Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Nel Vangelo di Marco la vocazione degli Apostoli avviene in tre tappe. La prima è la chiamata sui bordi del Lago di Tiberiade. Gesù chiama Simone (= gli dà il soprannome Kefas e cioè Pietra/Pietro) e suo fratello Andrea. Li ha definiti: “Pescatori di uomini” (Marco 1, 17). Che cosa vuol dire? Simone e Andrea di mestiere erano pescatori nel lago di Galilea. Usavano il giacchio per pescare e lo tiravano verso la barca per vedere se dentro vi erano dei pesci. I quali, tirati fuori dell’acqua, morivano e diventavano cibo per gli uomini. Ma gli uomini, immersi nell’acqua invece, muoiono. Solo se, tirati fuori, possono vivere. Si tratta di portarli, pescandoli, dalla morte alla vita. Gesù chiama inoltre Giacomo e Giovanni, un’altra coppia di fratelli. “Qui dietro a me!” dice Gesù (Marco 1, 17). Tre parole che sintetizzano l’essenza del Cristianesimo. C’è il Maestro che cammina davanti e il discepolo che gli va dietro. “Ma dove?” si chiede Alberto Maggi, un grande biblista italiano. Siamo ai bordi del lago, che richiama il Mare Rosso, attraversato dal popolo di Israele a piedi asciutti, per intervento di Dio (Esodo 14, 15-31). Si tratta quindi di un nuovo Esodo, una nuova esperienza salvifica di Dio, operata da Gesù. Questo Esodo non avviene dall’Egitto verso la Terra Promessa, ma da una religione standardizzata, verso un incontro con Dio Padre. Dio non è più il Padrone che domina con l’osservanza delle Leggi, ma si offre nella sua misericordia per donare il suo amore a tutta l’umanità.

Gesù chiama due coppie di fratelli (Simon Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) per indicare che in questo nuovo Esodo siamo chiamati a un’altra fratellanza. Non più basata sul sangue, ma sull’accettazione dell’amore gratuito di Dio.

La vocazione degli Apostoli nel Vangelo di Marco ha tre tappe, come ho detto. La prima si svolge ai bordi del Lago di Galilea (Marco 1, 16-20). La seconda, quando Gesù sale sul monte (Marco 3, 13-19) e là “fece dodici, che chiamò Apostoli, per essere con lui” (Marco 3, 14). L’esperienza della vita in unione con Gesù è fondamentale. La sequela (conseguenza della chiamata) diventa qui più profonda, perché diviene unione e intimità con Gesù. Si capisce allora perché si segue Gesù. Vale anche per noi oggi, non solo per gli Apostoli di duemila anni fa. Si capisce allora la nostra realtà di figli. Se siamo figli è perché con Gesù scopriamo che Dio è Padre. Questa fratellanza allora deve essere estesa anche agli altri. Noi siamo fatti per stare con Gesù, perché è lui il centro del cerchio che deve estendersi a tutta l’umanità. Così si capisce che cos’è la Chiesa, la comunità dei discepoli chiamati dal Cristo.

Ma c’è una terza tappa della vocazione apostolica e lo scopriamo nel Vangelo di oggi (Marco 6, 7-13). “E chiama innanzi i Dodici e cominciò a inviarli a due a due” (Marco 6, 7). E’ la Missione. E’ la terza chiamata di una medesima vocazione. La prima è stata la chiamata alla fede e alla sequela. La seconda richiede di stare con Gesù e di fare esperienza di Lui. La terza è la Missione, cioè la partecipazione alla stessa missione del Figlio, che è portare l’amore del Padre a tutti i fratelli.

Perché Gesù invia i suoi Apostoli a due a due? Perché si aiutino a vicenda. Poi perché la loro testimonianza sia valida, secondo anche la Legge di Mosè (che richiede sempre la testimonianza di due persone: due uomini!). Ma soprattutto perché devono testimoniare tra loro l’amore fraterno che devono proclamare agli altri. Infatti se due stanno insieme è perché c’è un terzo in mezzo a loro: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Matteo 18, 20). Inoltre la cifra due è il principio di molti. E’ quindi l’inizio di una comunità, e cioè della Chiesa. I discepoli di Gesù, cioè noi tutti, se abbiamo imparato a stare con Lui, dobbiamo anche stare fra di noi come fratelli e sorelle. E dobbiamo insegnarlo pure agli altri, a tutti coloro che avviciniamo.

Nel Mondo di oggi i Musulmani hanno un’importanza particolare; sono già più di un miliardo e mezzo. Perché nell’Islam non ci sono Missionari? Nel Corano leggiamo: “Voi siete la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini” (Corano, sura 3, versetto 110). Di conseguenza i Musulmani si credono superiori agli Ebrei e anche ai Cristiani. Le Rivelazioni fatte agli uomini da Dio prima di Maometto (morto nel 632 dopo Cristo) sarebbero parola di Dio al pari del testo del Corano. Ma le Scritture Ebraiche e Cristiane (= Vecchio e Nuovo Testamento), secondo Maometto, sono state falsificate (= tahrif in arabo). Infatti dice il Corano: “O gente della Scrittura, perché avvolgete di falso il vero e lo nascondete?” (Corano, sura 3, versetto 70). Per i Musulmani pertanto non c’è bisogno di Missionari, perché tutti lo sono. Ma allora come si spiega la diffusione straordinaria dell’Islam? Perché, come diceva l’Ayatollah Khomeiny (1902-1989) : “Se l’Islam non è politico, non è nulla!”. Ci sono più di 40 paesi che hanno una costituzione “islamica” e pertanto sostengono la diffusione dell’Islam come strumento politico di dominio. Del resto anche Maometto stesso avrebbe detto, secondo uno dei suoi hadith : “La religione si diffonde all’ombra della spada”.

Per noi Cristiani nulla di tutto questo. Secondo l’insegnamento di Gesù, ciò che sta al di sopra di tutto è la Parola e l’esempio di vita dei discepoli. Ma c’è una tentazione e ce lo spiega il profeta Amos (VIII secolo prima di Cristo). E’ la tentazione di Amasìa (Amos 7, 12). Amasìa è un profeta di corte, stipendiato dal Re d’Israele Geroboamo II (786-746 prima di Cristo). Le sue parole pertanto non possono contrariare i desideri del Re, anzi devono compiacerlo. Al contrario, il profeta Amos viene da Giuda, è uno straniero e si presenta come un profeta autentico, che rifugge ogni carrierismo, per restare fedele al messaggio che Dio gli ha affidato. Papa Francesco ha parole di fuoco contro gli uomini di Chiesa che si preoccupano solamente di far carriera, sottomettendosi in tutto ai superiori e “li divinizzano”, per poter avanzare nella scala gerarchica. Lo ha detto in un discorso alla curia romana, il 22 dicembre 2014.

I discepoli di Gesù, cioè noi tutti e specialmente i Missionari, devono dare testimonianza con la vita dell’amore del Padre verso tutta l’umanità. La loro vita, a imitazione di quella di Gesù, deve essere un dono gratuito per amore, nella diffusione del Vangelo di Gesù (e cioè la salvezza di tutti), perché tutti siamo invitati ad accogliere l’amore che Dio Padre ci dona nella sua infinita misericordia.

San Daniele Comboni (1831-1881) ha sempre avuto un attaccamento particolare alla sua vocazione di Missionario, come discepolo di Gesù inviato nel Mondo Africano. Il 13 agosto 1857, così scriveva a don Pietro Grana: “Ho finito i santi esercizi spirituali; e dopo essermi consigliato con Dio e con gli uomini, ebbi l’idea che la Missione è la mia vera vocazione. Il padre Marani, mio confessore, della Congregazione delle Stimmate di Verona, mi disse: ‘Dopo aver fatto un quadro della tua vita, ti assicuro che la tua vocazione alle Missioni dell’Africa è una delle più chiare e patenti. Quindi vai pure, che la Provvidenza saprà consolare e custodire i tuoi genitori’. Ho deciso allora di partire per l’Africa, il prossimo settembre!”. A questa vocazione missionaria il Comboni è stato fedele tutta la vita. Il 15 aprile del 1876, scrivendo al Cardinale Alessandro Franchi, prefetto di Propaganda Fide, così diceva: “Fu nel gennaio del 1849 che, studente di filosofia, all’età di 17 anni, io giurai ai piedi del mio venerato superiore don Nicola Mazza di consacrare tutta la mia vita all’apostolato nell’Africa Centrale. Né mai venni meno a questa mia promessa“.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda