Padre Romeo Ballan

Torna con forza il tema della Vita, nelle tre letture di questa domenica: la vita come progetto iniziale e definivo di Dio (I lettura); la vita che, grazie alla fede, vince la malattia e la morte (Vangelo); e la vita condivisa nella carità (II lettura). Nel Primo Testamento, il credente biblico aveva, in generale, una conoscenza e un rapporto molto nebulosi riguardo alla morte e alla vita ultraterrena. Fanno eccezione alcuni testi prossimi al Nuovo Testamento, come il libro della Sapienza (I lettura), che appare determinato nel darci una delle più belle definizioni di Dio, come “Signore, amante della vita” (11,26). Il testo odierno afferma che “Dio non ha creato la morte… ha creato l’uomo per l’incorruttibilità” (v. 13.23). Le cose della creazione sono buone, sono fatte per esistere, sono portatrici di salvezza, perché provengono dal Dio della vita.

Con il suo progetto di vita, Dio non intendeva esimere le sue creature dalla fine naturale che è retaggio di ogni essere limitato. Purtroppo il piano divino è stato rovinato, sia pure parzialmente: “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo” (v. 24). Infatti, il peccato, che è la morte spirituale, a cui l’uomo si abbandona liberamente, ha stravolto anche l’ordine naturale e continua ad aggravare nella sofferenza i passi cadenti dell’esistenza umana. Non ha molto senso (sarebbe solo uno sterile rimbalzare di ipotesi teoriche!) domandarsi se la morte naturale ci sarebbe stata senza il peccato di Adamo. È meglio prendere atto della nostra realtà attuale, l’unica che abbiamo.

Dio ha messo in atto per noi la rivincita sulla sofferenza e sulla morte per mezzo della fede, alla quale Gesù invita i personaggi dei due miracoli che l’evangelista Marco racconta con abbondanti dettagli (Vangelo). La donna che perde sangue da dodici anni, dilapidata da medici e cure, ritenuta legalmente impura per contatto con il sangue, ora è del tutto spacciata. Le resta solo la scorciatoia della fede, nascosta e segreta: toccare il lembo del vestito di Gesù. Le basta raggiungerlo, toccarlo, e il miracolo è fatto: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita” (v. 34). Ormai è salva, in pace, sana: è figlia, perché Gesù le ha dato la vita. È il miracolo della fede! La stessa fede alla quale Gesù invita Giàiro, il papà della bambina dodicenne appena morta: “Non temere, soltanto abbi fede!” (v. 36). A Gesù basta prendere la fanciulla per mano e dirle: “alzati!” E lei si alza, cammina e riprende a mangiare (v. 41-42). Nei due interventi miracolosi di Gesù – sulla donna inferma e sulla bambina morta – l’evangelista Marco mette in evidenza la cifra di dodici anni (un tempo lungo e completo), ma insiste soprattutto sul fatto che Gesù si lascia toccare dalla donna legalmente impura per il sangue e tocca la carne morta della bambina. Gesù non ha paura di andare oltre la l’impurità legale, perché Dio è “una mano che ti prende per mano” (E. Ronchi).

San Paolo invita i cristiani di Corinto (II lettura) a scoprire nella fede il valore evangelico della condivisione dei beni a favore di chi è nel bisogno. Nel caso specifico, l’appello paolino è a favore dei poveri nella comunità di Gerusalemme, ma le tre motivazioni teologiche su cui l’apostolo si basa sono valide per ogni tempo e situazione. Anzitutto, l’esempio di Cristo, che ha scelto di farsi povero per noi (v. 9), è un invito ad assumerne i sentimenti di condivisione e di gratuità. Inoltre, Paolo sottolinea il valore dell’uguaglianza (v. 13-14) come esigenza della vera fraternità che si ispira al Vangelo. Infine, alludendo all’esperienza degli israeliti con la manna nel deserto, Paolo mette in guardia i cristiani dalla tentazione di accumulare i beni per sé dimenticando gli altri (v. 15).

Sono indicazioni preziose anche oggi per motivare e sostenere le iniziative di cooperazione missionaria, come pure i grandi progetti e le campagne di sviluppo e di promozione umana a favore degli affamati e di altri gruppi di persone indigenti. Nella vicinanza degli incontri annuali fra gli uomini di governo più potenti della terra, associati nei vari G7, G20, Ue, Nato, Onu…, è doveroso ricordare il messaggio della Chiesa e del Papa, che reclamano soluzioni efficaci, rapide e generose a beneficio degli ultimi della terra. Papa Francesco lo ha fatto in modo ampio e autorevole con l’Enciclica Laudato Si’, “sulla cura della casa comune”. (*)

Nelle tre letture di oggi, la fede appare come la risposta capace di generare soluzioni globali a realtà basiche come la salute, la vita, la fraternità… La fede, infatti, è capace di dare consolazione nella sofferenza e speranza anche davanti alla morte; è capace di creare e sostenere una fraternità nuova, una vita di condivisione nella carità. Una vita di fratelli, uguali e solidali, è possibile! È l’utopia del Vangelo? Sia benvenuta, anche se esigente! Rimane sempre come un ideale davanti a noi. È questo – e non può essere un altro – il programma di quanti sono chiamati e optano per essere missionari per la Vita! Come Gesù, come Paolo…

 

Parola del Papa

(*) «La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare… Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale… Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità. Spero che questa Lettera enciclica, che si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa, ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta».

Papa Francesco
Lettera enciclica Laudato Si’ (2015) n. 13-15