Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: I DOMENICA DI AVVENTO -C- (28/11/2021)

Prima lettura (Ger 33,14-16)

Ecco, verranno giorni – oràcolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda.
In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra.
In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.

Ecco, verranno giorni”. Il profeta riferisce l’oracolo del Signore riguardo al futuro, del quale anticipa alcune caratteristiche e ne indica i segni premonitori. Garantisce che in quei giorni il Signore realizzerà “le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda”.
Le promesse di bene riguardano il fare d’Israele una realtà di pienezza di vita individuale, sociale e un modello per tutti i popoli della terra. Sono promesse che Dio fece al popolo liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto, e ratificate con l’Alleanza nel Sinai. Si tratta dell’evento futuro, ma allo stesso tempo di un evento presente che conforma il destino: ciò che è la persona, la comunità, l’umanità.
È il dono all’umanità di tutti i tempi, la cui finalità declina la coscienza di pace, la corretta convivenza fra i popoli, la qualità di vita di ogni persona. Ma la realizzazione si scontrerà con proposte alternative e ingannevoli, camuffate dall’illusione elaborata da politiche di dominio, di ricchezza, di potere, nelle mani di pochi a svantaggio di molti confinati nell’ambito della marginalità, della strumentalizzazione, della vita disumana.
Rimanere saldi al destino e agire di conseguenza è fede che sostiene e motiva l’adesione, ferma e determinata, a valori individuali e sociali che consolidano nella coscienza la tenacia nell’accogliere la sovranità di Dio, l’avvento del suo regno.

Però, sull’altro versante, forze contrarie generano quotidianamente conflitti che allontanano sempre più da ciò che è, dal destino. È il dramma sconcertante della violenza, dell’ingiustizia e altro, che conforma e sostiene in chi vi aderisce la seconda morte (Ap. 2,11; 20,6.14; 21,8), che allontana sempre più e definitivamente dall’ambito del regno di Dio. Dirà Gesù: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Lc,9,60), salvo conversione prima della morte fisica.
In questo versante le persone coinvolte sono prese dalla sfiducia, dallo scoraggiamento, dall’insuccesso e dall’inutilità, che demotivano l’impegno per la causa del regno e favoriscono risposte individuali, sostenute dall’impotenza e dall’impossibilità di praticare la giustizia sociale, l’equità, il diritto e le pari opportunità, ossia l’avvento della sovranità di Dio.
Tuttavia, la parola di Dio è il permanente dono di riferimento e promessa da accogliere, in virtù della quale il credente – persona o comunità – percepisce un Dio attivo, che fa sorgere nelle circostanze e situazioni in cui si trova(no) intuizioni e un cammino di speranza che tracciano la direzione giusta per ottenere l’adeguata soddisfazione.
Tale evento anticipa il futuro nel presente: “farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”, nel far sì che la missione del re declini la salvezza, soprattutto a favore dei più deboli ed esposti al sopruso, quali sono le vedove, gli orfani e gli stranieri.
Il re sarà apprezzato nella misura in cui è garante ed esecutore della giustizia. In tale circostanza si qualifica come il “germoglio giusto” – discendente del re Davide – agli occhi di Dio, che attualizzerà e consacrerà l’azione del re come espressione della sua volontà e del suo amore per il popolo. Di conseguenza, “in quei giorni” la giustizia e la pace trionferanno.
La fiducia nella promessa è fondamentale per mantenere gli occhi fissi nel Signore e non soccombere alla forza devastatrice del male e del peccato. Nella circostanza il futuro è già presente, ed esercita l’attrazione per la quale la speranza è sostenuta dalla verità etica del proprio comportamento. Ma non solo, essa attiverà la dinamica per la quale l’operatività del re sarà come la spirale in continua espansione, in attenzione alle nuove circostanze e situazioni elaborando processi di maggiore profondità e qualità in preparazione all’avvento della sovranità di Dio. È una dinamica che non finirà mai.
In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”. Il germoglio giusto, discendente di Davide, sarà il Messia. Si è fatto presente duemila anni fa. È Gesù, nato da Maria, e si manifesterà Gesù Cristo con la sua morte e la risurrezione.
L’Avvento si riferisce al momento in cui Egli si farà partecipe, non solo alla fine dei tempi ma già nel presente, come disse ai discepoli: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) e “il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con segni che la accompagnavano” (Mc16,20).
Il Natale instaura la tensione di vivere il presente in accordo al futuro ultimo e definitivo. E anche accoglierLo quale tensione e crescita del disegno di Dio per tutta l’umanità. L’evento non sarà percepito in modo univoco, ma sarà differente secondo le diversità di etnie, cultura e organizzazione per opera della ricapitolazione in Cristo.
La differenza sarà fra chi ha vissuto nell’orizzonte della promessa da chi, invece, non l’ha presa in considerazione o rifiutata. La condotta dei primi trova, nella seconda lettura, dei riscontri importanti e decisivi.

Seconda lettura (1Ts 3,12-4,2)

Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.
Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

Per la comunità cristiana era imminente la “venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”. La comunità riteneva che l’ultimo e definitivo Natale del Signore Gesù Cristo stava per compiersi. Pertanto, era più che ovvio, e necessario, prepararsi e accoglierlo nel modo dovuto, e la cosa migliore per farlo era intensificare la pratica dell’amore vicendevole. Al riguardo Paolo prega il Signore che “vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi”, in modo da “rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro”.
Paolo si riferisce all’esercizio della carità, propria di chi, uscendo da sé stesso e attento ai bisogni, alle esigenze dell’altro nelle circostanze del momento, sa rapportarsi in modo audace, coraggioso e creativo, dando senso e soddisfazione al donante come al ricevente, nel constatare l’adeguatezza della risposta alla necessità, quale rapporto interpersonale umano e, soprattutto, fraterno.
L’avvenimento qualifica e rafforza la comunione, la fiducia vicendevole, rende saldi e tenaci i cuori delle persone coinvolte nella pratica di sinceri e trasparenti rapporti, che permettono di essere sé stessi, senza maschere, nel manifestare la propria originalità e consolidare la vera comunione, nel rispetto dell’irriducibile diversità.
È la qualità del rapporto che rende le persone “irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro”, perché la santità – la determinazione nel cammino dell’amore – è accoglienza e partecipazione della realtà, della santità di Dio.
La volontà irreprensibile della pratica dell’amore genera, nella coscienza, la soddisfazione e la gioia del rapporto con Lui. L’amore determina e sostiene la pratica coraggiosa, audace, creativa e gratuita che “avete imparato da noi – Paolo – e il modo di comportarvi e di piacere a Dio”. A tal fine l’apostolo prega e supplica il Signore affinché “possiate progredire ancora di più”, dato che l’amore è come un pozzo senza fondo.
Egli non solo esprime il desiderio del suo cuore a favore del loro bene personale, ma indica che l’impegno di progredire porta risultati positivi e soddisfacenti per loro stessi e per i destinatari, nel momento in cui trasmettono l’amore così come l’hanno ricevuto da Cristo Signore.
Solo trasmettendo il dono aumenta e si consolida l’effetto in chi lo trasmette, oltre a beneficare chi lo riceve. Il dono chiuso in sé stesso è deleterio, è come il sangue che non circola nelle arterie e diviene causa di nefaste conseguenze. Per progredire sempre più occorre attenersi alle indicazioni precise che l’apostolo ricorda loro: “Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù”.
Si tratta di fare in modo che esse – correttamente elaborate nella circostanza del momento – siano fonte e stimolo di audacia, creatività e coraggio per l’azione dello Spirito -, in modo che all’aumento del sapere si aggiunga il sapore dell’esistenza e la gioia profonda di chi trasmette e di chi riceve.
È importante percepire il rapporto e le azioni del presente in sintonia con l’ultimo e definitivo – la realtà escatologica presente e allo stesso tempo futura -, per la presenza del Risorto che sostiene e accompagna l’azione pastorale del credente e della comunità, ovvero il permanente Natale.

Vangelo (Lc 21,25-28.34-36) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

La chiesa celebra il Natale, la venuta del Signore, con il tempo dell’Avvento. Nella preparazione essa riprende testi importanti dell’Antico Testamento che riguardano l’attesa di quell’evento e hanno attinenza con la venuta del Figlio dell’uomo.
I testi, al di là dell’annunzio dello sconvolgimento spaventoso di tutto, trasmettono il grande incoraggiamento che Gesù dà alla sua comunità, che può scoraggiarsi di fronte alle strutture di potere che dominano la società.
L’avvento del Messia suscita nella comunità credente la riflessione sull’insegnamento e l’avvento escatologico nel presente, che in sé è il destino di ogni persona, della comunità. Destino da intendere non come meta finale da raggiungere, ma ciò che è: la vita eterna donata da Dio.
Questa realtà fa sì che Gesù risponda alla domanda che i discepoli gli hanno fatto: “Vi saranno segni”. Egli aveva annunziato la distruzione del tempio di Gerusalemme, perché un’istituzione religiosa che adopera il nome di Dio per sfruttare il popolo, per sfruttare i poveri, non ha diritto di esistere.
Allora i discepoli chiedono: “quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” Gesù risponde: “Vi saranno segni …” e adopera il linguaggio dei profeti: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle”. Il sole e la luna, nella cultura del tempo, nel mondo pagano, erano degli dèi che venivano adorati dai popoli. E tutti coloro che detenevano un potere si consideravano residenti nei cieli; il faraone era un Dio, l’imperatore romano era un Dio o un figlio di Dio. Tutti quelli che detenevano un potere si consideravano come stelle.
Ebbene, Gesù assicura che, grazie all’annunzio del vangelo, tutte queste strutture di potere, una dopo l’altra, crolleranno: “vi sarà sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti”. È il crollo degli imperi che dominavano, però davano sicurezza, ordine. Lo stesso Sant’Agostino quando sente scricchiolare l’Impero Romano, quella struttura portentosa, diceva: “E’ arrivata la fine del mondo”. Non era pensabile concepire un mondo senza la potenza dell’Impero Romano.
Ebbene, gli uomini hanno paura perché ciò che sembrava eterno, ciò che sembrava stabile, ciò che sembrava vero, non lo è più. E, soprattutto nel campo religioso, ciò che sembrava sacro in realtà non lo era. E Gesù annunzia: “Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte”. Nei cieli significa avere la condizione divina, il cielo è il luogo di Dio.
Chi sono queste “potenze dei cieli”? Sono appunto questi potenti che si arrogano la condizione divina per dominare e sfruttare le persone. Nelle lettere di San Paolo queste potenze dei cieli vanno sotto il nome di “troni, dominazioni, principati, potestà”, tutte immagini legate al potere, al dominio.
Allora “le potenze dei cieli” – questi potenti che detengono il potere, che dominano e sfruttano le persone – “saranno sconvolte”. L’annunzio della buona notizia di Gesù mostrerà il vero Dio, e le false divinità perderanno il loro splendore; e quei re, quei potenti che appoggiano il loro potere su queste divinità vedranno la fine del loro dominio.
Allora vedranno”. È interessante che Gesù non dica “vedrete”; pertanto non è una catastrofe che riguarda l’umanità, ma una catastrofe che riguarda ogni sistema di potere che sfrutta l’uomo per la propria convenienza.
È il momento in cui si sfalda e si sbriciola il loro potere; sono loro che, nel momento della caduta, “allora vedranno il Figlio dell’uomo (…)” – Figlio dell’uomo è un termine con il quale Gesù indica sé stesso, l’uomo nella pienezza della condizione divina – “(…)venire su una nube – immagine della condizione divina – con grande potenza e gloria”.
Nel momento in cui le potenze saranno sconvolte si afferma la potenza del Figlio dell’uomo, che non è la potenza del dominio ma dell’amore che si fa generosità e servizio; e la “gloria” del Figlio dell’uomo è l’amore incondizionato di Dio per la sua gente. Con esso Gesù inaugura il regno dell’umano, e tutto quello che è disumano è destinato a scomparire.
Ed ecco le parole di grande consolazione, di grande speranza e di grande incoraggiamento: “Quando cominceranno ad accadere queste cose …” – queste immagini non devono mettere paura ma, anzi, devono generare gioia – “(…) risollevatevi e alzate il capo (…)”, – laddove il capo rappresenta la dignità della persona –, ”(…) perché la vostra liberazione è vicina”. Quindi non è un annuncio che mette paura, ma un annuncio d’incoraggiamento: non c’è struttura di potere che prima o poi non sia destinata a crollare. Tutti i regimi di potere, civili e religiosi che, anziché servire l’uomo lo dominano e lo sfruttano, sono destinati a scomparire.
Poi qui, incomprensibilmente, i liturgisti tagliano dei versetti che sono importanti, in particolare quando Gesù dice: “così anche voi quando vedrete accadere queste cose sappiate che il regno di Dio è vicino” (v.31). Perché? La distruzione di Gerusalemme e del suo tempio permetterà finalmente l’ingresso anche dei pagani nel regno di Dio, quindi sarà un evento positivo. E l’assicurazione di Gesù, “il cielo e la terra passeranno, – cioè tutto passerà –, ma le mie parole non passeranno” (v.33), garantisce alla comunità che la forza del vangelo sarà più forte di qualunque potenza di dominio.
E Gesù disse loro una parabola. “Osservate una pianta di fico e tutti gli alberi. Quando già germogliano capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina”. Ed ecco il punto centrale: “Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose – quindi la fine di Gerusalemme e l’inizio dello sfaldamento di tutti i regimi che dominano le persone – “sappiate che il Regno di Dio è vicino” (v.29-31).
La società alternativa proposta da Gesù, con l’avvento del Regno di Dio diventerà realtà e anche i pagani saranno ammessi. E poi Gesù mette in guardia con un monito: “Attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. Il richiamo è alla parabola dei quattro terreni dove per la convenienza,
per l’interesse si rende sterile il messaggio di Gesù.
Allora Gesù mette in guardia i discepoli perché se essi si sono integrati in una società ingiusta, quella che deve scomparire, subiranno la stessa sorte. E li allerta che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso come un laccio perché esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Quindi esorta la comunità: state attenti a voi stessi, non vi conformate alla mentalità di questo mondo che è la mentalità basata sull’egoismo, sull’interesse, sulla provenienza; altrimenti, come sono destinate a scomparire tutte queste potenze, così rischiate voi di fare la stessa fine.
Ecco allora l’invito di Gesù: “Vegliate – cioè stati svegli – in ogni momento pregando perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e comparire davanti al Figlio dell’uomo – letteralmente stare di fronte e stare in piedi al Figlio dell’uomo -.
Questo messaggio è di grande incoraggiamento per la comunità: la comunità che è fedele al vangelo sarà veramente la luce che splende nelle tenebre e farà sì che le tenebre che soffocano l’umanità a poco a poco si dissipino.
Gesù invita a non essere conformi ad una società ingiusta perché questa è destinata a scomparire.