Padre Luigi Consonni

Prima lettura (Ger 23,1-6)

Il popolo, deportato in esilio a Babilonia, è sconcertato per sentirsi abbandonato da Dio. La deportazione è stata causata dall’aver tradito l’Alleanza, nonostante i ripetuti richiami dei profeti, incluso Geremia.

Tuttavia il Signore, pur nella profonda delusione per la ribellione e durezza di cuore del “popolo eletto”, promette: “Ecco verranno giorni nei quali (…) Giuda sarà salvato e Israele vivrà tranquillo, e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia”. Geremia predice con certezza un futuro non meglio precisato, ma non imminente, nel quale il Signore Dio instaurerà il suo regno nella giustizia e nel diritto.

La salvezza e la pace saranno il frutto del nuovo ordine sociale per il compimento delle esigenze dell’Alleanza. Allora il popolo riconoscerà il “Signore-nostra-giustizia” praticando la giustizia e il diritto per il bene della persona e della società, includendo anche i popoli pagani.

La pace, e ciò che ne consegue, dovrebbe essere già realtà, sì da manifestare la presenza del regno di Dio e, con esso, il compimento della promessa del Signore. Purtroppo si rivela tutto il contrario, a causa delle autorità e dei governanti del popolo che avrebbero dovuto condurlo a tale meta.

Ad essi si rivolge Dio con parole molto severe, per aver assecondato la trascuratezza dei pastori: “Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati”. Il Signore, tradito nella fiducia e deluso nelle attese, si propone di verificare le cause della malvagità e assumere i corrispondenti provvedimenti nei loro confronti: “ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere”, in risposta al loro cosciente comportamento.

Tuttavia, più forte del sentimento di delusione nei confronti delle autorità, traspare la coscienza della profonda compassione per il popolo. Essa è motivata dal sincero amore che ha sorretto la stipula dell’Alleanza e la promessa di introdurlo nella nuova terra, per instaurare l’avvento del suo regno. La fedeltà del Signore, motivata e sostenuta dell’amore, fa sì che annunci: “Radunerò io stesso il resto delle mie pecore (…) le farò tornare ai loro pascoli, saranno feconde e si moltiplicheranno”.

Nonostante la delusione e la frustrazione a causa di coloro nei quali aveva posto fiducia e speranza, Dio risponde con la determinazione di ricominciare, di perseguire l’obiettivo con “il resto delle mie pecore”, radunate da tutte le regioni.

Agisce con “eccesso” di ottimismo, motivato non tanto da quello che poi si rivelerà come illusione, ma dalla forza dell’amore che non viene mai meno. È l’atteggiamento proprio di chi non vuole accettare l’invincibilità dei difetti e delle lacune della persona amata, ma confida sempre in una nuova opportunità, e ritiene di raggiungere i risultati desiderati non ignorandone i limiti e le debolezze. Si tratta della fiducia nel potere, rigeneratore e trasformatore, dell’amore sincero e autentico, rivolto in forma gratuita e disinteressata al bene dell’amato.

Ciò non avviene solo nei confronti di Israele. Anche oggi, a livello personale e sociale, nonostante la persistente azione di Dio, non ci si rende conto della grandezza e generosità del suo amore in ogni circostanza, compresa quella che affonda nel male – frutto del peccato – con le deplorevoli conseguenze che, giornalmente, sono trasmesse dai media.

A volte gli stessi creano l’antidoto all’amore con cui ci ama, facendo ritenere che il male e il peccato siano inevitabili e che, succeda quel che succeda, Dio perdona sempre perché Padre, come se fosse obbligato, per sua virtù costitutiva, l’amore, che conforma l’essenza e l’esistenza della sua realtà, l’essere e l’azione.

Pertanto si instaura un perverso “corto circuito” che offusca l’intimo della persona dall’attenzione e dall’accoglienza del suo amore, ritenendo Dio “obbligato” a perdonare, non prestando attenzione o ignorando il dramma e la sofferenza che comporta. In un certo senso si banalizza la consistenza e la pienezza dell’amore che il perdono comporta, mantenendo i difetti e le malvagità.

Ecco, allora, che il Signore provvederà “sopra di esse – le restanti pecore radunate da tutte le parti – pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una”. Più ancora, rivolto al futuro, Geremia profetizza la venuta di un discendente della casa di Davide, “che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra”.

In quei giorni, per l’azione del discendente, “Giuda sarà salvato (…) e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia”. La profezia si compirà nella persona di Gesù, nei termini indicati nella seconda lettura.

 

Seconda lettura (Ef 2,13-18)

Paolo si rivolge ai membri della comunità, dando per acquisita la coscienza del loro stare “in Gesù Cristo” per la fede negli effetti della sua morte e risurrezione, e per la fedeltà al suo insegnamento e alla pratica che configura in loro, e nella comunità, l’avvento della sovranità di Dio. Tale coscienza costituisce uno stretto legame corrispondente a “lui in me ed io in lui”, proprio dell’amante con l’amata uniti nell’amore, ambito dell’avvento del regno di Dio.

Il rapporto si deve al fatto che il Figlio, nell’assumere la condizione umana, rappresenta tutti gli uomini e di tutti i tempi davanti al Padre e, allo stesso tempo, rappresenta Dio davanti a tutti loro. Il rapporto fra rappresentante e rappresentato fa sì che, per la fede di quest’ultimo, quello che succede in Lui – il rappresentante – è come se succedesse nel rappresentato; l’effetto instaura la comunione fra i due come accade nel rapporto dell’amante con l’amato, uniti nell’amore.

La fiducia pone in sintonia il credente, e la comunità, con la persona e l’opera di Gesù. È questa condizione che genera lo stare “in Gesù Cristo”. Essa costituisce un cambio radicale rispetto alla situazione precedente che Paolo evidenzia: “voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini (…) abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia”. Con esso si instaura la nuova fraternità fra le persone, si costituisce la nuova umanità nella comunione solidale e responsabile fra i popoli, nel rispetto delle loro caratteristiche e diversità.

La separazione, fino ad allora, era ritenuta legittima dalla Legge e dai comandamenti, secondo la teologia elaborata dai maestri. Ma Gesù, con il suo agire e l’evento pasquale “ha abolito la Legge (…) per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo”.

La legge di allora è sostituita da quella dell’amore: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12); essa trova in Lui l’artefice e il pieno compimento, nel rapporto simbiotico della sua umanità con la sua divinità, in modo tale che l’umano e il divino si rapportano nella pienezza di vita, nella crescita e sviluppo dell’esistenza di ognuno (nell’ambito del divino la crescita non si dà nella ‘natura primordiale’ – il trascendente -, ma nella ‘natura conseguente’ in virtù dell’incarnazione del Verbo).

Permanere “in Cristo Gesù” consiste nel percepire che “Egli è la nostra pace (…) è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini”. Con ciò si consolida la nuova coscienza personale e il nuovo ordine sociale, propri dell’avvento del regno di Dio, della sua sovranità, e finalità della missione di Gesù Cristo.

In tal modo è abbattuto “il muro di separazione” fra giudei e pagani. I primi, per il fatto di appartenere al popolo eletto, quali destinatari, eredi, del regno di Dio, guardavano i secondi con un senso di superiorità e di esclusione. Pertanto Cristo volle “creare in sé stesso, di due – giudei e pagani -, un solo uomo nuovo, facendo la pace”.

La dinamica del nuovo ordine sociale emerge dalla chiarezza e convinzione dell’evento teologico, spirituale e mistico, che Gesù Cristo rende attuale e possibile in quelli che accettano, per la fede, ciò che lui ha guadagnato per loro. Il consolidamento e la stabilità del dono si manifesta nel trasmetterlo a coloro che, con la loro testimonianza, vi aderiscono, a qualsiasi nazione e cultura appartengano.

In tal modo è coinvolta la realtà personale e il nuovo ordine sociale nell’attività trinitaria in ordine alla salvezza, alla pienezza di vita e alla gioia. Al riguardo Paolo afferma: “Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni gli altri, al Padre in un solo Spirito”. Vale rilevare che lo Spirito è lo spazio nel quale la persona e la comunità credente ridisegnano tutti i rapporti per il loro stare “in Gesù Cristo”.

La determinazione di accogliere nel convivio sociale e fraterno nuove persone, nuove etnie, nuovi popoli, è proprio dell’azione dello Spirito. L’accoglienza è riconducibile allo stesso agire di Gesù, riguardo al processo di inclusione nel regno di chi fino ad allora la teologia dei maestri della Legge riteneva non solo impossibile, ma contrario alla volontà di Dio.

Si tratta della missione che Gesù affida agli apostoli nel vangelo odierno.

 

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

 

Vangelo (Mc 6,30-34) – adattamento dal commento di P. Alberto Maggi

 

Il vangelo di domenica scorsa presentava Gesù che invia i discepoli alla missione; il testo odierno tratta del loro ritorno: “si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato”.

Ma Gesù non li aveva autorizzati ad insegnare, e anche quello che hanno fatto non era ciò che aveva incaricato loro di fare. Gesù non si mostra molto felice di questa relazione e dice: “Venite in disparte”. Il termine “disparte” indica sempre incomprensione o ostilità, o addirittura, opposizione a Gesù, questo perché da parte dei discepoli c’è incomprensione, ostilità o opposizione al messaggio di Gesù.

I discepoli non hanno fatto ciò di cui Gesù li aveva incaricati. C’è differenza nella lingua greca tra ‘insegnare’ e ‘predicare’. ‘Insegnare’ significa adoperare le categorie dell’Antico Testamento per annunziare il nuovo e questo sarà un ruolo che Gesù si prende per sé. Solo Gesù sa ciò che dell’Antico è ancora buono per annunziare la novità del Regno. Ecco perché non autorizza mai i discepoli ad insegnare.

Li manda invece a ‘predicare’ (significa l’annunzio) la buona notizia del Regno, con categorie nuove, con comportamenti, con segni che attestano l’accoglienza del regno di Dio e dar ragione di quello che sta succedendo, rimandando l’insegnamento a Gesù.

I discepoli sono andati oltre, hanno insegnato, hanno preso le categorie dell’Antico Testamento e hanno prodotto confusione. Fatto sta che “Molti li videro partire (…) e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero”.

Probabilmente i discepoli hanno annunziato il Messia secondo le categorie nazionaliste e questo ha creato entusiasmo, al punto che “Erano molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo da mangiare”.

Mentre Gesù nella sinagoga del suo paese è stato accolto da scetticismo, la predicazione dei discepoli è accolta con entusiasmo. Questo significa che la linea di Gesù e quella dei discepoli non è la stessa.

Allora andarono con la barca in un luogo deserto, in disparte”. Gesù li vuole separare dalla folla perché hanno creato una falsa attesa, quella del Messia trionfante, il Messia vincitore.

E “sceso dalla barca (…)” – scende solo Gesù, i discepoli rimangono sulla barca, distanziati dalla folla – “(…) Gesù vide una gran folla ed ebbe compassione”; in altre parole, sentì le viscere contorcersi per l’errore in cui si trovavano.

Vale specificare che la compassione è un termine tecnico dell’Antico Testamento e anche del Nuovo, ed è adoperato esclusivamente per Dio. Gli uomini hanno misericordia, ma è solo Dio che ha compassione. La compassione non è un sentimento, ma un’azione divina con la quale si restituisce vita a chi vita non ce l’ha. Nell’Antico Testamento è riservata esclusivamente a Dio, nel Nuovo a Dio e a Gesù.

Ebbene, la compassione di Gesù verso il popolo che non ha vita è motivata dal fatto che le “pecore non hanno pastore”. Mosè aveva chiesto che ci fosse sempre un pastore nel suo popolo perché il gregge non fosse sbandato e, invece, la folla è come “pecore che non hanno pastore”.

Ma in realtà i pastori li avevano, tanti, forse anche troppi; il problema è che questi pastori non si curavano del bene del popolo, ma soltanto dei propri interessi. Non curavano la salute, la vita del popolo, ma difendevano i propri privilegi; non servivano il gregge, ma lo dominavano.

Allora Gesù, di fronte a questa situazione che era stata già denunciata dai profeti, prende egli stesso il ruolo di pastore.

Da questo momento Gesù sarà il vero pastore di Israele. “E si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù non insegna dottrine per dominare le persone, ma comunicazione vitale che consente al popolo di vivere.