MONS. PAULINO LUKUDU LORO

Kwerijik, SUD SUDAN 23.8.1940    –    Nairobi, KENYA 5.4.2021

Un comboniano, un uomo di Dio, un vescovo della Chiesa cattolica che, in tempi non facili per il Sud Sudan, si è speso tutto per il bene della sua gente, del suo paese e delle Chiese che il Signore gli aveva affidato.

Paulino era nato a Kwerijik, un villaggio vicino Juba, oggi capitale del Sud Sudan. Dopo aver frequentato la scuola della missione e diventato cristiano tramite il battesimo all’età di 10 anni, era entrato nel seminario per diventare prete. E lì, a contatto con i comboniani, era sbocciata la sua vocazione missionaria comboniana.

Nel 1966, Paulino era a Firenze come novizio comboniano con altri compagni sudsudanesi, pure loro candidati alla vita comboniana. Aveva imparato molto bene l’italiano ed era piacevole conversare con lui.

Andava sempre più identificandosi con il carisma comboniano: salvare l’Africa con l’Africa. Era ben cosciente del difficile momento che il suo paese stava attraversando: guerra civile contro il nord che durava dal 1955. Emessa la prima professione religiosa a Firenze, nel 1967 era a Verona casa madre, che allora accoglieva anche gli scolastici (studenti di teologia), per frequentare lo Zenonianum, sito in Veronetta, a dieci minuti a piedi da casa madre, lo studio teologico frequentato dai tanti seminaristi maggiori dei numerosi istituti presenti in città, seminario per l’America Latina compreso.

Diventa prete il 12 aprile 1970, festa di san Zeno “vescovo moro”, proprio nella basilica dedicata al santo patrono della città di Verona, per l’imposizione delle mani di mons. Giuseppe Carraro, vescovo della città. Da prete, rientra nel suo paese per dedicarsi completamente all’opera di evangelizzazione della sua gente. Lavora con altri preti sudanesi e i confratelli comboniani. Con l’Accordo di Addis Abeba nel 1972, il Sud Sudan che vive dal 1955 una guerra contro il nord, sembra ritrovare la pace. Così a Roma, la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (ex Propaganda Fide) ne approfitta per ricostituire la gerarchia della Chiesa cattolica in Sudan. Il 12 dicembre 1974, padre Paulino, prete da 4 anni e mezzo (non aveva che 34 anni), viene nominato “amministratore apostolico” di El Obeid. Dalla sera alla mattina si ritrovava “vescovo”, benché non ordinato, di una diocesi grande tre volte l’Italia. Essere vescovo della Chiesa cattolica in un paese musulmano non era facile allora come non lo è ancora oggi. E qualche difficoltà incontrò anche con alcuni confratelli italiani non convinti dalla sua giovane età… Il 27 maggio 1979 è ordinato vescovo. L’ordinazione avviene a Roma e a consacrarlo è il papa stesso, Giovanni Paolo II. Quattro anni dopo, il 19 febbraio 1983, è nominato arcivescovo metropolita di Juba. Prende possesso dell’arcidiocesi il 31 luglio seguente. E ne sarà il vescovo fino alle sue dimissioni il 12 dicembre 2019.

La diocesi di Juba, come le altre diocesi sudanesi, era in un stato pietoso: la guerra civile aveva impedito qualsiasi organizzazione stabile, qualsiasi progresso, anche minimo, delle varie istituzioni diocesane. La sua attenzione di pastore si concentrò quindi sulle persone: religiosi, religiose, preti diocesani e i tanti poveri che ogni giorno bussavano alla sua porta e non se ne andavano mai con le mani vuote. Dei suoi preti voleva essere soltanto il fratello maggiore, aprendo loro la sua casa. Visse per la sua Chiesa, come ogni vescovo “sposato” con la sua diocesi. Intensificò il programma educativo della diocesi: ogni parrocchia doveva avere la sua scuola elementare e la sua scuola media, con migliaia di alunni. Ogni parrocchia doveva avere anche un piccolo dispensario, dove i poveri potessero avere cure e attenzione. Ai tanti poveri le cure venivano offerte gratuitamente. Con la collaborazione di alcune congregazioni religiose, aprì a Juba una eccellente scuola per infermieri. Ancora oggi quella scuola forma personale paramedico per tutto il Sud Sudan. Nel 2011, con l’indipendenza del paese, fondò, con la collaborazione dei comboniani, una stazione radio FM, per informare, istruire, guarire le ferite della guerra e aiutare a discernere la via da seguire. Con la sua vicinanza alla gente, il coraggio, la sua apertura e umiltà, mons. Paulino collaborava con chi aveva più forza di lui, riuscendo a infondere speranza a un popolo tanto provato dalla guerra.

Il suo episcopio rimaneva quella casa che il vescovo comboniano italiano abitava quando nel 1964 era stato espulso. E così è rimasto fino al 2019. A Juba non c’è ancora una “casa del clero” per accogliere preti anziani o malati. Paulino li accoglieva in casa sua. Un paio di volte mi è successo di far colazione con loro. C’era un genuino spirito di famiglia, veramente invidiabile. Un vecchio prete non è sempre la persona più gradevole che si possa incontrare e con cui vivere. Questo si poteva notare anche nella casa dell’arcivescovo di Juba: «Ma sono i miei preti – mi disse – hanno speso la vita per la Chiesa come me, e nella gioia come nel dolore ci siamo ritrovati fratelli». Epilogo di una vita donata.

Significativamente, il Signore ha chiamato a sé mons. Paulino il lunedì di Pasqua, 5 aprile 2021. L’ha chiamato a contemplare da lassù le Chiese che lui ha guidato. Sia El Obeid che Juba hanno avuto un grande pastore e un grande maestro. Gli esempi che lui ha lasciato le aiuterà a lungo a seguire il Signore con fiducia, ottimismo e gioia, come hanno imparato a fare sotto la sua guida per tanti anni.

padre Luciano Perina