Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 Gesù certo ha scelto gli Apostoli, ma si preoccupa molto anche della loro formazione. Nel Vangelo di Marco questa preoccupazione è accentuata. “Chiamò a sé i dodici” (Marco 6, 7). Ma prima, dopo essere salito sul monte, “chiamò a sé quelli che voleva… Ne costituì Dodici” (Marco 3, 13-14). Dodici erano le tribù di Israele e Dodici dovevano essere i nuovi capi del popolo eletto, al seguito di Gesù. Li chiamò Apostoli. Da dove Gesù ha scovato questa parola? Il termine è ignoto al greco letterario, ma il verbo da cui deriva “apostello” significa “inviare”. Inviati sono gli ambasciatori, per esempio, che devono essere rispettati come l’autorità (in questo caso il re Davide) che li manda (2 Samuele 10, 1-5). La Chiesa della prima generazione cristiana eredita questa usanza, quando da Antiochia e da Gerusalemme manda Barsaba e Sila, assieme a Paolo, con lettere ufficiali (Atti 15, 22). Sono ambasciatori accreditati. Non si tratta di un titolo di autorità, ma di una funzione. E’ quello che fa Gesù fin dall’inizio della sua vita pubblica, per moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio: per questo motivo ha istituito i Dodici.

Sappiamo che nel Vangelo di Marco la vocazione apostolica si evolve in tre tappe: la chiamata, lo stare con Gesù e la missione. E il tutto in funzione della loro formazione. Non basta essere scelti, non basta stare con Gesù, non basta percorrere i villaggi annunciando il Vangelo, bisogna scoprire il significato del vero messaggio da annunciare. Nel Vangelo di oggi (Marco 6, 30-34) gli Apostoli, mandati, se ne tornano a riferire a Gesù il risultato della loro Missione. Entusiasti! Ma che cosa avevano raccontato in giro tanto che la gente li seguiva e non lasciava loro neppure il tempo “per mangiare”? (Marco 6, 31).

Il profeta Geremia esercita la sua funzione al tempo del re Nabucodonosor (605-562 prima di Cristo). Questo re, dopo la conquista di Gerusalemme, insedia nel regno di Giuda una sua pedina, Mattania, a cui dà il nome di Sedecìa. Geremia, ispirato da Dio, consiglia di accettare questa situazione politica in attesa della liberazione che il Signore provvederà, al tempo di Ciro, il re dei Persiani. Ma i consiglieri di Sedecìa lo invitano ad allearsi con l’Egitto e a ribellarsi. Allora Nabucodonosor fa una strage in Palestina, fa accecare Sedecìa e lo deporta in esilio, dove morirà. Si tratta di una autorità mal gestita. I responsabili, invece di essere veri pastori del gregge, lo vogliono dominare per conseguire i loro progetti. Non per nulla Mosè, sentendosi vicino alla sua dipartita, prega Dio di scegliere un suo successore che sia una guida del popolo. Così dice: “Il Signore … metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare … perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Numeri 27, 16-17).

Gesù, nuovo Mosè, è il vero pastore, meglio, come lo definisce il Vangelo di Giovanni, “il Pastore bello” (Giovanni 10, 11). Gesù pertanto “pastore bello/buono” ci manifesta così la sua rivendicazione messianica, perché Egli è il Messia atteso e realizzatore dei progetti di Dio suo Padre. Ma gli Apostoli, chiamati a moltiplicare la presenza di Gesù, come devono essere? Per questo devono stare alla scuola del Maestro che li chiama in disparte, “in un luogo deserto” (Marco 6, 31). Erano stati mandati a due a due in Missione. Ma al loro ritorno il Signore non si è mostrato entusiasta di quello che avevano fatto. “Venite in disparte” dice e queste parole significano che il Maestro non è stato soddisfatto di quello che avevano insegnato. Che cosa era successo? I suoi Apostoli avevano proposto un messianismo trionfatore, secondo le aspettative popolari. Il popolo infatti era sottoposto al giogo dell’Impero Romano e il discorso della liberazione politica da parte di un Messia incontrava un successo immediato. Ma non è il parere di Gesù. “Venite in disparte” ha detto Gesù, perché c’è qualcosa da correggere nell’insegnamento dei suoi missionari. Non li aveva inviati a insegnare, ma a predicare. Il che è diverso. Solo Gesù è capace di insegnare, utilizzando ciò che è buono nell’Antico Testamento per far capire che il Regno di Dio è alle porte e che è la grande novità.

Gli Apostoli quindi partono in barca perché devono essere separati dalla folla, nella quale avevano suscitato false attese. Arrivati a destinazione, Gesù scende “solo” e vede una grande folla. Ne ebbe compassione, perché “erano come pecore che non hanno pastore” (Marco 6, 34). La compassione non è come la misericordia: questa è solo un sentimento. Con la compassione, propria di Dio nell’Antico Testamento e nel Nuovo è propria di Dio e di Gesù, si è capaci di restituire la vita a chi l’ha perduta. Allora Gesù si manifesta come un vero pastore e si mette a insegnare a lungo. Prima la Parola, che non è una dottrina per dominare gli altri, ma questa Parola, che è Gesù stesso, diventa cibo, comunicazione di vita, che permette al popolo di vivere come popolo che Dio ama.

L’insegnamento di Gesù in quel giorno diventa lungo. Essendosi ormai fatto tardi, i suoi discepoli si avvicinano per dirgli: “Congédali…, perché possano comprarsi da mangiare!” (Marco 6, 36). Ma Gesù aggiunge: “Voi stessi date loro da mangiare”. Impossibile per così tanta gente! Avevano però poca cosa: cinque pani e due pesci. Gesù (è chiaro il riferimento all’Eucaristia!) “prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani…, divise i due pesci fra tutti” (Marco 6, 37-41). “Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci” (Marco 6, 43-44). E’ la prima moltiplicazione (o meglio condivisione) dei pani e dei pesci (nel secondo Vangelo ce ne sono due!). Solo Gesù poteva compiere questo miracolo e far fare l’esperienza del cibo che lui solo può fornire, perché è un cibo di benedizione, dono del Padre per mezzo di Gesù e condiviso fra fratelli. La folla presente era formata da cinquemila persone. E’ il numero degli appartenenti alla comunità cristiana di Gerusalemme (Atti 4, 4), che viveva nella vita di tutti i giorni ciò che celebrava nell’Eucaristia. La vita di Gesù, ricevuta nell’Eucaristia, diventava lode di Dio Padre e condivisione con i fratelli (Atti 4, 32-35).

San Daniele Comboni (1831-1881) considerava la sua vita un dono. A imitazione di Gesù, voleva consacrare le sue energie e le sue risorse per la rinascita dell’Africa. Così scriveva a don Goffredo Noecker, il 9 novembre 1864, poco tempo dopo aver composto il suo “Piano per la rigenerazione dell’Africa“: “Si meraviglierà che io sia sempre in viaggio e che ora mi trovi a Bressanone. Ma deve sapere che l’Africa e i poveri Neri (sfruttati e maltrattati) si sono impadroniti del mio cuore, che vive soltanto per loro”. E’ quello che Papa Francesco continua a ripetere: “Il Vangelo ci invita a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, … con il suo dolore e le sue richieste… Il Figlio di Dio, nella sua Incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza!” (Evangelii Gaudium, n°88).

P. Tonino Falaguasta Nyabenda