Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: XVII DOMENICA DEL T.O. -B- (25/07/2020)

 

Prima lettura (2Re 4,42-44)

In quei giorni, da Baal Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia.
Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”».
Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.

Un uomo sconosciuto offre al profeta Eliseo le primizie del pane, “venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia”, con le quali onora l’uomo di Dio. Costui, ben conscio della penosa situazione esistente per la grave carestia in atto, non pensa di godere egoisticamente di quell’abbondanza e dà ordine di condividerla con gli altri: “Dallo da mangiare alla gente”.
Offrire a Dio i primi frutti della terra è riconoscere che sono non solo opera della laboriosità, dell’intelligenza e dell’applicazione delle persone ma, prima di tutto, doni di Dio, per il fatto di aver dato loro la virtù e la capacità di gestire correttamente la loro produzione.
Con l’offerta la persona si comporta correttamente con sé stessa e nei riguardi di Dio, e riconosce la sua condizione di creatura destinataria dell’attenzione amorosa di Dio. Ella ringrazia Dio per la benevolenza nei suoi confronti, per l’attività svolta e per il mietere i frutti del proprio lavoro.
Chi agisce in tal modo percepisce la bontà dell’opera e non esclude dal proprio orizzonte l’azione di Dio, che in caso contrario sarebbe espressione di autosufficienza o, addirittura, di superbia. Tale comportamento corretto lo include nell’ambito di colui dal quale tutto ha origine e tutto proviene.

Oggi queste riflessioni non sono tenute in dovuta considerazione da buona parte dei credenti, a causa dell’impostazione del rapporto con Dio nell’ambito del necessario, del dovere o dello scambio in funzione del premio o del castigo.
Tale comportamento sostiene la scissione tra la vita nella chiesa e quella fuori di essa, generando due realtà che, solo occasionalmente, entrano in rapporto. Affascinato dalla tecnologia, dalle speranze suscitate dai laboratori genetici e dalle recenti scoperte scientifiche, fautrici di nuove conoscenze del mistero della vita, l’uomo è tendenzialmente orientato a non considerare convenientemente la presenza e l’azione di Dio negli eventi umani, tranne nei momenti in cui non vede via d’uscita.
Pertanto le proprie capacità umane, il proprio sforzo, la propria responsabilità e i frutti che da esse derivano, sono ritenuti la risposta al proprio merito e considerati lontani, slegati, dalla relazione con Dio.
Si è arrivati a questo punto non solo per la presunzione dell’umanità, ma anche per l’insufficiente e carente evangelizzazione che tralascia, o non prende nella dovuta considerazione, il principio che la grazia – il dono di Dio – non sostituisce la natura, ma la integra e la porta alla piena realizzazione.
Dio agisce con/e camminando con l’uomo, mentre quest’ultimo è abituato a considerare l’azione di Dio come accadimento al di sopra della natura, con particolare attenzione all’evento miracoloso.

Tornando al testo, Eliseo riceve il pane delle primizie che appartiene a Dio e afferma: “Dallo da mangiare alla gente”, è cibo da distribuire a chi ne ha bisogno. Il dono ricevuto è immediatamente trasmesso ad altri. È noto che Dio non trattiene nulla per sé stesso, tutto è per gli altri, per chi è nel bisogno. Questo semplice gesto dice molto in merito allo stile di vita, alla pratica del vero profeta, dell’autentico discepolo, quale punto determinante del corretto comportamento umano.
Al servo che lo accompagna Eliseo ordina di distribuire il pane alla gente e suscita grandissimo stupore in quest’ultimo: “Come posso mettere questo davanti a cento persone?”. Dal punto di vista umano l’ordine lascia perplessi, ma viene in soccorso la parola del Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”. Il dono di Dio non sostituisce l’umano ma lo potenzia, lo porta alla sua massima espressione.
Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore”. È un miracolo? È la condivisione? Sono le due cose? Certamente il donare, e il condividere, declina l’abbondanza per tutti, e ne avanza addirittura! È il contrario dell’accumulo, del possesso e della proprietà egoista, per la quale solo coloro che la detengono usufruiscono del bene.
La moltiplicazione non è un evento meccanico, casuale o abitudinario, ma la manifestazione e l’efficacia del sentimento e della preoccupazione nel far sì che a nessuno manchi il necessario. A questo punto l’incontro diventa evento di fraternità e di comunione, anticipo della festa del regno di Dio, giacché la parola del Signore porta a tale meta.

Il profeta è tale perché ha interiorizzato e sintonizzato valori e sentimenti indicati nella seconda lettura.

 

Seconda lettura (Ef 4,1-6)

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

Paolo si presenta alla comunità di Efeso come “prigioniero a motivo del Signore”. L’esperienza alle porte di Damasco, inizio del suo processo di conversione, lo porta a stringere e consolidare il profondo legame con Gesù. Ha capito che la sua morte e risurrezione è avvenuta (anche) per lui che, amato da Dio, e in virtù di tale amore, si percepisce legato, come incatenato alla persona del Maestro.
Ciò non avviene per costrizione né per imposizione (contro la propria volontà) ma, al contrario, è la volontà stessa che, immersa nell’amore così grande, immeritato e sorprendente, si abbandona, come prigioniera, nell’amato. Il rapporto è così profondo, autentico e gratificante, da non suscitare la minima intenzione di allontanarsi da esso.
Da ciò procede l’esortazione di Paolo: “comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Si riferisce al comportamento adeguato e corretto in sintonia con la causa del regno di Dio, la cui realtà edifica, nel presente, la nuova comunità dei discepoli. Non solo, ma la qualità dell’evento è fermento e sale del nuovo mondo, della nuova creazione, anticipazione del regno di Dio ultimo e definitivo, che avrà il compimento definitivo con il “ritorno” del Risorto nell’ultimo giorno.
La cartina di tornasole del legame con il Risorto è rappresentata dal comportamento vissuto “con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore”. Lo stesso amore con cui la persona si sente amata, trasformata e rigenerata da Gesù Cristo, è trasmesso dalla stessa per la forza e l’azione dello Spirito. In tal modo declina lo stesso amore, la stessa magnanimità nella quale è coinvolta, a favore di coloro ai quali rivolge la predicazione, testimonianza degli effetti della morte e risurrezione di Cristo.
L’amore autentico è sempre creativo. Esso sostiene l’intuizione, la bontà e l’audacia per entrare in cammini nuovi, “avendo a cuore di costruire l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”. Costruire l’unità è il processo per il quale si apre lo spazio e la disponibilità dell’intelligenza dei credenti e della comunità ad accogliere novità e diversità, con attenzione ai “segni dei tempi” teologici (Mt 16,3) segnalati da Gesù in ordine all’avvento del Regno (da distinguere dai segni del nostro tempo, segni sociali, quali la globalizzazione, il dominio tecnologico, la sfida climatica, ecc.).
Fra l’altro è il modo da uscire dall’autorefenzialità rinchiusa nella propria conoscenza e nel proprio ambito, per attivare la risposta evangelizzatrice adeguata. È doveroso, quindi, l’elaborazione di nuovi criteri, di simbiosi tra la propria diversità e le altre, tra l’esigenza del soggetto e la comunione nella comunità, in modo che ognuno sia autenticamente sé stesso con la propria cultura e, nello stesso tempo, in comunione con la dinamica dell’amore insegnata dalla pratica e dalla filosofia di Gesù.
È importante valutare i risultati dell’azione pastorale in tal senso, verificando fino a che punto persone e comunità sono aperte all’azione dello Spirito. I risultati soddisfacenti sono rapportabili alla salvezza nell’oggi, quella che Gesù annunziò nella sinagoga di Nazareth, all’inizio del suo ministero pastorale.

Gesù non instaurò una nuova religione ma la dinamica di vita e il criterio generale valido in ogni circostanza, affinché le culture possano comprendere e incontrare in loro stesse – se protese verso i valori della solidarietà, della fraternità e del bene di tutti, nel rispetto delle diversità – in modo da far sì che ogni persona sia motivata a fare della propria vita un dono di bontà per gli altri, soprattutto a favore dei poveri. In tal modo la buona notizia del vangelo diventa buona realtà di comunione fraterna.
In questa prospettiva si capisce l’enfasi di Paolo, che pone l’accento sul fatto che c’è “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola speranza (…) un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”. Non si tratta di sottolineare l’uniformità teologica o pastorale, ma di indicare realtà teologiche di cui ogni pastorale deve tener conto, per fornire l’adeguata risposta alle diverse circostanze, e far sì che ognuna di esse raggiunga il fine.

Il fine è l’esperienza di “Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. Esperienza, sempre imperfetta, e protesa verso la maggiore consistenza e profondità, tesa all’apice con il “ritorno” del Risorto, nel quale Dio si manifesterà come “tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Allora si realizzerà la grande festa del banchetto eterno, anticipato simbolicamente nel brano evangelico della moltiplicazione dei pani.

 Vangelo (Gv 6,1-15) adattamento dal commento di Alberto Maggi

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

L’episodio della condivisione dei pani e dei pesci è riportato da tutti e quattro gli evangelisti. Qual è la sua importanza? In questa narrazione si anticipa e raffigura il significato dell’eucarestia. In particolare, Giovanni ne fa il tema del capitolo sesto del suo vangelo. È l’unico tra gli evangelisti che non riporta il racconto della cena eucaristica, con le parole e i gesti di Gesù sul pane e sul vino, ma in realtà è l’evangelista che senz’altro più degli altri ne approfondisce il significato e ne svela la ricchezza.
In particolare, lo fa in questo capitolo 6. Scrive l’evangelista che era vicina la Pasqua, la festa dei giudei, ma la folla, anziché salire a Gerusalemme per celebrare la Pasqua, viene attratta da Gesù. La folla ha compreso che in Gesù si manifesta il vero santuario di Dio dal quale si irradia il suo amore.
Ebbene Gesù, vedendo la folla, pensa lui a provvedere al suo sostentamento. Mentre nel deserto, nell’Esodo era stata la folla che, attraverso Mosè, aveva dovuto chiedere a Dio e supplicare per avere il pane, qui Gesù previene le necessità della gente. L’evangelista indica l’azione divina: Dio non risponde ai bisogni della gente, ma li precede e previene le sue necessità.
E l’evangelista descrive questa azione della condivisione dei pani e dei pesci parlando di un ragazzo “che ha cinque pani d’orzo”. Perché cinque pani d’orzo? Per richiamare un fatto che era scritto nell’Antico Testamento quando Eliseo, il profeta, con venti pani d’orzo sfamò cento persone.

E due pesci”. Perché l’evangelista ci dà, attraverso questi segnali, l’indicazione precisa del significato dell’Eucaristia? vediamo quale è l’indicazione che ci dà Gesù. Gesù dice: “Fateli sedere”, perché questo particolare? Per mangiare i pani e i pesci potevano stare in piedi, sdraiati, seduti; perché Gesù dà questo preciso ordine: letteralmente “fateli sdraiare”?
Nei pranzi solenni, nei pranzi festivi, in particolare per la Pasqua, i signori, cioè quelli che avevano dei servi da cui potevano farsi servire, mangiavano sdraiati su dei lettucci. Ebbene, la prima azione di Gesù è far sentire le persone “signori”; Gesù si fa servo perché i servi si possano sentire signori. Quindi la prima indicazione che Gesù dà ai discepoli, collaboratori di questa Eucaristia, è di far sdraiare la gente.
E l’evangelista ci dà l’indicazione che “c’era molta erba in quel luogo”. Questo è un richiamo a un Salmo, il Salmo 72, nel quale si prevedeva l’arrivo del Messia, “in campi ondeggianti di erba e di frumento”. Quindi l’evangelista vuol dire che è arrivato il Messia atteso. “in quel luogo”; ‘luogo’ è un termine tecnico che indica il tempio di Gerusalemme, il santuario dove si manifesta Dio. Ora Dio non si manifesta più in un santuario costruito dall’uomo ma nella persona di Gesù.

E mentre nel tempio è l’uomo che deve offrire a Dio, qui è Dio che si offre all’uomo. “Si misero dunque a sedere”, e l‘evangelista indica il numero di 5000 uomini. Perché questo numero? Sia perché è il numero della prima comunità cristiana secondo il Libro degli Atti, al capitolo 4, ma soprattutto perché i multipli di 50 indicano, nell’Antico Testamento, l’azione dello Spirito. “Pentecoste”, termine greco che significa ‘cinquantesimo giorno dopo la Pasqua’, è il giorno dell’effusione dello Spirito. Quindi l’evangelista vuol far comprendere che non c’è soltanto un alimento fisico, ma c’è una comunicazione dello Spirito di Dio.
Qui l’evangelista, per uomini, intende uomini maturi. L’eucarestia rende le persone uomini maturi, uomini pieni, cioè uomini liberi. “Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede”. Sono gli stessi gesti che gli altri evangelisti pongono a Gesù nell’ultima cena. “Gesù prende i pani, e, dopo aver reso grazie” – ringraziare significa che ciò che si ha non è proprio, ma è dono ricevuto e va diviso con gli altri – “li diede a quelli che erano seduti”.

Gesù omette un’azione molto importante: non richiede alla folla che partecipa alla condivisione dei pani il lavaggio rituale delle mani. Non c’è bisogno di purificarsi per mangiare il pasto del Signore, ma è il pasto del Signore quello che purifica le persone. Ricevere il pane, che è Gesù, purifica.
E ne mangiarono quanto ne volevano. Mentre la manna era limitata ed era misurata, qui c’è l’abbondanza. Quando non si trattiene più per sé egoisticamente, ma si condivide generosamente con gli altri, c’è l’abbondanza. E si riempirono dodici canestri, come dodici sono le tribù di Israele, così si può sfamare tutta quanta la nazione.

Allora la gente (…) “, più propriamente si tratta di uomini. Con la partecipazione all’eucarestia sono resi uomini maturi, uomini adulti ed ora tornano ad essere uomini, perché? Purtroppo i partecipanti non hanno compreso questo segno, la novità di Gesù. Non hanno capito la portata e non accettano la condizione di uomini maturi, vogliono mantenersi sottomessi.
E pertanto “(…) visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: ‘Questi è davvero il profeta’”. Ma il profeta era quello promesso da Mosè, che doveva far osservare la legge. Loro non hanno capito la novità portata da Gesù, e sono pronti a sottomettersi.

Infatti, “Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re” – vogliono sottomissione e non la libertà -. Gesù li aveva chiamati alla libertà ma loro non sanno che farsene e vogliono la sottomissione nel fare di Gesù un re.
Allora Gesù “si ritirò di nuovo sul monte”. Come Mosè dopo il tradimento del popolo con il vitello d’oro, il peccato d’idolatria, risalì sul monte, così Gesù sale, da solo, sul monte. L’azione del popolo di farlo re la considera un peccato di idolatria, un tradimento.
La sottomissione, l’obbedienza per Gesù è uguale all’idolatria perché lui è il Dio che rende libere le persone. “Lui da solo”. Perché da solo? Perché anche i discepoli condividono la mentalità della folla.