro lato, ravviva la coscienza dalla mediocrità di vivere slegati o in opposizione alla Legge. “Infatti, tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge”. L’evento è un insieme di allegria e pentimento, circostanza comparabile all’esperienza di morte e risurrezione.
Il governatore Neemia ed Esdra esalta l’evento stabilendo che tale giorno sia “giorno consacrato al Signore vostro Dio”: giorno santo, diverso da tutti gli altri, da tenere nella memoria come riferimento costante nell’affrontare vicende personali e sociali che seguiranno.
Per far risaltare l’importanza e la qualità dell’evento, il governatore ordina al popolo: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno preparato, perché questo è giorno consacrato al Signore nostro”. E aggiunge: “non fate lutto e non piangete! (…) non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”.
La gioia, la festa, è condivisa senza escludere nessuno di coloro “che nulla hanno di preparato”, perché poveri e indigenti. L’adesione del popolo, condizione per ristabilire l’alleanza e rigenerarsi come popolo eletto, è la gioia del Signore. Quest’ultima è motivo di forza e di impegno per affrontare, con successo, il futuro votato all’edificazione del regno, finalità dell’alleanza.
Mantenere intelligenza e cuore aperto alla Parola è la base per rielaborare, con successo, criteri e atteggiamenti della società in continua evoluzione con l’irrompere di elementi e situazioni nuove e impreviste, e stabilire l’ordine sociale rispondente alle esigenze del regno di Dio.
È ciò che indica la seconda lettura.

 

Seconda lettura (1Cor 12,12-30)

Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti, noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi, e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme, e, se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni, perciò, Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?”.

Il riferimento centrale che sostiene l’argomentazione del testo è adeguato alla verifica dell’agire cristiano riguardo all’avvento del regno di Dio nel presente, nell’oggi della realtà umana. La finalità è l’unità delle molteplici diversità che la compongono; unità frutto dell’elaborazione che rispetta il nucleo costitutivo dell’identità delle stesse. Ecco, allora, l’affermazione di Paolo: “Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un solo corpo, così anche il Cristo”
Con la comparazione del corpo, Paolo specifica che esso “ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo”. L’unità è data dal “totalmente altro” dalle singole membra che compongono il corpo. È il “totalmente altro” che dà senso, efficacia e utilità alla singolarità delle membra e al corpo intero.
La causa che dà consistenza all’azione, e ne sostiene l’attività, è la forza vitale che tocca ciascun membro e tutti gli elementi del corpo. Essa genera la buona salute, l’armonia, la crescita e la realizzazione personale, intrinsecamente legata a quella dell’altro, dell’ambiente, della natura e del creato. La causa dell’avvento del regno di Dio coinvolge tutto e tutti in quello che è proprio della “dinamica dell’amore”, insegnata e praticata da Gesù Cristo.
La forza vitale è lo Spirito Santo: “Infatti, noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo”. Siamo immersi nella realtà come il pesce nell’oceano che, per l’immensità e l’infinità di esso, offre le condizioni e i mezzi per rispettare le diversità di ogni singola persona, lo specifico che gli appartiene, e dinamizza la comunione fraterna e responsabile, in sintonia con la sovranità di Dio, ossia l’avvento del suo regno.
Tutto è dovuto al fatto che Dio, l’impulso delle Spirito Santo e la condizione umana del Verbo (associata all’insegnamento, alle scelte, alla pratica e alla consegna di Gesù), rivela a chi confida nella Trinità la condizione di figlio adottivo che, correttamente attesa, declina il processo e le condizioni per realizzare, a favore di tutti indistintamente, la nuova società, la fraternità universale e la pienezza di vita individuale e sociale
È per la realtà d’insieme, alla quale il cristiano fa riferimento come patrimonio della propria fede in Gesù Cristo, che percepisce che sono abbattute tutte le barriere ed è reso possibile integrare, in uno stesso “corpo”, “Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”, contrariamente a ciò che la teologia del tempo riteneva impossibile e assurdo.
Impostazione e considerazione rivoluzionaria e audacissima quella di Paolo, considerando i tempi di allora, che gli costeranno non poche tribolazioni da parte dei credenti stessi, ancora legati ai capisaldi della tradizione. Ma la stessa difficoltà vale anche oggi per l’enorme difficoltà ad andare oltre le differenze di razza, cultura, condizione sociale, in spirito di fraternità, solidarietà responsabile e comunione. Colpa della tenace e persistente cultura individualista che esalta la persona di successo nella misura in cui si afferma: “Non ha bisogno di te (…), non ho bisogno di voi”, nell’elogio eccessivo e spregiudicato della propria autosufficienza.
Si perde di vista l’importante indicazione: “Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto”. Non per casualità, né per capriccio, Dio ha creato le diversità e le differenze, ma per far sì che la singola persona, e l’umanità intera, gestiscano la pienezza dell’amore che Lui stesso trasmette nei loro confronti.
Le differenze, le diversità sono in Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – gestite dai tre nel loro specifico rapporto. L’umanità creata partecipa di esse e della qualità del loro rapporto, in modo che la persona e l’umanità assumano la stessa relazione d’amore, cammino di unità per la carità, che conforma l’essenza e l’esistenza di Dio, modello di vita e crescita umana.
Il sentimento di appartenenza all’umanità integrata in un solo “corpo” è necessario al vissuto individuale e sociale soddisfacente e pienamente realizzato. Ad esso si accompagna il senso di responsabilità che si fa carico, in modo etico, del processo di crescita generale con mezzi adeguati a perseguirlo. Si tratta della politica come dimensione della carità.
È quel che Gesù ha fatto. La conferma è nel vangelo odierno.

Vangelo (Lc 1,1-4; 4,14-21)

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Luca scrive a Teofilo, “in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”, ossia affinché possa verificare la bontà e la consistenza della pratica evangelica che la comunità gli ha trasmesso. L’insegnamento e l’attività di Gesù camminano di pari passo perché Parola rivelata. L’eventuale e possibile separazione è inefficace agli effetti dell’evangelizzazione perché riduce quest’ultima a semplice informazione, o nel migliore dei casi, la relega nell’ambito della spiritualità monca, centrata sull’affermazione e soddisfazione dell’io.
D’altro lato, la pratica non vagliata e verificata dalla Parola rimane circoscritta, nel migliore dei casi, al corretto comportamento, senza assumere l’orizzonte etico proprio dell’avvento del Regno, con il risultato che non apre la persona alla profonda e affascinante percezione del mistero di Dio che esso contiene.
Il documento del Concilio Vaticano II sulla divina rivelazione afferma che essa è trasmessa da “parole e fatti intimamente connessi”, in modo che le prime indicano il cammino da intraprendere e i secondi confermano la bontà e il farsi della verità – la solidità dell’amore di Dio manifestato e realizzato in Gesù Cristo – riguardo l’avvento del regno di Dio.
Il brano trasmette l’inizio dell’azione missionaria, dell’attività pastorale di Gesù, dopo l’esperienza nello Spirito con il battesimo nel Giordano e, soprattutto, dopo la vittoria sulle tentazioni nel deserto, chiave interpretativa di tutta la sua attività fino all’ultimo istante, poco prima della morte in croce.
Nel battesimo, lo Spirito e il Padre approvarono la sua solidarietà con i peccatori, e le parole del Padre alludono al profeta Isaia – “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione (…)” (Is 61,1) – e configurano, in Gesù, il suo profilo in ordine alla missione.
Ebbene, dopo il battesimo e la prova delle tentazioni nel deserto, “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito”. La Galilea è un luogo disprezzato e i suoi abitanti non sono ritenuti affidabili da parte dalle autorità religiose di Gerusalemme. Tuttavia, “con la potenza dello Spirito la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle sinagoghe e gli rendevano lode”.
Nella sinagoga di Nazareth, dove era cresciuto – quindi, ben conosciuto – espone il contenuto della missione e, riprendendo il testo di Isaia di cui sopra, afferma: “(…) e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.
Lo stupore e l’impatto è grande, e attira l’attenzione di tutti: “nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. Il motivo risiede nell’audacia sconcertante di non completare la citazione del profeta ben conosciuta da tutti: “il giorno di vendetta del nostro Dio”. Quest’ultimo aspetto era ritenuto parte integrante dell’opera del messia riguardo all’avvento del regno e la sua instaurazione.
Secondo le attese della tradizione, l’avvento del regno richiede l’espulsione dei romani dal territorio; l’accoglienza di coloro che meritano il regno per l’osservanza della legge; l’impossibilità di accedervi – altra espulsione – per i trasgressori della legge.
Per il fatto di aver tralasciato la citazione, Gesù apre la porta di accesso al regno di coloro che erano irrimediabilmente esclusi dalla teologia consolidata degli scribi. Di conseguenza, la prospettiva è la redenzione dei peccatori e la speranza, per gli smarriti e demotivati, di accedere al regno e alla vita in abbondanza.
Ma il motivo dello scandalo – il colpo forte – è l’annuncio: “Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”. Particolarmente irritante è l’“oggi”. Avesse detto: “in quel giorno, alla fine dei tempi”, sarebbe stato accettato, ma l’“oggi si è compiuta” la profezia è troppo! Alle loro orecchie è una bestemmia, per altri è motivo per giudicare Gesù fuori di senno, un pazzo che lancia una provocazione inaccettabile. L’impatto è enorme.
Probabilmente si sono chiesti: come può oggi scacciare i Romani dal territorio d’Israele? Perché non afferma che il compito è separare il grano della paglia? Come instaurerà il nuovo regno e riscatterà lo splendore dei tempi di Davide e Salomone, ecc.? Si tratta di una serie di domande che sorgono dal tessuto di fede nell’avvento del Messia, e il compimento della sua missione, nel quadro della consolidata teologia del tempo.
La pretesa di Gesù non corrisponde a nessuna delle loro attese fissate dalla tradizione. Iniziare la missione in tal modo, e cancellare in primo termine i riferimenti alla tradizione, è considerata una pazzia.
Gesù insisterà sul metodo, pur specificando che non è venuto per annullare ma a perfezionare la Legge, sostituendola con un nuovo impianto. Ma non gli credono e l’avversione andrà crescendo sempre di più.
E allora, come valutare dal punto di vista pastorale odierno il coinvolgimento e lo stravolgimento dell’intervento di Gesù? Per di più egli sapeva benissimo della loro reazione ostile; tuttavia, non retrocede né ne diminuisce la portata…
e la fine è ben nota.