Il 24 luglio 1985 Padre Ezechiele Ramin, insieme a un sindacalista locale, partecipò ad un incontro nella Fazenda Catuva ad Aripuanã nel vicino Mato Grosso con l’intenzione di persuadere i piccoli agricoltori a non prendere le armi contro i latifondisti.

Era uno di quei pastori con l’odore delle pecore, come dice oggi Papa Francesco.

Al ritorno, dopo l’incontro con gli agricoltori, fu vittima di un’imboscata da parte di una squadra armata al soldo dei latifondisti, che lo colpì oltre 50 volte.

Prima di morire, sussurrò le parole “Vi perdono”.

Lo hanno ucciso mentre era in missione di pace, cercando di proteggere la vita di famiglie che si sentivano minacciate, in un conflitto di terra. Lui sapeva che sarebbe successo, prima o poi.

In un’omelia, immaginando di parlare con il suo assassino, diceva così: ‘Fratello, se la mia vita ti appartiene, ti apparterrà anche la mia morte’”.

Alcuni giorni dopo il suo omicidio, Papa Giovanni Paolo II definì Padre Ezechiele un “martire della carità”

Il 25 marzo 2017 si è chiusa a Padova, città natale di padre Ezechiele e dove ora riposano le sue spoglie, la fase diocesana della causa di beatificazione.

Padre Ezechiele aveva i sogni di un giovane totalmente identificato con la passione di Cristo. Ai giovani diceva: ‘abbiate il sogno bello di rendere felice tutta l’umanità’.

E non era un eroe isolato: era espressione di una Chiesa impegnata e profetica, guidata in quegli anni dal vescovo di Ji-Paranà, il compianto dom Antonio Possamai. La Chiesa delle comunità ecclesiali di base, che investiva nei laici, che assumeva la causa dei poveri. Era già una Chiesa in uscita.

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