Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

C’è una perla preziosa che ci viene donata in questa Domenica. Eccola: “Io-sono il pane della vita” ha detto Gesù (Giovanni 6, 35). E’ contemplando questa perla che possiamo avanzare sulla strada della santità e della sequela di Cristo. Come sappiamo, dalla Domenica 17° fino alla 21°, meditiamo il capitolo 6° di Giovanni, perché questo testo si inserisce nel tema del pane, abbordato da Marco (di cui facciamo la lettura continua). Così arriveremo tranquillamente all’ultima Domenica dell’Anno Liturgico B e inizieremo il tempo dell’Avvento (= il 28 Novembre 2021). Nella prima lettura (Esodo 16, 2-15) si parla del pane (= cibo) che piove dal cielo. Si tratta della manna e delle quaglie che hanno permesso al popolo di Israele di mangiare e di sopravvivere nel deserto del Sinai. Ma tutto ciò era in figura, perché guardassimo al futuro e aspettassimo il pane vero (Giovanni 6, 32).

La folla, dopo aver mangiato a sazietà pane e pesci, non trovando più il Maestro, e neppure i suoi discepoli, parte alla ricerca. Trovano Gesù a Cafarnao e lì nella sinagoga li istruisce. E noi con loro. Non bisogna dimenticarlo. Devono cercarlo non per avere il pane che perisce. Per avere questo pane, sono capaci di proclamarlo Re (Giovanni 6, 15). Se Gesù accettasse, sarebbe per loro una pacchia. Non ci sarebbe più bisogno di lavoro, non ci sarebbe più fatica, non ci sarebbe più sforzo per la ricerca del cibo. Invece Dio, dopo il peccato di Adam, il primo uomo, ha parlato chiaramente dell’impegno necessario per lottare contro la terra, per averne i suoi frutti (Genesi 3, 17-19) e per custodirla (Genesi 2, 15). Nulla è scontato. L’ozio e l’accidia sono due dei sette vizi capitali. Ci viene da pensare al “reddito di cittadinanza”. Secondo quanto dice il libro della Genesi, questa scelta politica, forse presa con buone intenzioni per eliminare le sacche di povertà nella società, non è conforme all’insegnamento biblico. Del resto l’apostolo Paolo ha detto chiaramente: “Chi non vuole lavorare neppure mangi” (2 Tessalonicesi 3, 10). Ma torniamo a quanto Gesù ha detto, per cercare di insegnare quale deve essere il pane che noi cerchiamo. “Io-sono il pane della vita” ha detto Gesù (Giovanni 6, 35). Bisogna anche capire il suo linguaggio. E’ un linguaggio “mistico”, perché parla di un mistero, il mistero dell’Eucaristia. E Gesù cerca di farsi capire dalle persone che lo ascoltano. L’uomo di sua natura è un mistico, perché ricerca il mistero nascosto in ogni cosa. L’universo è come un libro aperto, ed è tale solo se c’è appunto qualcuno (l’uomo) che lo sa leggere. Quando il Signore afferma di essere “il pane della vita” (Giovanni 6, 35) dice una metafora. Non possiamo mai intendere le parole di chiunque parla alla lettera. Bisogna saperle inquadrare nell’insieme. Metafora è una parola greca che vuol dire “portare al di là”. Il linguaggio di chiunque è sempre metaforico, porta al di là di se stesso, per arrivare alla realtà che bisogna capire e, nel caso, che bisogna comunicare.

Gesù dice di essere il pane. Il pane è il cibo necessario, senza del quale la vita non è possibile. Dunque il pane è simbolo della vita. Ma Gesù dice di essere Lui il pane, che vuol dire vita. Lui il Figlio, ha la vita perché ama il Padre ed è questa vita che dona a noi, suoi fratelli e sorelle (nell’Eucaristia). La vita dell’uomo pertanto è costituita da relazioni. Lo capiamo facilmente e lo sperimentiamo quotidianamente. Senza relazioni viviamo come in una prigione. “Nessun uomo è un’isola” diceva quel grande mistico trappista americano Thomas Merton (1915-1968). E queste relazioni devono essere di amore. Diceva l’Apostolo Giovanni: “Chi non ama dimora nella morte” (1 Giovanni 3, 14). L’odio produce fatalmente la divisione, la lotta fratricida, la violenza, l’ingiustizia, la sopraffazione, la guerra, lo sterminio e finalmente la morte. Per questo Gesù ha ridotto i 613 precetti della Legge Mosaica a uno solo: Ama Dio e il prossimo. Dio infatti, nella sua misericordia, ha dato un aiutino all’uomo, con la rivelazione delle dieci parole (= dieci comandamenti) donati a Mosè sul Monte Sinai (Esodo 20, 7-17) e impressi sulla pietra, elemento freddo e morto. Gesù invece, con la sua parola ci dona lo Spirito, ci dà la vita e la capacità di amare. Sant’Agostino (354-430) poteva dire allora: “Dilige et fac quod vis” (= ama e poi fa’ pure quello che vuoi). Se uno ama, non farà mai del male al prossimo e vivrà anche la condivisione, perché nessuno possa vivere nel bisogno e tutti abbiano il necessario per vivere.

Gesù, parlando del pane e identificandosi ad esso (certamente in maniera metaforica) applica a sé le caratteristiche del pane, che è insieme dono del cielo e frutto del lavoro umano. Dice il grande biblista Silvano Fausti (1940-2010): “Il pane è umile e utile, appetibile e disponibile, semplice e gustoso, faticoso e gioioso, forza di chi lo assimila e comunione tra chi lo mangia”. Che cos’è allora questo pane? Il pane è cibo e alimenta la vita. Ma non è la vita. La vita è accogliere il Mondo e se stessi come dono di amore di Dio. La nostra felicità consiste nel vivere la relazione con Dio ora e nell’eternità, dopo la nostra morte corporale.

C’è una tentazione per tutti ed è quella di chi fa del pane un feticcio. E’ simile al fidanzato che si innamora dell’anello invece della persona che lo ha donato. Il pane che Gesù ha preso, ha reso grazie e lo ha distribuito è Lui stesso, il suo corpo che è dato per noi sulla Croce. Allora il pane che ci dona, che è cibo e che è quindi vita, ci conferisce la sua vita di Figlio. Mangiarlo significa assimilarlo. Più correttamente “mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue” (Giovanni 6, 54), perché il pane è il suo corpo crocifisso e risorto, siamo assimilati da Lui, per vivere di Lui e come Lui. Ma c’è una condizione indispensabile perché tutto questo avvenga: “Questa è l’opera di Dio, che crediate a Colui che Egli (= il Padre) inviò” (Giovanni 6, 29). Ci vuole la Fede. Bisogna credere in Colui che si definisce: “Io-sono” (Giovanni 6, 35). E’ tipico di Giovanni far dire a Gesù, tante volte: “Io-sono”. E’ il nome di Dio con il quale si è rivelato a Mosè (Esodo 3, 14). E’ la rivendicazione divina di Gesù ed è sempre al Figlio di Dio che ci avviciniamo ogni volta che riceviamo l’Eucaristia. In questo Sacramento sperimentiamo la volontà del Padre di darci suo Figlio, perché in Lui vediamo l’amore di Dio per noi, lo accogliamo e lo condividiamo con gli altri. Questa è la vita cristiana, sperimentata nell’Eucaristia. Ed è una “vita eterna”, che consiste nell’amare Dio Padre e i fratelli. E’ questo amore che ci dà la vittoria sulla morte ed è promessa della vita eterna (Giovanni 6, 40).

San Daniele Comboni (1831-1881) ha lavorato con tutte le sue energie per portare la Fede nell’Africa Centrale, perché tutti potessero ricevere, nel Sacramento dell’Eucaristia, il pane della vita eterna. Nelle Regole scritte nel 1871 per il suo Istituto delle Missioni per la Nigrizia, così parlava dei suoi aspiranti Missionari: “Si formeranno questa disposizione essenzialissima col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente e procurando di capire sempre meglio che cosa significa un Dio morto in croce per la salvezza delle anime. Se con viva fede contempleranno e gusteranno di tanto amore (particolarmente nella Santa Messa e nell’adorazione eucaristica),saranno beati di offrirsi a perdere tutto e morire per Lui”.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda