Padre Vincenzo Percassi

 

In questa Giornata Missionaria Mondiale la profezia di Geremia ci ricorda che il primo missionario è proprio Dio. Spesso siamo tentati di relegarlo ai margini della nostra vita quasi fosse una realtà che non interessa e che non si interessa a noi. Al contrario Geremia parla di Dio come uno che va a cercare coloro che sono ai confini della terra e soffrono perché si sono allontanati nel pianto. Egli poi fa attenzione alla donna incinta ed alla partoriente, al cieco ed allo zoppo, insomma è particolarmente sensibile alla vita nascente e a quella ferita, alla vita cioè più esposta al rischio dell’abbandono e dell’indifferenza. Per Dio, dunque, la sua missione siamo noi tutti, a cominciare da chi ha bisogno di aiuto. Ma dove si vede concretamente questo intervento premuroso di Dio nella nostra vita di ogni giorno? La lettera agli Ebrei dice che la risposta di Dio a questa nostra attesa è Gesù stesso. Da sempre Dio ha gradito delle offerte da parte di sacerdoti presi tra gli uomini per perdonare e per aiutare. Ma queste offerte non potevano recuperare pienamente la relazione con Dio perché questi sacerdoti erano essi stessi rivestiti di debolezza. Nessuno, infatti, può cambiare se stesso e diventare migliore al di là della propria debolezza. Non c’è una cosa più straordinaria di quella di vedere una persona che cambia, che diventa più buona, cha lascia alcune abitudini inutili e assume un modo di vivere nuovo. Questo è possibile solo con Gesù. Perché questo si realizzi, continua la lettera agli Ebrei, Dio mette Gesù al centro della nostra vita quando gli dice: “oggi ti ho generato”; e poi: “tu sei sacerdote per sempre”. Gesù è generato per noi con l’incarnazione e diventa sacerdote eterno con la resurrezione. Attraverso questi due eventi Gesù stabilisce un ponte tra noi ed il cielo e riempie tutta la realtà e la storia con la sua presenza. Il miracolo di Gesù nel Vangelo riporta la missione di Dio al centro della nostra storia e della realtà. Il cieco non è solo guarito dalla sua malattia ma cambiato profondamente nella sua personalità perché una volta guarito comincia a seguire Gesù sulla sua strada. Lascia la mendicanza e comincia a vivere da discepolo della luce. Non ama tanto il fatto di aver riavuto la vista quanto il fatto di aver trovato una luce che può seguire ogni giorno della sua vita. Perché per vederci non ti basta avere la vista; devi avere anche una luce. Una luce sul senso profondo della vita che ti aiuti a riconoscere il bene e viverlo. La missione di Dio attraverso Gesù è riportare la forza del suo Regno in mezzo a noi perché anche noi, nella misura in cui mettiamo Gesù al centro della nostra vita, diventiamo luce del mondo e sale della terra. Non è che noi abbiamo una missione. Noi siamo missione. Siamo chiamati a lasciarci illuminare da Gesù perché nella nostra esistenza risplenda l’amore di Dio.
La preghiera del cieco nato esprime proprio questa consapevolezza di fede. La consapevolezza cioè che stava passando nella sua vita non semplicemente un uomo che poteva guarirlo – gli dicono che è Gesù di Nazareth – ma uno che rendeva presente il Regno di Dio. Per questo lo invoca come “figlio di Davide”: mio Re! e per questo non si lascia scoraggiare da tutto ciò che vorrebbe riportarlo al “realismo” umano, a considerare la realtà come immutabile e piatta. Perché allora non ci accorgiamo tutti di questa presenza meravigliosa di Gesù che esercita in eterno il suo sacerdozio in nostro favore? Forse soprattutto perché ci abituiamo facilmente a tutto, anche alla novità del Vangelo.
Anche la folla del Vangelo procedeva dietro a Gesù senza vedere tutta questa novità che invece Bartimeo vedeva. E forse per la fede non c’è cecità peggiore dell’abitudine. In fondo lo scetticismo della folla che vorrebbe far tacere il cieco del Vangelo esprime una convinzione comune ad ogni cuore umano: non c’è niente che cambia veramente al di là delle possibilità umane. La vita è quella che è. Le persone sono quello che sono etc. Per vivere pienamente invece hai bisogno di una luce che non viene da te e che ti illumina sul fatto che la realtà che stai vivendo è attraversata dalla presenza del risorto.
Gesù illumina la folla prima ancora di illuminare il cieco. Ridona alla folla la sua vera missione: quella di essere un popolo di persone che amano, che includono gli altri, che si interessano. Chiamatelo. Gesù sembra ripetere a noi ciò che diceva alla folla: quello che ti dà fastidio, che disturba, che magari vorresti evitare o ignorare può essere l’occasione per ritrovare la tua missione di amare e servire e a partire da questa consapevolezza che la realtà che stai vivendo è abitata dalla mia presenza che può molto più di quello che tu pensi. La pandemia ci ha brutalmente mostrato quanto può essere triste una vita senza uscire, senza poter incontrare gli altri, farsi vicini a quelli che soffrono in ospedale. Ebbene, senza accorgercene, abituarsi ad una vita comoda e focalizzata solo sul proprio interesse, può ridurci ad una sorta di confinamento spirituale che distrugge innanzitutto noi stessi. Per questo celebriamo questa giornata missionaria.
Per riscoprire che “la nostra vita è illuminata dal risorto ed essa è missione quando accettiamo la sfida di allargare il cuore e arrivare a quelli che spontaneamente non ci interessano” (Papa Francesco)

P. Vincenzo Percassi