Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Fare il profeta non è mai stato una cosa facile. Prima di tutto ci vuole la vocazione. Mosè, Samuele, Amos, Isaia, Geremia, Ezechiele, ecc., sono stati chiamati. Geremia è stato chiamato fin dal seno materno (Geremia 1, 5). Sarebbe stato addirittura sedotto (Geremia 20, 7). La chiamata è sempre in vista di una missione. Il profeta deve sempre parlare in nome di Dio. Chi lo fa in nome proprio è un falso profeta (Geremia 14, 14). I veri profeti hanno coscienza che un Altro li spinge e li manda, anche se coloro che devono ascoltarli sono dei ribelli. “Figlio dell’uomo – dice il Signore – io ti mando ai figli di Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me” (Ezechiele 2, 3).

E’ successo anche all’apostolo Paolo. La sua parola è stata contraddetta. “E stata data alla mia carne una spina” ha scritto Paolo. Facilmente non si tratta di una malattia fisica, come certuni hanno supposto. Pietro Rossano (1923-1991) parla di “pungiglione nella carne“. Citando Gregorio Magno, si vorrebbero vedere problemi di castità. Secondo san Basilio, invece, ci sarebbero malattie croniche, come febbri malariche. Giuseppe Ricciotti (1890-1964) vedrebbe in questa “spina nella carne” il segno delle misteriose sofferenze fisiche che accompagnano talvolta i mistici, come santa Teresa d’Avila. Ma più probabilmente la “spina” di cui parla l’apostolo Paolo sarebbe l’immagine delle persecuzioni mosse contro di lui dai falsi annunciatori del Vangelo, dai Giudeocristiani, che non accettavano la salvezza universale proposta da Gesù, senza prima passare dall’esperienza delle Legge giudaica. Alain Decaux (1925-2016), storico francese, lo dice chiaramente nella sua biografia di san Paolo dal titolo significativo “L’avorton” (= l’aborto). Secondo questo autore, una delegazione di Giudeocristiani di Efeso ha seguito Paolo fino a Gerusalemme e avrebbe provocato il suo arresto e finalmente il suo invio a Roma presso il tribunale dell’Imperatore.

E per Gesù? La stessa cosa. Il suo annuncio del Regno di Dio è stato mal compreso e poi addirittura il suo insegnamento, percepito come contrario alla tradizione, è stato pubblicamente condannato. I posti dove il Signore trova maggiori ostacoli al suo insegnamento sono i luoghi religiosi, come le sinagoghe. Nel Vangelo di Marco si dice che Gesù è entrato per tre volte in una sinagoga (tre volte vuol dire completezza, totalità) e ogni volta ha trovato ostacoli: lo hanno interrotto mentre parlava, un’altra volta lo hanno minacciato di morte e ora, come questa volta, Gesù è preso in giro e calunniato. Il Rabbi di Nazareth si reca nel suo paese. Ma non si cita il nome di Nazareth per indicare che il fatto riguarda tutto Israele. Si è messo a insegnare, nella sinagoga. Ma il suo insegnamento non era conforme a quello che si dava in quel luogo abitualmente. Molti ne furono stupiti. “Da dove gli vengono queste cose?” dicevano. E pensavano che quello che Gesù insegnava era proprio il contrario di quello che insegnavano i loro scribi (= specialisti della Bibbia). Già alcuni avevano dichiarato che Gesù traeva il suo insegnamento e la sua forza da Belzebù, il principe dei demoni (Matteo 12, 24). “E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?” aggiunsero, come se Gesù fosse uno stregone o un fattucchiere. Invece le mani del Signore indicano la nostra situazione di persone sottoposte alla dura legge del lavoro per vivere. “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” disse Dio ad Adamo, dopo il peccato originale (Genesi 3, 19). “Non è costui il falegname?” aggiunsero. Gesù infatti imparò il mestiere da suo padre, san Giuseppe. E’ bello pensare a quelle mani che compiono la stessa opera di Dio nella creazione del Mondo. E ora faticano tutta la vita, fino a quando lo avranno sostenuto, inchiodate, sul legno della Croce. E’ sempre lo scandalo di un Dio fatto carne (Giovanni 1, 14), sottoposto alla legge della fatica umana, del lavoro e del cibo, della veglia e del sonno, della vita e della morte. La sua carne è il centro della fede cristiana. “Caro salutis est cardo” diceva Tertulliano (III secolo) per indicare che è sempre la carne umana del Cristo la base della nostra salvezza. “In lui c’è la pienezza della divinità” ha esclamato san Paolo (Colossesi 2, 9). Noi oggi siamo tentati di dire: “Se vedessi Gesù, se lo toccassi… gli crederei”. Nulla di più falso. I suoi compaesani di Nazareth lo hanno rifiutato proprio perché lo hanno visto. Hanno addirittura esclamato: “Figlio di Maria!”, come un insulto, come un sospetto sulla sua nascita. Nella tradizione giudaica il figlio è sempre identificato con il nome del padre, anche se poi il padre non c’è più. Come il re Davide, era sempre il figlio di Iesse (1 Samuele 16, 12). A Nazareth Gesù è identificato come il figlio di una ragazza madre. Un insulto e un disprezzo grandissimo. La Legge di Mosè prescriveva la lapidazione per queste ragazze madri (Deuteronomio 22, 20-22). Che umiliazione anche per la Madonna, la più Santa di tutte le donne.
I Vangeli di Matteo e di Luca ci spiegano appunto che Gesù è nato per intervento dello Spirito Santo, compiendo un miracolo che solo Dio può realizzare (Luca 1, 35). “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” ha detto Gesù commentando la poca fede trovata a Nazareth e il rifiuto della sua accoglienza e della sua parola di salvezza. Perché il profeta è disprezzato? Perché egli è sempre in sintonia con Dio e non fa che manifestare la sua parola e la sua volontà. Ma l’ambiente religioso tradizionale fa sempre difficoltà ad accettare le novità di Dio. Si dice infatti: “Abbiamo sempre fatto così! Perché cambiare?”. Abbiamo infatti il nostro Dio, frutto delle nostre esperienze personali e delle nostre “fantasie”.
Il Vangelo ci invita (ed è questa la grande novità cristiana) ad accettare che Gesù è Dio. Ma bisogna andare oltre e cioè: accettare che Dio è questo uomo Gesù. Questo vale per gli abitanti di Nazareth, ma anche per noi oggi. Lo scandalo della fede è costituito dal fatto che la sapienza e la potenza di Dio parli e operi nella follia e nell’impotenza di un amore fatto carne, in Gesù, figlio di Maria di Nazareth (2 Corinzi 13, 4).

San Daniele Comboni (1831-1881), chiamato giustamente “Il profeta dell’Africa” dallo scrittore e storico Domenico Agasso (1921-2020), ha lottato tutta la vita perché i popoli dell’Africa Centrale venissero a conoscere Gesù di Nazareth, figlio di Maria e figlio di Dio, nostro Salvatore. Alla Società di Colonia (Germania) che lo aiutava economicamente nell’organizzazione delle strutture del Vicariato, così scriveva nel 1868: “Solamente Colui che con il suo sacrificio glorioso sul Golgota volle che fosse estirpata per sempre dalla terra la schiavitù, Egli che annunciò agli uomini la vera libertà, chiamando tutte le nazioni e ogni singolo essere umano alla figliolanza di Dio, al quale l’uomo rigenerato può dire: Abba, Padre! (Romani 8, 15), solamente Lui potrà liberare l’Africa dalla piaga della schiavitù!”. E donare agli Africani la dignità che meritano, in quanto figli di Dio, come tutti gli abitanti del Mondo.

p. Tonino Falaguasta Nyabenda