Padre Vincenzo Percassi

 

Nel Vangelo di oggi troviamo uno scriba che pone a Gesù una domanda di cui conosce già la risposta. Forse questo scriba cercava una conferma ad un’intuizione che non è condivisa da tanti, nel senso che non sono molti coloro che fanno dell’amore, piuttosto che del lavoro, dei soldi o del benessere, la ragione della propria vita, dei propri sforzi, delle proprie relazioni. In effetti, se uno prova davvero a mettere l’amore al primo posto nella vita si ritroverà spesso nell’insicurezza perché ritenuto un ingenuo o un illuso oppure perché mettere l’amore al primo posto significa necessariamente assumersi il rischio di mettere al secondo posto tante altre cose che sembrerebbero più pratiche, più comode, più vantaggiose. Lo scriba, dunque, cercava forse un incoraggiamento o una conferma e Gesù gli risponde senza esitazioni. Non c’è un comandamento più grande di questo: amare Dio e di conseguenza il prossimo.
Ma perché Dio dice al suo popolo di voler essere amato piuttosto che promettere innanzitutto di voler amare? Se uno riflette attentamente sulla propria esperienza concreta, si renderà conto che è più facile amare che farsi amare. Dio, dunque, nella relazione con noi si assume il compito più difficile e laborioso: quello di farsi amare. Il libro del Deuteronomio chiarifica questa idea parlando di Dio come Colui che “fa di tutto” per rendere la nostra vita felice. E in effetti solo uno che conosce il cammino verso la felicita – non la regala come in un film romantico ma ne indica il cammino – solo costui può chiedere di essere amato perché solo costui può esser sicuro di poter generare la gratitudine e l’amore nel cuore dell’altro. Se la relazione con Dio fosse basata soltanto sul dovere o sullo scambio di favori basterebbero sacrifici ed offerte per soddisfare ogni esigenza. Il Dio di Israele è l’unico Dio che nella storia dell’umanità abbia mai chiesto di essere amato perché è l’unico che si è rivelato nella storia come un Dio che ama nel dono gratuito e totale di sé stesso. Si comprende allora che il più grande dei comandamenti definisce in realtà la grandezza del nostro destino, del nostro cuore, del valore della nostra vita.
A differenza di tutte le altre creature dell’universo, noi siamo gettati nell’esistenza non semplicemente per realizzare una cosa o l’altra, ma perché ogni nostra particella di materia per quanto piccola, ferita o debole, sia riempita da una sostanza vitale di origine divina che si chiama amore e che ci fa crescere e ci permette di rispondere a questo amore attraverso il dono di noi stessi. Per questo noi non offriamo più sacrifici a Dio come in passato, ma offriamo noi stessi in unione con Gesù che per noi tutti ha offerto se stesso in quanto santo, innocente e senza macchia. Offriamo noi stessi, il nostro corpo, il nostro cuore, il nostro lavoro perché tutto si impregni di quell’energia divina ed eterna che chiamiamo amore. Perché allora non è sempre così immediata questa trasformazione meravigliosa che Dio vorrebbe realizzare nelle nostre persone? Perché se è vero che tutti vorremmo amare e lasciarci amare è anche vero che, quando nella situazione concreta si tratta di fare una scelta di preferenza tra l’amore e qualsiasi altra cosa o interesse, pochi scelgono di amare con tutto; con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Succede invece che, illudendosi di poter amare un po’ Dio e un po’ qualche altra cosa, si sacrifica una qualche esigenza dell’amore – la fedeltà, la sincerità, la gratuita – pur di ottenere un qualche vantaggio pratico. Il silenzio imbarazzato della folla alla risposta di Gesù rivela questa ambiguità del cuore umano che sa che l’amore è tutto e vorrebbe possederlo, ma non ha il coraggio e la forza di sceglierlo a “tutti costi” nelle circostanze concrete della vita. Il commento finale di Gesù alla risposta dello scriba conferma questa verità: Gesù sa bene “dove si trova” lo scriba e dove si trova ogni cuore umano.
Gesù sa bene, infatti, che per quanto possiamo sforzarci di avvicinarci al Regno di Dio non potremo mai entrarvi da soli. Ci troviamo sempre sulla soglia. Noi entriamo nel Regno solo uniti a Gesù. Dio ha costituito un solo sacerdote, conclude la lettera agli Ebrei, che rimane per sempre: Gesù. E’ Gesù che ieri come oggi “può salvare perfettamente” quelli che si affidano a Lui. Noi arriviamo alla perfezione dell’amore e quindi al dono totale di noi stessi non attraverso sforzi e metodi vari, ma attraverso piccoli atti di fiducia semplice in Gesù che ci guida, ci perdona, ci illumina.
Ascolta Israele. Ascoltare significa dare fiducia, lasciarsi guidare, lasciarsi condurre al di là delle proprie rigidità, sicurezze, fissazioni. Rischiando ogni giorno qualcosa in obbedienza a Gesù allarghiamo il nostro cuore e lo disponiamo a lasciarsi riempire dalla vita risorta di colui che “rimane per sempre” proprio come l’amore.

P. Vincenzo Percassi