Padre Vincenzo Percassi

 

Gesù non doveva nascere solo per migliorare la situazione esistenziale delle persone, per affermare certi ideali o per incoraggiare le aspirazioni migliori dell’umanità, tutte cose che nel corso della storia si sono realizzate anche se tra molte contraddizioni e ritorni indietro. Gesù doveva innanzitutto rinnovare la natura stessa dell’uomo nella sua integrità fatta di carne, di affettività e di spirito. Per questo – dice la lettera agli Ebrei – entrando nel mondo Cristo dice: un corpo Signore mi hai dato. Non è Gesù – colui che esiste dai giorni antichi – che viene ridotto alla nostra condizione umana ma è la nostra condizione umana – il corpo – che viene a Lui consegnata e quindi “elevata”. Per questo lo stesso Gesù aggiunge: ecco io vengo per fare la tua volontà. Pur avendo un corpo come noi tutti Gesù, a differenza di noi tutti, entrando nel mondo parla innanzitutto con il Padre stesso e non con il mondo, conserva cioè una relazione prioritaria e intima con il Padre. Questo implica che da un lato Gesù, con il suo atteggiamento figliale di obbedienza, rende questo suo corpo e quindi tutta la sua persona, la sua vita, la sua volontà disponibili perché si realizzi in lui l’opera del Padre ed il Padre, dal canto suo, risponde riversando nel Figlio non dei beni esteriori ma la sua stessa vita divina. Questa è già presente nel bambino di Nazareth, cresce con il crescere della sua persona e in un certo senso esplode con la resurrezione per riempire il mondo intero: ecco – conclude Michea – Egli sarà grande fino ai confini della terra e il suo nome sarà Pace. Con il corpo di Gesù risorge e quindi nasce tutta l’umanità che si associa a Lui per la semplice fede. Chiunque come Gesù accetta il rischio della fede e quindi entra nel mondo – non si separa dal mondo – dicendo come Lui a Dio Padre: “ecco io vengo per fare la tua volontà”, questi diventa in un certo senso carne della carne di Gesù, fratello, sorella e madre di Gesù, come se ogni corpo divenisse un grembo per accogliere la vita divina che germinata cresce gradualmente fino ad assumere la piena statura di Cristo. Così ogni vita umana è destinata ad esprimere sempre di più qualcosa della vita divina. È come se Dio dicesse, anche all’handicappato, all’embrione abortito o al vecchio abbandonato: consegnami il tuo corpo, la tua vita, e ne farò molto di più. (1)

Dalla vita o realtà più insignificante Dio può far nascere, come dal piccolo villaggio di Betlemme di Efrata, qualcosa che gli rende gloria. È il mistero del Natale che illumina ogni esistenza umana: la nostra vita non basta a sé stessa; deve accogliere in sé la vita divina. Ma in cosa si differenzia il modo di vivere divino da quello umano? In niente e in tutto allo stesso tempo. Accogliendo la vita di Dio il nostro modo di sentire, parlare, amare rimane assolutamente lo stesso al punto che in nulla il saluto di Maria ad Elisabetta può distinguersi da qualsiasi altra interazione umana. Al contempo tutto cambia perché questo modo umano di amare, una volta santificato dalla presenza della vita divina nei nostri cuori, diventa un mezzo attraverso il quale passa lo Spirito Santo e le persone dimenticano sé stesse e diventano capaci di vivere ogni “incontro” come un’esperienza di comunione. Dopo l’incarnazione ogni incontro con l’altro non è mai una formalità, una coincidenza, tanto meno un disturbo. In ogni incontro c’è sempre anche la presenza del “mistero” del Natale, il mistero della vita divina che si realizza nella vita umana.

Osservando attentamente ciò che accade tra Elisabetta e Maria ci si accorge che l’una è attenta più all’altra che a sé stessa. Maria cerca Elisabetta e la saluta per prima riconoscendo nella sua gravidanza non un semplice “fatto umano” ma un’espressione dell’amore di Dio che ha agito nella sua vita. Per questo Maria trascura di salutare per primo Zaccaria. Perché riconosce in quella gravidanza senile il primato dell’opera di Dio, l’azione dello Spirito Santo. Ugualmente Elisabetta restituisce la precedenza alla cugina chiamandola “la madre del mio Signore” e riconosce in lei non la sola relazione parentale ma l’opera dello Spirito Santo: beata te che hai creduto. In altre parole, l’amore umano vivificato dallo Spirito Santo diventa capace di riconoscere anche nelle situazioni “nascoste” un’opera di Dio che le rende preziose, diventa quindi capace di gioire sempre per l’altro, e soprattutto, diventa capace di cercare questo “incontro” anche laddove la nostra natura sarebbe tentata di escludere, di ignorare, di aggredire. A causa del peccato noi siamo costantemente tentati di evitare, banalizzare o distorcere ogni incontro in uno sforzo competitivo o aggressivo. Il peccato infatti è nel corpo esattamente come la vita divina, ed esso è quel potere che ti trattiene nell’orizzonte ristretto del tuo interesse, in modo tale che tu viva senza amare e quindi muoia senza accorgertene. Moriamo ogni giorno senza accorgercene, senza avere il senso del peccato e quindi del pericolo, senza la consapevolezza della sofferenza che causiamo a noi stessi e agli altri, senza renderci conto che anche la nostra vita è fatta per l’incontro, per essere visitata, rallegrata da mille occasioni nelle quali non incontri solo l’altro ma anche il mistero della vita divina e della sua tenerezza. Per la fede impariamo a riconoscere la vita divina negli altri e ad esclamare come Elisabetta: a che debbo che il mistero del Natale sia giunto fino a me.

  1. Jovannotti