P. Donato di Segonzano (Trento) condivide la sua gioia di ritrovarsi missionario nel paese natale del Comboni

La vita sottopone tutto e tutti ai cambiamenti. Sembra una banalità persino scriverlo. Per noi missionari poi i cambiamenti sono congeniti alla nostra esperienza di persone alla sequela, in cammino al seguito del Signore sulle strade della missione.

Ciao a tutti e a tutte, amici della missione comboniana. Sono un missionario rientrato in Italia dopo un periodo intenso, profondo e gioioso di missione. Tutta la mia vita missionaria si è svolta in Togo e non nascondo il fatto che il forte richiamo dell’Africa mi ha sottoposto a molte domande, a una ricerca di motivazioni (per lavorare qui in Italia), e anche a una grande nostalgia. Sì, perché non è scontato e nemmeno automatico il ritorno in patria: per un missionario la patria è e resterà la missione dove ha lavorato.

Ho lasciato l’Africa con la benedizione del confratello più anziano del gruppo comboniano di cui facevo parte (che comprende il Togo, il Ghana e il Benin), l’ultimo rimasto dei fondatori della missione comboniana dell’Africa occidentale, sbarcati a Lomé, capitale del Togo, il 19 gennaio 1964: padre Alfonso Zulianello, il grande anziano, ha pregato su di me, imponendomi le mani. Tra le lacrime di entrambi e un abbraccio, ho preso la valigia e sono rientrato. Ecco, la missione rimane in noi come un pilastro nella memoria di una Chiesa, di un popolo che fanno parte di noi anche dopo il ritorno a casa. Missione come storia dolore e che mi risuonavano nel cuore.

La mattina aprivo le finestre della mia camera e vedevo le Dolomiti stagliarsi nel cielo, bellissime e cangianti nelle luci delle albe e dei tramonti. Poi, ecco il momento della destinazione: il padre provinciale, il responsabile dei comboniani in Italia, mi propone la presenza nella comunità di Limone sul Garda, la comunità che custodisce la casa natale del nostro santo Fondatore. Ora lo posso affermare con certezza: dopo l’Africa, il posto che esprime meglio la nostra anima missionaria è proprio questa casa-limonaia che ha visto nascere Daniele e lo ha cullato nei primi dodici anni della sua vita.

Casa che per don Daniele è sempre rimasta il buon porto dove trovare riparo al ritorno dalle sue faticosissime “spedizioni” nella missione del Vicariato dell’Africa centrale. La casa dei suoi adorati genitori, dei cari cugini con cui era solito salire sull’Alpe del Dalco, tra le alture che sovrastano Limone, per godere di passeggiate e scampagnate serene dopo i difficili momenti passati nella missione del Sudan.

Ho accolto con gioia dunque la proposta di lavorare qui, in questi luoghi della memoria; da qui è partito tutto quel movimento missionario che si rifà all’ispirazione del Comboni.

Casa di irradiazione e di attrazione” fu definita. Ed è vero: la casa è aperta a pellegrini dello Spirito, camminatori, gruppi in cerca di ispirazione missionaria, gente di Chiesa che sente l’attrazione per i vasti orizzonti della missione, confratelli che vogliono respirare aria di casa dopo le fatiche della missione.

Ora, dopo i miei primi sette mesi a Limone, mi pare di aver capito il senso di una presenza missionaria negli spazi spirituali e fisici della Chiesa italiana. Da noi si potrà ascoltare la narrazione della missione così come è stata vissuta in prima persona. Vorrebbe essere una narrazione nuova, che sa guardare al futuro della missione riferendosi al passato. Qui si capisce infatti, e meglio che altrove, come siano sconvolgenti, profetiche e sempre nuove, le appassionate parole cardine del Comboni: “Salvare l’Africa con l’Africa”.

fada Mawuena Yairatòwo