Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: 2° Domenica dopo Natale

 

Prima lettura (Sir 24,1-4.12-16)

La sapienza fa il proprio elogio,
in Dio trova il proprio vanto,
in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca,
dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
in mezzo al suo popolo viene esaltata,
nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:
«Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti”.
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato,
per tutta l’eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

La sapienza è il perfetto grado di conoscenza delle cose e della pratica corrispondente. Essa è l’insieme di sapere e agire con intelligenza, con l’adeguata capacità di discernimento nell’elaborare l’ethos e le doti morali. Essa è la fonte dell’esperienza, della competenza, dell’abilità e della saggezza. È uno dei sette doni dello Spirito Santo che desta e sostiene l’aspirazione alle cose divine.
Il brano è l’elogio della sapienza che “in Dio trova il proprio vanto”. Essa afferma di sé stessa: “Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creata”, e ha coscienza che “per tutta l’eternità non verrò meno”.
La sua missione è trasmettere l’eternità nel tempo cronologico nel conferire, alla realtà umana in continuo sviluppo e crescita, il dono dell’eternità e nel fare di essa “nuovo cielo e nuova terra” (Ap21,1), manifestazione della gloria di Dio, dell’avvento della sua sovranità.
La sua esistenza e azione è a favore del popolo: “Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: ‘Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti’”.
Dio e il popolo – quest’ultimo per mezzo di Mosè – sigillano il Patto nel Sinai dopo la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto. Con l’entrata nella terra promessa il popolo, nell’accogliere il dono della sapienza, si perpetua nella libertà donata da Dio per la pratica del diritto e della giustizia. L’effetto è l’avvento del regno di Dio, testimonianza e richiamo per tutte le nazioni della terra affinché partecipino e si integrino della stessa realtà.
Il segno del Patto è Legge. L’osservanza dello spirito di essa – che oltrepassa la sola materialità del precetto – costituisce il cammino per l’accoglienza, l’entrata e la crescita nel regno, finalità dell’azione di Dio.
La sapienza è l’insieme di elementi che, organicamente strutturati, permettono di gestire correttamente tale processo. Essa richiede impegno intellettuale, psicologico, sociale e morale a tutto campo, nel percepire la direzione e il cammino degli eventi giornalieri e storici da vagliare e combinare con la giustizia e il diritto, a favore delle persone più esposte al sopruso, allo sfruttamento – le vedove, gli orfani, gli stranieri – e classi sociali meno favorite.
Pertanto, la sapienza può affermare di sé stessa: “Nella tenda santa ho officiato e così mi sono stabilita in Sion”. La tenda è il popolo eletto, ed è santa per l’adeguato comportamento del popolo votato al rispetto dell’Alleanza ed alla comunione di vita e di destino con Dio.
Allora la sapienza affermerà di sé stessa: “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi – quelli che si identificano e agiscono per la causa del regno – ho preso dimora”. Essa “dinnanzi alle schiere proclama la gloria dell’Altissimo” per i frutti di solidarietà, responsabilità e fraternità nei rapporti sociali e nella comunione con le persone di diversa origine, cultura e religione.
Nonostante il bellissimo ed entusiasmante quadro, la sapienza non è stata compresa, né valorizzata e accolta. La difficoltà di allora è quella di sempre, e riguarda la dedicazione, l’impegno di amore nel declinare la solidarietà fraterna, l’intelligenza, il coraggio, l’audacia nell’elaborare creativamente nuove risposte intraprendendo cammini inediti e rischiosi, confidando nella sintesi che la sapienza suggerisce, in attenzione alle mutevoli condizioni della vita sociale e individuale.
Fra l’altro, la fedeltà nel mantenere solida l’identità del proprio essere e agire a livello personale e sociale, non consiste nell’eseguire norme e regole consuetudinarie, meno ancora la gattopardesca ed ipocrita attitudine di “cambiare per non cambiare”, ma agire con l’insegnamento e la pratica creativa di cui sopra.
È celebre la frase di San Giovanni della Croce: “per arrivare alla meta che non conosci devi intraprendere il cammino che non conosci”. Fuori da tale indicazione c’è la sapienza, ma non quella che viene dall’alto e che il testo odierno presenta ed elogia.
Una testimonianza di grande importanza è l’esperienza di Paolo con l’incontro del Risorto, della quale è un riflesso la seconda lettura.

 

Seconda lettura (Ef 1,3-6.15-18)

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Paolo eleva a Dio la lode e il ringraziamento perché “ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”. L’esperienza dell’incontro con il Risorto, alle porte di Damasco, gli apre un nuovo orizzonte di vita nel percepirsi partecipe della vita “in Cristo”.
In tutto l’inno, l’affermazione “in Cristo” è l’inizio dei quattro paragrafi del testo completo, la cui importanza non sfugge all’attento lettore. Lo stare “in Cristo” rimanda alla realtà per la quale Lui è in ognuno di noi e noi un Lui, sul modello del rapporto sponsale fra l’amante e l’amato, indissolubilmente unito dall’amore; amore estensivo all’umanità di ogni tempo.
In Lui” la persona e la comunità credente sono coinvolti nella realtà universale. Questo perché Gesù con la sua morte e risurrezione entra corporalmente nell’ambito del divino – il cielo – quale rappresentante davanti al padre dell’umanità di tutti i tempi. Oggettivamente, dal punto di vita di Dio, l’umanità è redenta, immersa nella gloria di Dio. Ogni persona e la comunità sono chiamate ad accogliere gratuitamente tale evento. È il dono, la grazia, per l’umanità.
Con l’evento di Damasco in Paolo si avvia un processo di comprensione e di crescita al punto che da persecutore diverrà apostolo di tutte le genti, per la conversione e la rigenerazione a nuova vita, tanto da affermare: “non vivo più io, ma Cristo vive in me – lui in Cristo e Cristo in lui –. E questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20).
Con grande stupore e profondo senso di gratitudine Paolo si rivolge agli Efesini, coinvolti nello stesso evento pasquale, e afferma che anch’essi partecipano “di ogni benedizione spirituale in Cristo” e che, permanendo “in Cristo”, sono sostenuti dall’azione dello Spirito, benedizione del loro operato e dalla consapevolezza che il Padre, “in Gesù Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”.
La condizione di rigenerati, in comunione con Gesù Cristo, fa sì che essa riveli l’origine nell’amore trinitario già attivo prima della creazione del mondo. Con esso l’apostolo trasmette l’idea della grandezza, profondità ed inesauribilità del mistero di Dio in cui sono immersi.
La coscienza dell’immersione non è fine a sé stessa, in termini di gratificazione e di benevolenza, ma è per attivare l’amore che motiva e sorregge la pratica della carità – della giustizia, dl diritto – a favore delle persone, dell’umanità e del creato intero, con rapporti umani autentici e l’organizzazione della nuova società, confacente all’avvento del Regno.

È la carità che assicura la condizione di santità – separazione da tutto quello che non è carità – e mantiene integro e senza macchia, nella comunione in Cristo, chi responsabilmente la esercita, imitando l’insegnamento di Gesù.
Tale condizione fa emergere ciò che siamo, il destino che è in noi, “figli adottivi mediante Cristo Gesù”, nel rilevare e prendere coscienza della condizione ultima e definitiva attivata dalla fedeltà alla pratica dell’amore. Tutto ciò corrisponde “al disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.
Il dono (la grazia) immeritato, che trasforma l’immagine e la visione di sé stesso, acquista uno splendore ancora maggiore e più intenso se trasmesso ad altri nei diversi contesti e circostanze, sperando che i destinatari si coinvolgano nella stessa dinamica. Così si compie il disegno d’amore del Padre che, da un lato glorifica la creatura e l’umanità, dall’altro glorifica il Padre per il culto spirituale, sorretto dall’azione dello Spirito e la consegna del Figlio per la causa del Regno.
Infine Paolo, “avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete versi i santi – i membri della comunità -, rende grazie a Dio affinché “vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. Il dono è particolarmente necessario per attualizzare la carità con creatività, audacia e coraggio nelle mutevoli e varie condizioni di vita personale e sociale a cui è diretto l’annuncio e la missione.
Infine augura che “Il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui e illumini gli occhi del vostro cuore – il progetto di Dio per l’umanità – per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati” nell’accogliere il dono di Dio, dell’avvento del suo regno e, “quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi”, la comunione con Dio e la salvezza di tutti.
Ciò è reso possibile dalla centralità dell’evento Gesù Cristo, che il vangelo sintetizza in maniera mirabile.

Vangelo (Gv 1,-18)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Il brano, elaborato all’inizio del secondo secolo – molti anni dopo la morte e risurrezione di Gesù – dalla Chiesa di Giovanni (gli esperti dicono che non erano più di cinque persone!) è una visione retrospettiva del mistero di Dio, nella persona umana di Gesù di Nazaret.
L’autore corregge l’interpretazione biblica della Genesi “in principio Dio creò il cielo e la terra”, nel senso che prima di tale progetto Dio aveva in mente l’evento Gesù Cristo a favore dell’umanità, nel dare inizio al nuovo cammino – nuovo “principio” della creazione e nuova storia – nel quale Gesù è “il Verbo – la parola/azione – presso Dio”. Egli sintetizzerà l’opera con il comandamento: “amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 15,12).
L’opera fa sì che
tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” e avalla la parola/azione del Verbo, che sostiene l’attività creativa per mezzo della quale tutto è chiamato all’esistenza.
L’attività creativa è il “Principio” che non si esaurisce nel momento cronologico del “creò cielo e terra”, ma instaura il momento di ogni momento cronologico per la perenne attività della parola/azione centrata nell’amore.
Con esso è attivata la dinamica dell’amore, processo di crescita e di sviluppo dell’umanità e della persona nel tempo che trascorre, per l’azione del “Verbo” che si fa carne nella persona di Gesù; Verbo che “era – ed è – vita, luce che illumina ogni uomo”.
La luce della parola/azione del Verbo è forte e intensa. Il Verbo, afferma l’evangelista, “veniva nel mondo (…) eppure il mondo non lo ha conosciuto, Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Ma non tutti, dato che “a quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome”.
È importante prendere atto che Figli di Dio non si nasce, ma si diventa nell’accogliere Gesù – il Verbo, parola/azione – nella propria esistenza, e imitare il suo amore. Con Gesù, Dio non è più da cercare, ma da accogliere. Con Lui l’uomo non vive più per Dio, ma vive di Dio; con Lui e come Lui va verso gli altri.
Il potere di diventare figli di Dio è posto dal Figlio nelle mani degli uomini. Esso si attiva in loro per “credere nel suo nome”, per la fiducia nel Verbo, parola/azione che testimonia e insegna il cammino di salvezza dell’umanità e della persona.
Nome e fiducia in Gesù, rappresentante davanti al Padre dell’umanità e di ogni persona, che con l’insegnamento e la pratica dell’amore rigenera e accoglie nel regno coloro che, per la teologia consolidata e gestita dalle autorità del tempo, erano irrimediabilmente condannati ed esclusi dall’entrare nel regno di Dio.
Lo stesso Giovanni racconta che “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi gridò: ‘Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me” (Gv 7,38). Chi ha fame e sete di giustizia sarà saziato con l’avvento del regno di Dio (Mt 5,6): basta “bere” l’insegnamento, la pratica e trasmettere la fiducia nell’efficacia del “bere”.
Gesù riprende la Scrittura: “Dal suo grembo – del credente – sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,39). È la condizione della nuova generazione, che nasce dall’alto, nell’accogliere l’avvento del regno di Dio nel vissuto giornaliero, realtà che “non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”: uno di noi, affinché ognuno rimanga in Lui oggi e sempre, vincendo la morte in virtù della Sua risurrezione.