VENTIMIGLIA

Campo GIM – Estate 2021

E’ nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona.”

Papa Francesco, Fratelli tutti

 

E’ trascorso ormai quasi un mese dal mio viaggio a Ventimiglia con un gruppo di altri giovani e i Missionari Comboniani.
Sono state le mie “ferie” e a chi mi chiede se mi sia divertita o rilassata o se abbia goduto delle bellezze del paesaggio, non sa davvero cosa rispondere.
Se chiudo gli occhi e ripenso a questa “vacanza”, le immagini che appaiono davanti a me sono le più disparate. Non c’è la spiaggia Calandre, famosissima a Ventimiglia e consigliatami praticamente da tutti gli amici che sono stati nella zona. E non ci sono nemmeno i costosissimi balzi rossi. Non ci sono le lunghe giornate in riva al mare a prendere il sole ma solo qualche breve salto alla spiaggetta sotto casa per un tuffo rinfrescante prima di cena e dopo le fatiche della giornata. Non c’è la movida serale ma solo una buona pizza d’asporto mangiata in compagnia sulla spiaggia sassosa e una passeggiata al chiaro di luna sul lungomare con gelato prima di crollare per la stanchezza a mezzanotte.

Per lo più ricordo divise della polizia di frontiera italiana e francese, presidi fissi alle stazioni, treni sui quali più che la gioia della trasferta regna la paura delle retate, la città che si risveglia alle 5 con le prime luci del mattino e il profumo di brioches appena sfornate mentre noi a piedi andiamo in Caritas per il turno della cucina, la piccola chiesetta di Sant’Ampelio sul mare dove mi sono recata per la mia mattinata di deserto, le enormi quantità di melanzane, zucchine e cipolle tagliate per condire la pasta per le 200 persone che ogni giorno si mettevano in fila per un pasto caldo, i tentativi di capirsi a gesti con un ragazzino che mi chiedeva di poter usare il bagno per cambiarsi i vestiti, l’infermiera con il camice e i guanti che dice “doccia occupata, abbiamo un caso di scabbia”, le suore del servizio guardaroba che non rispettano le indicazioni date dalla collega e passano di nascosto dei vestiti aggiuntivi a chi viene a chiederli e non ha un luogo in cui ripararsi la notte, le infinite casse di meloni donati da un supermercato e portati a mano prima su dalle scale, poi in cucina, poi giù dalle scale e ancora sull’auto di un volontario che le avrebbe portate all’emporio della solidarietà.

Ricordo le lunghe chiacchierate in un mix di inglese, italiano, arabo e non so che altre lingue con ragazzi conosciuti al parcheggio del cimitero, unico luogo della città in cui non è considerato reato dare cibo alle persone per strada.

Ricordo la rissa sfiorata grazie all’intervento di una volontaria coraggiosa e ai tanti migranti che cercavano solo un po’ di pace. Ricordo i piedi consumati e i racconti dei lunghi viaggi, dei continui respingimenti sulle rotte balcanica e mediterranea, degli anni trascorsi a tentare invano di attraversare frontiere che io potrei passare in poche ore semplicemente comprando un biglietto del treno o dell’aereo senza subire ulteriori controlli o insensate violenze.

Ricordo i segni delle torture sulla pelle, i passi zoppicanti, le braccia fasciate.

Ricordo i cumuli di immondizia su cui i migranti dormivano la notte, sdraiati a terra sotto i ponti della ferrovia per ripararsi dalla pioggia leggera che si attacca ai vestiti e alla pelle e ti impedisce di dormire.

Ricordo il percorso fatto alla frontiera italo francese seguendo il “passo della Morte”. Ricordo le foto iniziali alle indicazioni verso la Francia, i segnali che man mano si fanno sempre più confusi e ingannevoli, le casette con all’interno le scritte dei migranti passati di li. Frasi di speranza, dichiarazioni d’amore, insulti ai “passeurs” che li hanno abbandonati a metà strada dopo l’ennesima estorsione di denaro, opere d’arte intagliate nell’intonaco, numeri, nomi, rotte. Ricordo i primi vestiti abbandonati trovati lungo il sentiero. E poi altri, e altri ancora. Ricordo di aver detto a Fratel Antonio che avevo l’istinto di raccogliere tutto per fare pulizia. Ricordo la sua risposta su tutt’altra linea. Ricordo che da quella rete si vedeva la Francia, con le sue colline non troppo alte, le sue coste sinuose bagnate dal mare cristallino, i suoi tunnel a pochi passi da noi che avrebbero portato proprio nel suo cuore. Ricordo i biglietti dei treni abbandonati, i volantini informativi per trovare familiari scomparsi, i numeri di telefono, i “refus d’entrée” travati sulla via. Ricordo i nomi letti, i tanti nomi che mi hanno fatto realizzare solo in quel momento che ogni oggetto abbandonato era un pezzo di vita di cui qualcuno si è dovuto disfare in quel luogo prima di cercare, ancora e ancora, una nuova possibilità. E poi ricordo solo la sensazione di un’esplosione dentro di me, le lacrime e le preghiere dette insieme in quel luogo divenuto quasi sacro.

Ricordo un senso profondo di rabbia, di ingiustizia, di impotenza.

Ricordo di aver pensato a quanto siamo ipocriti, noi italiani, a riempirci la bocca di belle parole sul rispetto dei diritti umani, sull’importanza delle missioni di pace all’estero per garantirli…e poi qui, nel nostro territorio, sulla nostra terra, continuiamo a varare leggi insensate, razziste, disumane. Continuiamo a girarci dall’altra parte, a far finta di non vedere. Con la bocca parliamo di pace e di giustizia, con le mani firmiamo accordi internazionali per “proteggere” le nostre frontiere. Fregandocene del fatto che questo comporti per molte persone paura, incertezza, morte, torture, violenze.

Ricordo però anche, in tutto questo marasma, tanti momenti preziosi di rinascita. Tanti attimi di felicità rubata, di umanità ritrovata, che mi fanno ancora sperare in un mondo migliore.

Penso all’instancabile lavoro di Piera e Alessandra, volontarie in Caritas dal 2015 che ad ogni chiamata rispondono con un “si”.

Penso a Don Rito che contro il parere di molti ha deciso comunque di aprire la sua parrocchia all’accoglienza e nel farlo ha trovato tante persone che lo hanno sostenuto.

Penso a Delia, che tra tutti gli abitanti di Ventimiglia è la donna che più “ci ha rimesso”: da quando ha deciso di far entrare nel suo bar chiunque abbia voglia di fermarsi a riposare anche senza dover per forza consumare, quasi nessuno degli abitanti di Ventimiglia lo frequenta più. Il suo bar, “Lo Hobbit”, è ormai diventato “il bar dei migranti”. Ed è il luogo nel quale, più di tutti, si può sperimentare l’accoglienza e l’amore per il prossimo.

Penso alla partita di calcio improvvisata e all’esultanza per i goal fatti in quel parcheggio del cimitero circondati solo da morte e immondizia.

Penso agli incontri fatti per strada e al riconoscersi chiamandosi per nome in terra straniera.

Penso che tutti dovremmo avere la possibilità di scegliere dove vogliamo vivere la nostra vita e che, per rispetto di chi ad oggi purtroppo non ha questa possibilità di scelta, dovremmo almeno provare ad essere più accoglienti per fare in modo che chi si trova qui senza poter andare altrove trovi comunque pace e si senta arrivato “a casa”.

Alice Viganò