Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO -B-
(14/11/2021)

Prima lettura (Dn 7,13-14)

Guardando nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Nell’Antico Testamento la missione del re è salvare e difendere le vedove, gli orfani, gli stranieri e, in generale, le persone più vulnerabili ed esposte allo sfruttamento e alla prepotenza dei ricchi e potenti che dominano la vita sociale, economica e politica. Questi ultimi hanno fatto della terra promessa un nuovo Egitto per i primi, andando contro i termini dell’Alleanza stabilita nel Sinai per volontà di Dio liberatore.
Il profeta racconta la visione: “ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”. Il cielo è quella parte della creazione in piena comunione con Dio, dove egli abita e sulla quale regna. Le nubi indicano la presenza dello Spirito. Quindi, dal Padre e dallo Spirito, ecco venire “uno simile al figlio dell’uomo”, un soggetto singolare per la provenienza e con caratteristiche simili all’uomo. E di fatto l’uomo non è estraneo alla realtà di Dio anzi, al contrario, è intimamente legato e connesso a Lui.
L’importanza di questa figura si deve al fatto che Gesù si attribuisce il titolo di “figlio d’uomo”; infatti, Egli mai si presenta come Messia o Figlio di Dio. Il titolo mostra il singolare rapporto con il Padre, come se da un lato stringesse la mano del Padre e dall’altro quella dell’uomo. L’amore che circola tra i due è il terzo della realtà trinitaria, lo Spirito.
È opportuno specificare che “figlio d’uomo” non si riferisce solo a una persona singola ma anche al “popolo del santi” (Dn 7,27), giacché nel linguaggio biblico non sempre è facile distinguere fra il soggetto individuale (il capo) e quello collettivo (il popolo). Lo stesso testo specifica come “il popolo dei santi” riceve il potere dopo la prova della persecuzione (Dn 7,25).
Così, il “figlio d’uomo giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. È condotto dallo Spirito alla presenza della massima autorità, la cui autorevolezza è indiscussa in virtù della lunga vita ed esperienza – il vegliardo – che gli conferisce dignità, prestigio e condizione di governo.
Il “figlio d’uomo”, per la singolare condizione, partecipa della vita di Dio, del suo potere e della sua autorità: “gli furono dati potere, gloria e regno”. Questi e il vegliardo sono in solida e inscindibile unione: di fatto i due, e lo Spirito, si rapportano costantemente, conservando ognuno la propria specificità in ordine alla missione.
Il compimento di essa fa sì che “tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano”, riconoscendone l’autenticità della condizione divina e constatando che “il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà distrutto”. Il potere del “figlio dell’uomo” è in radicale contrasto con il potere dei regni umani, che sorgono, giungono alla loro auge e poi si dissolvono.
Il contrasto è motivato dalle caratteristiche opposte di chi esercita il potere secondo criteri comuni di dominio e sottomissione rispetto a quelle del “figlio dell’uomo”, in sintonia con la realtà dell’avvento del regno di Dio. L’opposizione è tale da costituire una minaccia per il primo, al punto da essere motivo di persecuzione contro il “figlio dell’uomo”.
Gesù – il “figlio d’uomo” – dopo la persecuzione e la passione, si presenterà nello spazio della creazione di coloro che lo hanno seguito e hanno sofferto per la fedeltà alla causa del regno. Costoro sono nella pienezza dello Spirito del Risorto, investito di potere eterno che non avrà mai fine, e del regno che non verrà mai distrutto.
Le caratteristiche del potere, esercitato nell’ambito del regno di Dio, sono il riflesso e la manifestazione dell’amore trinitario e, come tale costituisce il capovolgimento al quale fa riferimento Gesù rivolgendosi ai discepoli: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere primo tra di voi, sarà vostro schiavo” (Mt 20, 25-26).
Il destino del “figlio d’uomo” è quello di ogni persona che si santifica nella pratica dell’amore, che accoglie l’avvento della sovranità di Dio – il regno – e instaura la nuova vita a livello individuale e sociale Pertanto la pratica dell’amore non finirà mai, dato che la sua dinamica è come una spirale in continua espansione e rigenerazione, che tutto coinvolge e niente di ciò che partecipa di essa andrà distrutto.
È lo sfondo della seconda lettura.

Seconda lettura (Ap 1,5-8)

Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.
A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà,
anche quelli che lo trafissero,
e per lui tutte le tribù della terra
si batteranno il petto.
Sì, Amen!
Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

A Gesù Cristo “la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”. Egli è nella gloria di Dio per sempre, quale parte integrante della Trinità. In lui risiede il potere e l’autorevolezza per introdurre la persona e l’umanità nell’ambito del regno. L’“Amen” è la professione di fede del credente – “testimone fedele” – coinvolto e rigenerato dalla sua morte e risurrezione.
Tre aspetti configurano la gloria di Dio in Lui: la santità (dedicazione esclusiva alla causa), l’insegnamento e le opere; il tutto finalizzato all’avvento del regno di Dio nel presente, ”oggi” (Lc 4,21). La gloria e la santità sono le due facce della moneta dell’amore trinitario.
L’amore trinitario si manifesta in Gesù “che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”. La magnanimità dell’amore è evidente per il fatto che non essendo peccatore prende su di sé le conseguenze del peccato; in altre parole, l’incredulità nei suoi confronti che declina il rigetto violento e la morte.
Gesù, quale rappresentante davanti al Padre dell’umanità dominata e soggetta al peccato, carica su di sé le conseguenze ben note. Nel portare a termine la missione – “È compiuto!” (Gv 19,30) – agli occhi di Dio oggettivamente Gesù libera dal peccato e riscatta l’umanità intera, inclusi gli stessi che lo rigettano con la crocifissione. La fedeltà alla causa del regno ha il suo apice nel rendere vana la forza e il potere del peccato.
Nelle persone – i rappresentati – l’effetto del dono è percepito solo per la fede, per la fiducia in Gesù Cristo quale loro rappresentante. Cosicché, trasformati interiormente, rigenerati a nuova vita, si apre in loro la nuova visione di sé stessi, in sintonia con nuovi orizzonti di fraternità e responsabilità riguardo agli altri, all’intera umanità.
Di conseguenza emerge in essi la realtà dell’avvento del regno di Dio. Il Signore regna in loro, su di loro, e con loro agisce a favore dell’umanità nel consolidare l’espansione del regno. La dinamica li rende coscienti “che ha fatto di noi un regno”.
Integrandoli nel regno li fa “sacerdoti per il suo Dio e Padre”. Il sacerdote comune del Nuovo Testamento opera come Gesù a favore della causa del regno; il sacerdozio dei credenti è tale perché assume la lotta tenace e determinata nelle avversità. Come lo è stato per Gesù incontrerà incomprensione, persecuzione, rigetto, presumibilmente anche la morte fisica.
In tal modo raggiunge il punto alto dell’amore nella glorificazione per la quale Cristo – “il testimonio fedele” – associa il redento nella lode “a lui – al Padre – la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”, quale Signore del regno.
È il regno della vita eterna, nel quale “Gesù Cristo è (…) il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra” e risorge dalla morte per la “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16). Gesù, per aver amato come Dio ama, in Lui la gloria è il trionfo della vita sulla morte. Di fatto, l’amore in questa vita è, nell’altra vita, risurrezione dalla morte fisica.
Ecco che Gesù afferma di sé stesso: “Io sono l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!”, l’onnipotenza dell’Amore. Il suo potere non è tanto nei miracoli, nei gesti spettacolari o nel promettere pane, feste ecc. che genera sottomissione e deresponsabilizzazione nei sudditi, ma toglie loro la libertà e responsabilità nei rapporti interpersonali, sociali e sul creato (vedi il vangelo delle tentazioni nel deserto). Al contrario, fa della responsabilità e della libertà per amare il coinvolgimento nella dinamica dell’amore che è Dio stesso.
L’amore – la dinamica in continua espansione e crescita – si manifesterà pienamente alla fine dei tempi quando “Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen!”.
L’umanità, la storia e il creato sono introdotte nell’autorivelazione della santità e della gloria di Dio avvolta nel mistero. Autorivelazione che raggrupperà gli oppositori e tutti i popoli nell’atto di adorazione: “Sì, Amen!”. D’altro lato, è certo che tali aspetti sono già attivi ed efficaci in chi si dispone ad accoglierli in questa vita.
La condizione regale di Cristo è attuale per la causa del regno di Dio e, paradossalmente, ha come determinante la passione e, come trono regale, la croce, come afferma il vangelo.

Vangelo (Gv 18, 33b-37) adattamento dal commento di Alberto Maggi

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Il processo a Gesù secondo Giovanni è alquanto strano, perché c’è il giudice che ha paura dell’imputato ed è l’imputato che rivolge le domande al Giudice. Perché questo? Mentre Gesù legato è pienamente libero, Pilato, che è libero, in realtà è legato dai condizionamenti della sua convenienza, dal potere.
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Sei tu il re dei Giudei?”. Pilato è sorpreso, gli hanno consegnato Gesù come un malfattore, come un pericolo per i romani, ma non sembra vedere questo in Gesù; Egli non ha nulla del pericoloso rivoluzionario che, con la forza e la violenza, avrebbe dovuto cacciare i romani. Quindi gli fa questa domanda.
Ebbene Gesù – esattamente come ha fatto con la guardia quando lo ha schiaffeggiato – che è l’uomo libero che vuole liberare le persone, le vuole far ragionare con la propria testa, non risponde. Ed ecco, è lui colui che fa la domanda a Pilato: “dici questo da te oppure altri ti hanno parlato di me?”. Quindi Gesù invita Pilato a ragionare con la propria testa, non con quello che gli hanno detto i rappresentanti dell’istituzione religiosa che, con una menzogna, lo hanno fatto catturare.
Pilato reagisce in maniera irata, furibonda: “sono forse io Giudeo?” Ed esprime tutto il disprezzo che ha per questa regione che governa. Ma ecco l’accusa drammatica: “La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me”. L’evangelista all’inizio del suo vangelo, nel prologo, aveva scritto: “Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto”; lo hanno tutti rifiutato, non soltanto i potenti, ma anche i sottomessi, quindi i sommi sacerdoti, e la gente comune.
E Pilato, ancora, chiede: “che cosa hai fatto?”, perché gli hanno riferito che Gesù è un malfattore. Ebbene Gesù non risponde a questa domanda, perché lui e Pilato sono su due sfere completamente differenti.
Dice Gesù: “il mio regno non è di questo mondo (…)”. Il fatto che non sia di questo mondo non significa che non sia in questo mondo. Gesù non sta contrapponendo questo mondo e l’aldilà, ma due mondi differenti: il mondo di Pilato che è il mondo del potere e del dominio, e quello di Gesù che è quello dell’amore e del servizio.
“(…) se il mio regno fosse di questo mondo i miei servitori (…)”; ma Gesù non ha servitori perché lui è venuto a servire. Gesù fa un paragone, “(…) avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei, ma il mio regno non è di quaggiù”, esattamente non è di questi.
Quindi l’evangelista presenta Gesù con due mondi differenti: quello dell’amore che produce vita e quello del potere che invece produce la morte. Allora Pilato, ancora più sorpreso, chiede: “Dunque tu sei re?” Ma Gesù non è interessato a questo discorso della regalità e lo tronca qui; infatti risponde: “Tu lo dici io sono re”. Esattamente l’evangelista scrive “tu dici che sono re”, cioè è una tua opinione.
Non interessato a questo discorso della regalità, Gesù vuole portare il discorso su quello che gli preme per offrire vita anche a Pilato, per liberarlo. E dice: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità”.
Che cos’è la verità? La verità nel vangelo di Giovanni non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si è. Gesù ha detto “io sono la verità”, non ha detto io ho la verità: si cammina nella verità. Nel dialogo con Nicodemo Gesù ha contrapposto chi fa la verità con chi fa il male. Quindi fare la verità significa fare il bene, fare la verità significa essere in sintonia con il disegno di Dio della creazione, che mette il bene dell’uomo come valore supremo. Questa è la verità nel vangelo di Giovanni.
E poi Gesù dà questa indicazione preziosa e valida per sempre: “Chiunque è dalla verità (…)”; quindi, non dice “chiunque ha dalla verità”, perché chi ha la verità in base alla verità che crede di possedere si ritiene in diritto di giudicare ed eventualmente condannare chi non la pensa come lui. No, “chiunque è dalla verità (…)”, quindi chi ha messo la sua vita in sintonia con quest’onda d’amore che tiene in vita l’universo, l’amore del creatore per le sue creature, “(…) ascolta la mia voce”.
Gesù non dice, come ci saremmo aspettati, “chi ascolta la mia voce è dalla verità”, no. Per ascoltare, cioè per capire, la voce di Gesù – il messaggio di Gesù – occorre fare una scelta previa. Quale? Quella di mettere il bene dell’uomo come valore assoluto nella propria esistenza. Solo chi fa questo comprende la voce di Gesù.
Si conclude il brano con Pilato che dice: “Che cos’è verità? La prima volta che è apparso nel vangelo di Giovanni il termine verità è stato nel prologo, dove si presenta Gesù pieno di grazia e di verità; l’ultima volta che appare il termine verità è qui, in questo capitolo, dove appare Pilato, colui che è svuotato di verità.