Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Siamo arrivati alla fine dell’Anno Liturgico. Questa Domenica è l’ultima dell’Anno B. Con la prossima entriamo nell’Anno C e mediteremo allora il Vangelo di Luca. La Liturgia che noi viviamo si estende in un Ciclo di tre Anni e la Chiesa ci invita a leggere i tre Vangeli sinottici (= Matteo, Marco e Luca) in maniera continua. Il Quarto Vangelo, quello di Giovanni, lo mediteremo inframmezzato agli altri, in modo da completare la lettura della Bibbia. Evidentemente mediteremo non solo i Vangeli, ma anche le Lettere degli Apostoli, gli Atti, l’Apocalisse (sempre nella seconda Lettura della Messa: in tutto abbiamo 27 Libri, che formano il Nuovo Testamento) e poi, particolarmente nella prima Lettura, leggeremo i 46 Libri dell’Antico Testamento. La riforma del Concilio Vaticano II, messa in pratica dal Papa Paolo VI, ha voluto mettere a disposizione del popolo cristiano tutta la Bibbia, cioè tutta la Parola di Dio.

Il passaggio da un Anno liturgico all’altro è sempre un momento importante, nel quale siamo invitati a riflettere sullo svolgimento della nostra vita. Che si realizza nell’arco del tempo. Sant’Agostino (354-430) diceva a proposito del tempo: “Se nessuno me lo domanda, lo so; ma se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. A ragione questo santo Dottore della Chiesa rispondeva in maniera enigmatica. Infatti il tempo è una dimensione dell’anima. Appunto si tratta di combinare assieme la finitezza con l’eternità. Il tempo infatti è legato alla realtà fisica delle cose (e di noi stessi). Insegnava appunto il grande scienziato Albert Einstein (1879-1955) che il tempo è legato alla materialità dei corpi, e ne definisce i rapporti fra loro.

Per gli antichi Greci il tempo era la continua ripetizione dello stesso ciclo, l’eterno ritorno delle cose, sempre uguali e sempre nelle mani del Fato (= realtà che domina le cose e gli uomini) . Bisogna rassegnarsi e accettare il nostro destino. Per gli antichi Romani, pur ammettendo l’esistenza del Fato, ognuno di noi doveva darsi da fare, perché “ogni uomo è artefice del proprio destino”, come diceva Appio Claudio Cieco (340-273 prima di Cristo). Per la Bibbia il tempo non ha una dimensione ciclica, ma c’è un prima e un poi; c’è la Creazione e ci sarà la fine del Mondo. Anche per noi Cristiani, pur celebrando liturgicamente i Cicli dei tre Anni, non siamo chiusi in un eterno ritorno. Noi siamo certi che andiamo verso il Regno di Dio. Celebrando la nostra Liturgia, facciamo memoria del passato, ma guardiamo al futuro, alla realizzazione piena della Salvezza.

Come diceva il grande teologo protestante Oscar Cullman (1902-1999) noi viviamo “il già e non ancora“, cioè facciamo memoria del passato per aspettare il futuro, che è nelle mani di Dio, Padre di misericordia. Chi realizza in sè la finitudine e l’eternità nello stesso tempo e nella stessa persona è solo Gesù Cristo, perché è Figlio di Dio, ma è nato da una donna, Maria di Nazareth, così cme lo ha definito il Concilio di Calcedonia (451 dopo Cristo). Gesù è vero Dio e vero Uomo. Per questo, con la sua donazione e immolazione sulla Croce, si pone al centro del Mondo e del Tempo. Ed è pertanto il Salvatore, perché ci permette di superare il limite del tempo e dello spazio, nella risurrezione finale. A ragione Papa Pio XI ha voluto che oggi celebrassimo la Solennità di Cristo Re. Siamo nel 1925. Erano tempi difficili per la storia umana. Il Fascismo in Italia, il Nazismo in Germania, il Marxismo-leninismo in Unione Sovietica non promettevano nulla di buono. Infatti ci si è incamminati decisamente verso la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) che ha prodotto 56 milioni di morti, assieme alla Shoah (= il chiaro progetto di eliminare fisicamente il popolo ebraico dalla faccia della Terra).

Oltre a queste dittature, che Papa Pio XI condannava in blocco con l’istituzione della Festa di Cristo Re, c’è anche nella Chiesa il clericalismo. Che vuol dire? La Chiesa, si dice, sta bene quando domina il Mondo la sua istituzione organizzata. Si vorrebbe cioè il Regno di Dio (= la Chiesa visibile) alleato con le potenze politiche. Il Concilio Vaticano II ha corretto le cose: la Chiesa è solo un germe e un inizio del Regno di Dio. Essa perciò è nel Mondo, ma, come corpo di Cristo, “non è del Mondo” (Giovanni 17, 11.13).

E’ quello che ci insegna il Vangelo di oggi (Giovanni 18, 33-37). Si tratta della regalità universale di Gesù, proclamata dinanzi a Ponzio Pilato, procuratore dell’imperatore Tiberio, suprema autorità mondiale. Siamo allo scontro finale. Le tenebre sono uscite allo scoperto. Le autorità religiose (= i Giudei per l’evangelista Giovanni) chiedono l’intronizzazione sulla Croce del Rabbi di Nazareth. “Ave, Rex Iudaeorum!” (= Gioisci, re dei Giudei!) hanno detto i soldati romani (Giovanni 19, 3), per prendere in giro Gesù. Ma il Re che è crocifisso, lo è per tutti, vicini e lontani. Ciò che è detto per burla è la verità, proprio la verità che ci rende liberi (Giovanni 8, 32). La menzogna (= il saluto per burla dei soldati romani), senza volerlo e senza saperlo, afferma la verità. Infatti il Re crocifisso (Gesù) crocifigge nella sua nullità tronfia e vuota ogni potere di morte. Gesù sulla Croce esegue il giudizio di Dio che è questo: invece di condannare qualcuno, il Cristo dà la vita per tutta l’umanità. Ed è proprio sulla Croce che Gesù è Re.

La regalità di Gesù, proclamata sulla Croce, demolisce la nostra immagine sbagliata di uomo e di Dio. Non bisogna farsi immagini di Dio o dell’uomo, come dice la Bibbia, perché l’unica immagine del Signore è l’uomo stesso, perchè così Dio l’ha creato (Genesi 1, 27).

“Che cos’è la verità?” chiese Ponzio Pilato (Giovanni 18, 38). Bastava che aprisse gli occhi: la verità era la persona che gli stava davanti. Questa domanda anche l’uomo se la pone da sempre. Ma ogni potere che opprime (in questo caso Pilato) la lascia senza risposta, perché si fonda su menzogna e violenza. Pilato, avendo capito che Gesù era innocente, doveva agire per difenderlo. Invece scelse l’opportunismo, che è sempre una via politica. Propose la grazia pasquale: la scelta tra Barabba e Gesù. Barabba è liberato e Gesù è condannato alla crocifissione. In realtà l’uccisione dell’innocente diventerà la nostra grazia pasquale. Il Cristo sulla Croce (= trono della sua gloria) sarà l’agnello pasquale che toglie il peccato del Mondo (Giovanni 1, 29). Il Giusto sofferente diventa allora la presenza di Dio nel Mondo, cioè la salvezza per tutti. San Daniele Comboni (1831-1881) aveva sempre davanti agli occhi la Croce. Sul suo stemma episcopale aveva scritto: “In hoc vinces” (= con questo segno, cioé la croce, vincerai). E cioè, come per Gesù, la sofferenza ha un valore salvifico. Nella relazione alla Società di Colonia (che lo aiutava economicamente nel fondare le strutture della sua Diocesi in Sudan), così scriveva, il 15 febbraio del 1879: “Di fronte a tante afflizioni…., il cuore del Missionario è rimasto scosso, ma non deve perdersi d’animo per questo… Solo nella Croce sta il trionfo…Il vero apostolo quindi non può aver paura di nessuna difficoltà e nemmeno della morte. La croce e il martirio sono il suo trionfo”.

 P. Tonino Falaguasta Nyabenda