Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: II DOMENICA DEL T.O. -C-
(16/01/2022)

 Prima lettura (Is 62,1-5)

Per amore di Sion non tacerò,
per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,
finché non sorga come aurora la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada.
Allora le genti vedranno la tua giustizia,
tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo,
che la bocca del Signore indicherà.
Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata,
perché il Signore troverà in te la sua delizia
e la tua terra avrà uno sposo.
Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposeranno i tuoi figli;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

Gerusalemme è la città simbolo d’Israele e della storia del popolo. Il comportamento di Dio con il popolo è contrassegnato dalla fedeltà all’Alleanza, motivata dal profondo amore nei suoi riguardi. Tuttavia domina, nel popolo e nelle autorità, l’infedeltà all’Alleanza che declina la condizione di “Abbandonata e terra Devastata”, termini che indicano il prevalere della corruzione e l’allontanamento dall’Alleanza sigillata da Mosè.
In tale situazione il Signore determina di restaurare a nuova vita il popolo e la città stessa: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada”.
Nel descrivere l’operato del Signore il profeta utilizza l’immagine dell’amore tra lo sposo e la sposa: “Il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo (…) come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”.
È profonda la tristezza e la sofferenza del Signore nel constatare la deplorevole condizione in cui si è ridotta Gerusalemme, considerata dalla tradizione l’ombelico del mondo, il legame fra la terra e il cielo. Il degrado, la devastazione e la deportazione del popolo in esilio sono motivo di dolore, di amarezza, specialmente se comparata allo splendore del passato.
La missione conferita dal Signore di attrarre le nazioni è ormai fallita. E la causa è l’abbandono dei termini dell’alleanza, del cammino di giustizia e del diritto, e l’abuso della Legge per fini e interessi della classe dirigente e dei notabili.
È la disgrazia che, purtroppo, si ripete nella storia, per colpa principalmente dei governanti. Essa declina lo scontro tra bene e male, tra luce e tenebre, nella vita sociale e individuale. Allo stesso tempo è impossibile estirpare il male – la zizania – che cresce con il bene – il grano – senza danno per quest’ultimo, come insegna la parabola del vangelo.
La determinazione e la fermezza dell’amore del Signore, di impiantare la giustizia e il diritto genera la salvezza degli abbandonati, isolati e rifiutati dall’istituzione, con l’avvento della sua sovranità fautrice della nuova società e dei valori propri della fraternità e della pace. Senza di essi la terra è come un deserto e la vita un vuoto senza senso, la cui sofferenza e disagio è anche attuale, e le cronache giornaliere ne evidenziano la drammaticità.
Impiantare il cammino di giustizia è la finalità dell’azione del Signore – il tesoro dell’avvento del regno di Dio – a favore dell’umanità e di ogni singola persona. Essa è sinonimo di salvezza che risplende come lampada. La pratica della giustizia farà di Gerusalemme, e del popolo eletto, “una magnifica corona nella mano del tuo Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio (…)”.
Egli sarà orgoglioso e soddisfatto del suo popolo e, più ancora, “(…) il tuo Dio gioirà per te”. Egli stabilirà per Gerusalemme la nuova realtà, per la quale “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia”.
Dio indica le condizioni affinché le persone e il popolo vivano nella pace, in armonia con tutto e tutti nella fraternità, solidarietà e responsabilità propria della famiglia di Dio. A tal fine li ha liberati dalla schiavitù dell’Egitto – sinonimo di dominio, di sottomissione al male e al peccato – e condotti nella terra promessa, fornendo loro mezzi e condizioni di sussistenza. Il popolo è guidato dal codice dell’alleanza per vivere, in pienezza, la liberazione dalla schiavitù e la libertà dal male e dal peccato, con l’accoglienza della sua sovranità.
Nel compimento della giustizia e del diritto, espressione e manifestazione della gloria di Dio e del legame indissolubile con il Signore, le genti, i popoli “vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà”, e si estenderà a tutti loro il dono della salvezza nell’accoglienza della sua sovranità, fautrice della pace.
Il testo è un messaggio di speranza per il popolo che non intravede futuro e senso del proprio vivere. L’asse per rovesciare la situazione è la pratica della giustizia e del diritto, per cui leggi, costumi sociali e religiosi vanno rielaborati. Allora l’uomo non sarà l’avversario, l’aguzzino, lo sfruttatore dell’altro né della società e del creato. Sarà il fratello pronto ad attendere alle legittime necessità, nella misura delle possibilità e delle circostanze, per convivere con sentimenti che qualificano la corretta adesione alle attese del Signore e nel far sì che il profondamente umano esprima il divino.
Per il popolo e la persona è l’evento di luce che illumina il mondo e instaura il bene comune, cui fa riferimento la seconda lettura.

Seconda lettura (1Cor 12,4-11)

Fratelli, vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.
A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue.
Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

Paolo argomenta riguardo ai diversi doni – i carismi -, ministeri e attività, attribuendoli rispettivamente allo Spirito Santo, a Gesù Cristo e al Padre: “Fratelli, vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti”. È descritta, con queste parole, la specifica azione di ogni membro della Trinità.
Al Padre è attribuita l’opera a favore dell’umanità e di ogni persona. Gesù al riguardo afferma ai giudei: “Vi faccio vedere molte opere da parte del Padre (…) Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi, ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre” (Gv 10,33a. 37-38).
L’attività evangelizzatrice è propria del Figlio. La sua ministerialità riguarda l’attuazione della volontà operativa del Padre. In ogni contesto e circostanza Gesù elabora la risposta adeguata, in attenzione alla volontà del Padre.
Lo Spirito Santo, sapienza, forza e dinamica di Dio, dona al Figlio le condizioni necessarie per attuare la volontà del Padre.
La figura dell’azione trinitaria è simile a quella di tre persone che, tenendosi saldamente per mano, danzano al ritmo della vita, in attenzione alla necessità del destinatario (persona, società, umanità). In tal modo creano e ricreano nel credente le condizioni di accoglienza dell’amore divino e, con esso, l’avvento della sovranità di Dio, la realtà del suo Regno nel presente, anticipo e partecipazione dell’evento finale alla fine dei tempi.
Cosicché l’attività ministeriale del credente è sostenuta e motivata dalla giustizia e dal diritto – il bene della comunità – che, in controluce, fa emergere la filigrana dell’amore trinitario nel contesto e nella circostanza specifica, indicando se l’attività pastorale è svolta in modo disinteressato e gratuito, senza secondi fini o, peggio, interessi di lobby.
Nell’azione a favore della giustizia e del diritto concorre tutta la Trinità con la dinamica dell’amore, fautrice dell’autentica spiritualità delle persone e della comunità, e sostenuta dal binomio essere/agire, paragonabile alle due facce della stessa medaglia; realtà inscindibile nel mantenere la propria specificità e distinzione.
La dinamica del rapporto, sostenuta dallo Spirito, assume diverse modalità in ordine alle circostanze e ai soggetti coinvolti: “A ciascuno è data la manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”. Quest’ultimo è l’avvento del regno di Dio, conformato dallo stile di vita, dalla filosofia della convivenza fraterna e solidale, dalla qualità del rapporto di comunione e fraternità in sintonia con le loro diversità, in cui emerge il segno che attesta l’autenticità della sovranità di Dio.
La diversità dei doni, opera “dell’unico e medesimo Spirito”, svuota la tentazione di concepire la realizzazione personale in modo individualista. Ogni persona – immagine e somiglianza di Dio – è chiamata alla responsabilità solidale, che non può essere disattesa o diminuita, a pena di intraprendere un cammino che non conduce alla realizzazione e alla felicità sospirata.
I diversi doni, servizi e attività umane, correttamente assunti ed esercitati, rispondono e sintonizzano con ciò che va oltre i bisogni e le circostanze locali e immediate. Essi sono in funzione del bene comune della comunità locale e dell’umanità intera. È noto il detto: “pensare globalmente per agire localmente” (ad esempio, la sfida ecologica). In effetti, macro e micro, nel tendere alla vita piena, partecipano della stessa realtà, dello stesso destino, di ciò che è.
Il peccato – cedere all’impulso egoista, egocentrico – frammenta, separa e segmenta ciò che nell’insieme costituisce la bellezza, lo splendore, il fascino dell’armonia e della comunione. Esso procede in senso opposto al cammino di vita piena, espressa metaforicamente dal banchetto di nozze, dalla festa, dalla gioia della convivialità, alla quale orienta l’insegnamento e la prassi di Gesù in ordine all’accoglienza del regno di Dio, come si evince dal Vangelo odierno.

Vangelo (Gv 2,1-11) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il testo è molto conosciuto. Il banchetto e la festa, per Gesù, indicano la realtà del regno di Dio, ambito della salvezza individuale e sociale nella vita giornaliera e, allo stesso tempo, tensione verso l’ultimo e definitivo, quando Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Al riguardo è significativo che il banchetto non ha come fine la sazietà ma la festa, la gioia. In altre situazioni Gesù si auto-definisce come cammino, come via: “Io sono la via, perché verità e vita” (Gv. 14,6), non come meta. Quest’ultima è l’accoglienza del Regno, della sovranità trinitaria nel presente. La festa, la gioia piena sono la meta.
Verso la fine del prologo al suo vangelo, Giovanni scrive che La legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità, espressione che indica l’amore fedele di Dio, vennero per mezzo di Gesù, contenuto della nuova alleanza che Egli stesso installerà.
Il brano odierno omette l’inizio – “il terzo giorno (…)” –, indicazione importante perché rappresenta il giorno dell’alleanza sul monte Sinai, il giorno nel quale Dio interviene attraverso la legge. L’alleanza tra Dio e il suo popolo era raffigurata dai profeti con l’immagine nuziale: Dio era lo sposo e il popolo la sposa.
Ebbene, “(…) vi fu una festa di nozze e c’era la madre di Gesù”. La madre di Gesù appartiene a questa alleanza, Gesù no. “Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino…”. Elemento caratteristico importante delle nozze è il vino. Lo sposo e la sposa bevono allo stesso calice e il vino rappresenta l’amore tra gli sposi. E in questo matrimonio manca il vino, manca l’amore.
La madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. La madre, che rappresenta l’Israele fedele, non dice “Non abbiamo vino”, ma dice: “Non hanno vino”. La madre crede che il messia, il Cristo, voglia dare nuova vita all’antica alleanza e quindi lo invita ad agire.
E Gesù le risponde: “Donna …” Un figlio non si rivolge mai alla madre con questo appellativo “Donna”, che significa moglie, donna sposata. (fra parentesi, Gesù nel vangelo di Giovanni si rivolge con questo appellativo a tre donne che rappresentano le tre spose di Dio. Alla madre, che rappresenta la sposa sempre fedele; alla Samaritana, la sposa adultera che lo sposo ha recuperato con l’offerta di un amore ancora più grande e, infine, a Maria di Magdala, che rappresenta la sposa della nuova comunità).
Donna che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Gesù indica alla madre la necessità di lasciare da parte il passato. L’opera di Gesù non si appoggia sulle vecchie istituzioni ma apporta una radicale novità nei rapporti tra Dio e l’uomo, che non può essere contemplata nell’antica alleanza. L’ora di Gesù sarà l’ora della morte. Sulla croce verrà sancita la nuova alleanza.
Sua madre disse ai servitori…”, e qui l’evangelista ricalca nelle parole della madre quanto il popolo disse a Mosè in vista dell’annuncio dell’alleanza: “Quanto il Signore ha detto noi lo faremo” e la madre dice ai servitori: “Qualunque cosa vi dica, fatela”.
Al centro del brano c’è il motivo che spiega perché manca il vino: perché manca l’amore. “Vi erano là sei anfore”, il numero sei indica ciò che è incompleto, di pietra, come le tavole della legge, “per la purificazione dei Giudei”. Se l’alleanza tra Dio e il popolo era basata sull’osservanza di leggi, di precetti, accadeva che questo creasse solo sensi di colpa nelle persone che non riuscivano ad adempiere e praticare tutti i dettami della legge e ciò li faceva sentire sempre indegni. Di conseguenza, la relazione con Dio, nella quale l’uomo si sente sempre colpevole, sempre indegno, sempre con sensi crescenti di inadeguatezza, come può essere sperimentazione dell’amore di Dio?
Le sei anfore di pietra per la purificazione dei Giudei, “contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri”, cioè 600 litri, una misura spropositata, indicano che il popolo si sente sempre in colpa e sempre bisognoso di purificarsi, di chiedere perdono.
E Gesù disse loro: Riempite d’acqua le anfore”. Le anfore sono vuote, inutili. Quindi la purificazione attraverso un rito esteriore è inutile. La purificazione non è un rito esterno all’uomo, ossia da compiersi con l’acqua, ma cambiando l’interiorità dell’uomo mediante l’esperienza dell’amore incondizionato di Dio, che adesso Gesù farà provare. “E le riempirono fino all’orlo”. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”.
Ora prendetene e portatene” – appare per la prima volta un personaggio importante che è il maestro di sala. In questi pranzi, che duravano anche giorni, c’era un incaricato che doveva sorvegliare l’andamento della festa e, soprattutto, stare attento alle provviste. Ebbene, questo personaggio importante non si accorge della mancanza di vino.
Il personaggio importante è il sommo sacerdote, rappresentante dei capi del popolo che non si rendono conto della situazione della gente che è senza amore. A loro non interessa. Ebbene, Gesù dice: “ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono. “Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino” (le anfore non conterranno mai il vino, simbolo dello Spirito che Gesù effonderà), ma l’acqua diventa vino quando viene attinta dalle anfore.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”.
Per il direttore del banchetto il buono e il bello appartengono al passato, all’antica alleanza. Si meraviglia che il bello e il buono debbano ancora venire. Per questo rimprovera lo sposo, per quest’ordine inusuale dei vini. Prima si serve il vino buono, poi quando la gente è già alticcia, si serve quello più scadente. Quindi per l’autorità il buono appartiene al passato.
La conclusione è: “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria”. In questa proposta e in quest’offerta della nuova alleanza, Gesù manifesta la sua gloria, esattamente come Dio sul Sinai manifestò la sua gloria. Nell’antica alleanza la gloria di Dio si manifestava attraverso la legge, nella nuova alleanza attraverso una offerta continua e crescente di amore.
Nella prima alleanza l’uomo doveva meritare l’amore di Dio, nella nuova questo vino viene donato. L’amore di Dio non guarda i meriti degli uomini, ma i loro bisogni.