Ricorre quest’anno il 40° anniversario del martirio di Sr Liliana Rivetta

Liliana fu uccisa in Uganda il 10 agosto 1981, mentre stava percorrendo su una strada infestata da banditi armati, nel distretto di Karamoja per provvedere cibo e vestiti ai bambini bisognosi della sua missione di Amudat.

Nata il 15 novembre del 1943 a Gavardo (Brescia), era cresciuta nel suo paese natale in seno alla sua calorosa famiglia composta da tre femmine e un maschio. Nel gennaio del 1945, una bomba era caduta sulla casa dei Rivetta. Tutti ne erano usciti illesi, inclusa la piccola Liliana che stava dormendo nella culla. Liliana frequentava le elementari e nel contempo andava al catechismo per prepararsi alla prima comunione. Un giorno il parroco le disse che non c’era nessuna santa Liliana nel calendario. L’intelligente bambina aveva risposto con un sorriso birichino: “Non fa niente, vorrà dire che lo diventerò io!”. Liliana era piuttosto irrequieta a scuola ma brillava nel profitto. All’età di 14 anni, tuttavia, aveva abbandonato gli studi ed era andata a lavorare in una sartoria. A 16 anni aveva chiesto ai suoi genitori il permesso di farsi suora, ma questi avevano rifiutato e lei aveva dovuto aspettare la maggior età quando non avrebbe più avuto bisogno del loro consenso.
All’età di 22 anni, Liliana, approfittando dell’assenza dei genitori e, accompagnata dalla sorella Aldina e dal cognato Carlo, aveva preso il treno per Verona ed era entrata dalle suore comboniane, fondate da Daniele Comboni. “La mamma vuole un principe azzurro per me; ho sposato il Re dei Re e lei non è contenta!”.

Le superiore avevano deciso di mandarla a Londra per il noviziato, lontana dalla madre ostile, nella speranza che le relazioni tra le due migliorassero. Il 12 settembre 1969, era salpata da Venezia per l’Uganda. Aveva 25 anni. Aveva rinnovato i suoi voti sulla nave e il personale di bordo aveva organizzato una festa per lei. I giovani marinai erano esterrefatti, non capivano perché questa giovane donna avesse scelto di andare in missione. “Vedete, cosa vuol dire essere liberi? La gente ha bisogno di testimoni”. Finalmente l’8 ottobre l’Asia aveva attraccato a Mombasa, Kenya. Liliana aveva continuato il suo viaggio in treno fino a Lira, nel nord Uganda.

Dopo tre anni passati come direttrice della scuola materna di s. Kizito, era tempo di rientrare in Italia per un aggiornamento e per la preparazione ai voti perpetui.
Nel gennaio del 1977 ritornò in Africa. Si fermò un anno a Kariobangi, una delle bidonville di Nairobi. Le folle di esseri umani che entravano e uscivano dai ripari di cartone, tetti di plastica, le fognature aperte, le montagne di rifiuti la sconcertarono, non sapeva da dove cominciare. Era letteralmente assediata dai bambini, il loro odore inconfondibile di povertà e di rifiuti le si appiccicava addosso; chiese a sua sorella Silvana di mandarle dello shampoo profumato. Aveva il cuore spezzato. I bisogni erano infiniti. Aveva nostalgia della foresta, degli spazi aperti, lontano dalla mischia umana.
Fu felice quando venne riassegnata all’Uganda, questa volta tra i pastori pokot del Karamoja, ma la sua felicità durò poco. La scuola elementare femminile di Amudat aveva terribilmente bisogno di una direttrice. Chinò la testa e obbedì. “Sarò capace di amare questo popolo come Dio lo ama?”.

Il 1978 fu un periodo terribile per Amudat. Il Karamoja era nella morsa della violenza armata – tredici persone sarebbero state fucilate nel 1980 sotto gli occhi di Liliana – e la peggiore siccità mai vista da anni nel distretto aveva prodotto condizioni da carestia. I bambini erano affamati; Liliana ne aveva raccolti 800 in missione. Quando le scorte si esaurivano, e non vi era neppure più un biscotto o una caramella, le lacrime le scorrevano sul viso e si nascondeva in cappella per implorare Dio che provvedesse ai suoi affamati bambini. “Sarei pronta a pagare personalmente per lenire la sofferenza di questa gente”, scrisse a casa.
Arrivò a Gavardo alla fine del 1980 stremata dalla drammatica situazione. Trascorse le vacanze cercando fondi per alleviare la carestia in Karamoja. Dalla gente di Gavardo ottenne un trattore per coltivare la terra quando la pioggia fosse finalmente caduta. Scrisse una lettera ai suoi paesani ringraziandoli per la loro generosità: “Parto con una speranza in più; il trattore comperato con i vostri sacrifici verrà usato per arare la terra e sconfiggere la fame che affligge questa gente”.
Non molto era cambiato quando era ritornata nella primavera del 1981. Le strade erano infestate da razziatori armati e banditi pronti a uccidere per un semplice bottino. Molto spesso sfidava il pericolo conducendo la Land-rover fino a Moroto, capitale del distretto, per comperare cibo, articoli di cancelleria, vestiario e medicine per la scuola e la gente di Amudat. Ma il 10 agosto 1981 sarebbe stata l’ultima volta.
Liliana si trovava al volante della Land-Rover e alla sua destra sedeva la sua amica di Kangole, suor Rosaria Marrone. Era molto felice perché l’auto era strapiena di ogni sorta di acquisti che avrebbero soddisfatto i bisogni immediati della scuola. Furono queste cose preziose a causare l’attacco. Un colpo le staccò il braccio; un altro le andò dritto al cuore. La vettura si fermò sull’erba polverosa del ciglio della strada. I cinque passeggeri di dietro fuggirono per salvarsi. “Non volevamo ammazzare la suora, volevamo solo la roba”, dissero gli assassini a suor Rosaria, mentre s’impossessavano di ogni cosa come avvoltoi.
La suora amica tolse a Liliana il velo e le coprì il volto senza vita, come un manichino di cera. Sistemò la sua compagna morta diritta sul sedile. Non bisognava spaventare le suore della vicina missione dove si stavano dirigendo. Liliana aveva 37 anni. “Non ho giocato la mia vita per scherzo”, aveva scritto da Amudat a un amico prete.
I suoi africani con la loro profonda intuizione degli esseri umani e senso di praticità capirono meglio di qualsiasi altro la grandezza di questa comunissima donna bianca dal “cuore tenero.” “Loro hanno bisogno di me e io di loro”, aveva confidato alla sua famiglia. L’anima di Liliana dimora per sempre con loro.

Estratto di Ida Tomasi