Padre Vincenzo Percassi

 

Il Vangelo di questa domenica accosta due immagini apparentemente distanti tra loro: quella di Gesù che predice la croce e il rifiuto che lo attende e quella di Gesù che poco dopo abbraccia un bambino ed invita ad accogliere la grazia del vangelo con spensierata semplicità. Non vi è un accostamento che esprima in modo migliore il paradosso della vita cristiana. Quest’ultima, infatti, da un lato significa saper accogliere la realtà e la verità senza sconti, anche nella loro asprezza e durezza. Dall’altro essa chiama ad esprimere la tenerezza dell’amore a partire dalle circostanze più banali. La vita cristiana è allora seria ed esigente, perché include l’invito ad abbracciare la croce, ed al contempo semplice e accessibile perché tutti, se vogliono, possono abbracciare un bambino.
Vi è un solo modo per comprendere ed accogliere questo paradosso nella nostra vita quotidiana: entrare in una logica di umiltà. Solo l’umiltà, infatti, è capace di educare l’affettività umana in modo che questa possa apprendere ad amare con tenerezza e con forza allo stesso tempo. Ma è proprio qui la vera difficolta. La natura umana tende a considerare l’umiltà una debolezza e l’affermazione di sé una forza. L’ostilità descritta nel libro della sapienza verso il giusto e la sua mitezza esprime il disprezzo o l’indifferenza che ancora oggi si incontrano in chi pensa che la vita sia farsi da sé e che “l’aiuto di Dio” sia fondamentalmente inutile se non un disturbo. Ma questo non riguarda solo gli atei o gli indifferenti. Anche gli apostoli nel Vangelo di oggi erano così soddisfatti della loro vita e così sicuri delle loro capacità da mettersi a litigare per chi fosse il più grande. Il discorso alternativo che Gesù faceva li spaventava al punto da trattenerli dal porre domande. Anche loro, come tutti, avrebbero voluto che il Vangelo fosse così “umano” al punto da non costare più nulla. Anche Giacomo nella seconda lettura deve richiamare i primi cristiani al fatto che, pur credendo di seguire il loro maestro, in realtà vivono le loro interazioni in modo molto “umano” e quindi carnale e orgoglioso: gelosie, contese, invidie … fino al punto di “uccidere”. Probabilmente non erano ancora arrivati a spargere il sangue del prossimo in senso letterale.
Giacomo sta mettendo in luce il fatto che le loro interazioni sono caratterizzate da mille atteggiamenti che feriscono e tendono a prevaricare sulla vita dell’altro e che quindi sono esattamente all’opposto della logica della croce che invece tende a donare la vita e a promuovere l’altro. Può davvero accogliere un bambino e dargli vita chi non è capace di accogliere la croce? Ma questa capacità non è solo il frutto di buona volontà. Giacomo fa notare ai suoi fratelli che non ottengono perché’ non chiedono. Proprio come i discepoli avevano smesso di fare domanda a Gesù per paura, così essi hanno smesso di pregare forse per pigrizia o scoraggiamento. La vita cristiana dipende dall’accogliere una grazia che espande la natura umana e questa grazia bisogna chiederla ogni giorno perché viene dall’alto. Si tratta – continua San Giacomo – di una sapienza pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia, senza parzialità, quindi capace di accoglienza verso tutti, anche i più piccoli, e senza ipocrisia, quindi assolutamente sincera e semplice. Non otteniamo queste cose perché non le chiediamo e non le chiediamo perché pensiamo che ci sono altre cose più importante che magari sembrano promuovere il nostro io ma in realtà lo lasciano nella sua radicale incapacità di amare e di lasciarsi amare, di donare ma anche di accogliere.
Dio è sempre molto vicino a noi in quanto donandoci tutto ciò che ci dona nella realtà egli dona sempre anche qualcosa di sé stesso. Chi nella realtà accoglie un bambino – conclude il Vangelo di oggi – in effetti accoglie di più di quel che appare; accoglie Gesù e accogliendo Gesù accoglie Dio che illumina, salva, rallegra, espande la nostra vita e la nostra persona. È la nostra arrogante autosufficienza che ci acceca e ci rende non recettivi: occorre impegnarsi non a diventare grandi ma a ridiventare piccoli nel senso più immediato del termine: persone umili. L’umiltà rende poi capaci di accogliere la vita così come essa è, con lo stupore di chi non crede di saper già tutto, con la gratitudine di chi sa di non aver fatto tutto da solo, con la liberta di chi non sente il bisogno di misurarsi perché si sente graziato.

P. Vincenzo Percassi – Limone