Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Domenica scorsa abbiamo letto il capitolo sesto del Vangelo di Marco (versetti 30-34). Sappiamo che in questo testo si parla della missione degli Apostoli. Dopo essere stati chiamati sui bordi del lago di Galilea, e dopo essere stati con Gesù che li ha costituiti Apostoli, ora sono stati inviati in missione. Tornati, hanno raccontato al Maestro i risultati del loro lavoro. Ma Gesù non ha detto: “Bravi!”. Li ha obbligati piuttosto ad andare con la barca in un posto solitario, perché doveva correggere il contenuto della loro predicazione. Sbarcato Gesù solo verso Cafarnao, trova una grande folla, si commuove e comincia a insegnare. Poi non si accontenta: fa il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Marco 6, 30-44). Si tratta del tema del pane. Tutti e quattro i Vangeli ne parlano. Ma il secondo evangelista, di cui stiamo facendo la lettura continua, è breve. Non ce la fa a coprire le domeniche fino alla 31a. Si è pensato bene allora di aggiungere il capitolo 6 di Giovanni, dove ci si insegna che il pane vero, quello disceso dal Cielo. è Gesù (Giovanni 6, 33-35).

Siamo convinti anche noi che il pane vero non è questione di farina di grano impastata e cotta al forno, ma di una persona “divina” che con la sua vita immolata ci dona quella divina? Abbiamo bisogno anche noi, come gli Apostoli, di formazione, sennò rischiamo di esclamare come gli ascoltatori della sinagoga di Cafarnao: “Questa parola è dura! Chi può acoltarla?” (Giovanni 6, 60). E molti dei discepoli, dopo averla ascoltata “non andavano più con Lui” (Giovanni 6, 66). Il lungo capitolo sesto di Giovanni (ben 71 versetti!) è stato allora distribuito in cinque domeniche, da quella di oggi alla 21a. Non è facile capire l’Eucaristia. Nella nostra testa abbiamo l’idea che sia solo questione di “precetto”. Alla Domenica ci vuole la Messa, sennò non si sta bene; e la Messa diventa un gesto ripetitivo. Nulla di più aberrante. Meritiamo il rimprovero di santa Teresa d’Avila (1515-1582) che diceva alle sue monache: “Se ci accostiamo una sola volta con grande fede e amore al Santissimo Sacramento, questa volta basterebbe per farci ricche… Ma sembra che ci avviciniamo al Signore solo per cerimonia e per questo ne ricaviamo così poco frutto!”.

Allora avviciniamoci a Gesù e ascoltiamolo! L’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci è narrato dai quattro Vangeli. Il contesto è per tutti quello dell’Esodo. C’è il mare (= il lago di Galilea), c’è la montagna sulla quale Gesù sale, come nuovo Mosè. E’ il tempo della Pasqua e si parla di cibo. Nel deserto il popolo di Israele ha chiesto a Dio di essere nutrito; qui Gesù (che è Figlio di Dio) anticipa il desiderio della folla e chiede a Filippo dove si potrebbe trovare del pane per tutti. “Duecento denari – risponde il discepolo – non sarebbero sufficienti per sfamarli”. Un denaro è la paga giornaliera di un operaio. Ma Andrea aggiunge: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani e due pesci”, per dire che il pasto di un bambino non è niente. Ma Gesù fa sedere, meglio stendersi per terra, come si faceva nelle case dei ricchi, dove ci si sdraiava su divani per un pasto sontuoso e dove i servi passavano per il servizio. Ecco una bella lezione. L’Eucaristia ci tratta tutti come dei signori e cioè delle persone libere. E c’era dell’erba, molta! Così si fa riferimento al salmo 72 che parla dei tempi messianici e di un’epoca di pace e di abbondanza. “In quel luogo” (Marco 6, 35). Quando nel Vangelo di Marco si parla di luogo, si fa riferimento al tempio di Gerusalemme. Là nel tempio il popolo faceva offerte a Dio. Qui invece è Dio (Gesù) che si offre all’umanità. Erano cinquemila uomini. Cinque pani – cinquemila uomini. Un pane per mille persone: un’abbondanza straordinaria. E poi i pani erano di orzo: è il pane dei poveri. Richiama anche la prima lettura. Il profeta Eliseo moltiplicò venti pani di orzo (2 Re 4, 4244) per cento persone e tutti furono saziati.

Il discepolo di Gesù Filippo fa i conti con ciò che si può comprare al di fuori. Andrea invece fa i conti con ciò che è disponibile dentro la folla, nella bisaccia di un ragazzo. Ed è proprio quello che basta per una sola persona (il ragazzino) e che “donato” sazierà tutti.

“Gesù prese i pani” (Giovanni 6, 11). Il pane è la vita. Si può prendere come Adamo che rapì il frutto per essere come Dio (Genesi 3, 5). Gesù invece prende in modo diverso, perché è Figlio e riceve tutto come dono dell’amore del Padre. Gesù allora come Figlio è capace di distribuire ai fratelli la vita del Padre, come dono. Nel testo di Giovanni non si dice che spezza e dà, ma solo che distribuisce. Spezzare fa riferimento alla croce e distribuire indica la gioia partecipata della risurrezione. “Tutti mangiarono a sazietà” (Giovanni 6, 42).

E’ chiaro il riferimento alla manna. La manna era limitata alla sola giornata (Esodo 16, 4). Qui invece si vive nell’abbondanza, tanto che raccolsero dodici ceste di pezzi avanzati. Dodici come le dodici tribù di Israele e cioè tutta la comunità. E anche tutta l’umanità, quando c’è partecipazione e condivisione. Che una parte (il 10%) degli abitanti del Mondo viva nell’abbondanza e il resto trovi a fatica di che sfamarsi (più di 850 milioni vivono attanagliati dalla fame ancora oggi!).: questo è inaccettabile, soprattutto per un Cristiano, se si reputa discepolo di Gesù. Ma gli spettatori del segno compiuto da Gesù non capiscono o capiscono a loro modo. Vogliono proclamarlo Re, per vivere a sbafo, senza applicare il comando di Dio che disse a Adam: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane!” (Genesi 3, 19).

Se ogni domenica (per alcuni anche tutti i giorni) ci avviciniamo alla tavola eucaristica è perché vogliamo anticipare la speranza escatologica, sperimentare la realizzazione del mistero pasquale di Gesù e progredire nella conoscenza della persona del Cristo, “vero pane disceso dal Cielo” (Giovanni 6, 34). Il pane, lo abbiamo detto, è la vita. Allora ascoltiamo Gesù: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita!” (Giovanni 6, 53).

San Daniele Comboni (1831-1881) riteneva l’Eucaristia la fonte e il sostentamento della vita del Missionario. E lo raccomandava ai suoi Missionari. Così scriveva al Cardinal Alessandro Franchi, Prefetto di Propaganda Fide, il 29 giugno 1876: “A ciascun Sacerdote è d’obbligo la celebrazione della Messa, la meditazione e l’Ufficio Divino. Ogni giorno… Anche i laici ascoltino la Messa quotidiana, prima di impiegarsi nella giornata ai lavori manuali… Nessuno è dispensato… Solo la preghiera rafforza lo spirito e lo accende di zelo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime” nell’Africa Centrale.

Tonino Falaguasta Nyabenda