Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 

Questa Domenica cade di solito nel mese di gennaio, durante il quale celebriamo l’Ottavario di preghiere per l’Unità dei Cristiani (dal 18 al 25 gennaio, festa della conversione di san Paolo Apostolo). L’iniziativa di pregare per questo motivo venne proposta dall’anglicano Jones Spencer nel 1908. Lo scopo era quello di pregare perché tutte le Chiese Cristiane ritornassero nell’ovile di Pietro (cioè in unione con il Papa, Vescovo della Chiesa di Roma). Del resto Gesù aveva detto: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10, 16). E, nella preghiera durante l’Ultima Cena, Gesù dice: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me, mediante la loro parola: perché tutti siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato” (Giovanni 17, 22-23).

Le parole di Gesù sono chiare e la divisione, fra Cattolici, Protestanti, di varie denominazioni, e Ortodossi, è uno scandalo che, tra l’altro soprattutto nelle Missioni, impedisce di credere in Gesù come il Salvatore del Mondo. In effetti Jones Spencer per primo ha capito che l’ovile di Pietro si identifica con la Chiesa Cattolica. Ed è quello che ha fatto. Ma continuiamo a pregare perché lo

Spirito agisca nel cuore di ciascuno dei discepoli del Cristo. Tre anni fa, poi, Papa Francesco ha scelto questa Terza Domenica per celebrare la “Domenica della Parola di Dio”. Questa iniziativa del Papa è stata proposta il 30 settembre 2019, quando nel calendario liturgico ricordiamo san Girolamo (347-420). Questo Santo ha dedicato la sua vita allo studio della Bibbia. Per questo ha imparato alla perfezione il Latino, il Greco e l’Ebraico ed è stato definito: “Vir trilinguis” (= uomo che parla tre lingue, in latino). La sua traduzione completa della Bibbia si chiama “Vulgata” (= Volgata o lingua parlata dal popolo), testo che abbiamo usato nella Liturgia fino al Concilio Vaticano II (1962-1965).

Il Vangelo di oggi (Luca 1, 1-4 e 4, 14-21) merita un’attenzione particolare. Perché? Perché leggiamo i primi quattro versetti del Vangelo di Luca e poi saltiamo al momento in cui Gesù a Nazareth entra nella sinagoga e legge un passaggio del libro del profeta Isaia (Isaia 61, 1-2), ma saltando una parte dell’ultimo versetto che parla del “giorno di vendetta del nostro Dio”. Ciò provocherà la rabbia degli abitanti di Nazareth che vorranno addirittura buttarlo giù da un burrone (Luca 4, 30). Essi si aspettavano cose eclatanti, come al tempo del re David, vittorioso in guerra contro i suoi nemici. Gesù invece, citando il passo di Isaia, ma preso nel libro scritto al tempo dell’esilio babilonese (= V secolo prima di Cristo), vuole parlare del compimento della promessa nella sua presenza e nella sua attività.

“Oggi si è compiuta questa Scrittura nei vostri orecchi” (Luca 4, 21) dice Gesù. E’ davvero una Parola straordinaria. Non è un commento al testo, come di solito si faceva nelle Sinagoghe. Ma è addirittura il “Vangelo”, la buona notizia, perché colui che la realizza è in mezzo a noi. E questo avviene ogni volta che viene letta, in una assemblea, la Parola di Dio. Perché la Scrittura si compie proprio “oggi” e negli “orecchi” di chi la ascolta.

Tutto il Vangelo di Luca è un ascolto della Parola del Rabbi di Nazareth. In questo modo diventiamo anche noi “contemporanei” di Gesù e, nell’obbedienza della fede, sperimentiamo la salvezza.

Questo vale per noi e valeva anche per Teofilo, a cui il Vangelo di Luca è dedicato. Chi è questo Teofilo? Può essere ogni uomo “amico di Dio” (è il significato del nome greco Teofilo), ma può essere un uomo importante e influente. Secondo alcuni si tratterebbe addirittura di Teofilo ben Ananas, sommo sacerdote a Gerusalemme (37-41 dopo Cristo). Infatti molti sacerdoti divennero discepoli di Gesù, come l’autore della “Lettera agli Ebrei”.

Comunque siamo tutti “amici di Dio”, se ascoltiamo il Vangelo di Luca. Come Gesù, che è l’ascoltatore perfetto del Padre e compie la sua volontà. A sua volta, chi ascolta la sua parola e la fa sua, si trova a vivere con Lui e diventa a far parte della sua famiglia. Lo ha detto Gesù stesso a chi gli diceva: “Tua madre e i tuoi fratelli (= parenti, cugini, ecc.) stanno fuori e desiderano vederti.

Ma egli rispose loro: ‘Mia Madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica’!” (Luca 8, 20-21). Gesù “venne a Nazareth” (Luca 4, 16). Il terzo evangelista sa bene che il Messia è nato a Betlemme, ma è vissuto a Nazareth (Luca 2, 51), fino all’età adulta, sottomesso ai suoi genitori, Maria e Giuseppe. Però Luca pone l’inizio del ministero del Signore in questo villaggio, tra i suoi che lo conoscevano fin dalla tenera età. Gli abitanti di Nazareth poi lo respingeranno (Luca 4, 29). Non importa. Certo si tratta dei “suoi”, cioè di coloro che lo hanno visto crescere ed esercitare il mestiere di suo padre (= falegname o carpentiere). Ma tra questi “suoi”, che lo respingono e lo vogliono buttar giù dal precipizio, perché si aspettavano giorni di gloria e di trionfo sul nemico di allora, l’Impero Romano, c’è evidentemente Israele, ma anche tutti i “suoi” di ogni tempo, e quindi anche noi oggi, che facciamo parte della “Chiesa dei gentili” o pagani (leggi la lettera ai Romani 11, 16-26; in cui si parla dell’olivo buono, Israele, e di quello selvatico, i pagani che siamo noi, da innestare nell’olivo buono per avere la salvezza).

Il brano di Isaia, letto da Gesù nella sinagoga di Nazareth, parla della promessa fatta ad Israele (Isaia 61, 1-2). In esso è questione dell’anno giubilare definitivo per la terra. Nella tradizione biblica, il Giubileo, che arrivava al termine di sette settimane di anni (= 49 + 1 che dà 50), aveva un impatto speciale sulla proprietà della terra. Secondo il Levitico, durante il Giubileo, si restituiva la terra agli antichi proprietari, si doveva anche rimettere i debiti e liberare gli schiavi e i prigionieri e permettere il riposo della terra stessa, senza coltivarla (Levitico 25, 8-13). Nella bocca di Gesù questo testo significa che la terra, dono del Padre ai suoi figli, va distribuita tra i fratelli, perché vivano come in una sola famiglia. Tutta l’attività di Gesù è presentata da san Luca come la realizzazione di questo Giubileo definitivo, che è il compimento di tutta la creazione di Dio. La paternità di Dio, cioè, si vive in concreto nella fraternità. Ma guardiamo il Mondo di oggi: quanto siamo lontani dall’essere, noi tutti abitanti del pianeta, una vera famiglia, la realizzazione della autentica fraternità. Eppure la fede vera in Gesù deve tradursi in una giustizia pratica nella società umana, nel Mondo di oggi, definito da Papa Francesco come “la nostra casa comune”.

San Daniele Comboni (1831-1881) guardava all’Africa Centrale come a una regione che doveva avere la stessa dignità e la stessa situazione dell’Europa di allora. Ma la realtà era ben diversa. Nel Rapporto storico del suo Vicariato, presentato a Propaganda Fide, il 25 febbraio 1872, così diceva: “Concluderò il mio rapporto con l’esporre in due parole il mio Piano di azione…per far risorgere e prosperare il mio importantissimo Vicariato… Io sono pronto, come lo sono con me tutti i miei compagni, a sacrificarci interamente fino alla morte nell’arduo e laborioso apostolato dell’Africa Centrale, affine di procurare la salvezza a tutti quegli abitanti, che sono i più infelici, i più bisognosi e i più derelitti del Mondo”.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda