CORPUS DOMINI: Santissimo Corpo e Sangue di Cristo –

La festa del Corpus Domini o del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo è legata alla Pasqua. Ne è come un prolungamento. Nell’Antico Testamento (Esodo 12, 3-11), la Pasqua è stata vissuta attorno a un banchetto. Era mangiato un agnello. I partecipanti dovevano avere i fianchi cinti e cioè dovevano fare tutto “in fretta“, perché la liberazione dalla schiavitù d’Egitto doveva essere compiuta senza ritardi.

Nella Pasqua che noi celebriamo abbiamo le stesse motivazioni. Ma per noi l’Agnello è Gesù e la liberazione riguarda la nostra vita immersa nei limiti della fragilità umana e nella schiavitù del peccato e della morte.

La festa del Corpus Domini è stata celebrata per la prima volta a Liegi (Belgio) nel 1247. Poi il Papa Urbano IV (1261-1265) la estese a tutta la Chiesa. Ma per 1200 anni la Chiesa celebrava il memoriale dell’Eucaristia sempre il Giovedì Santo, così come lo si descrive nei Vangeli (Matteo 26, 26-29 e passi paralleli).

Nel libro del Deuteronomio si danno istruzioni per la celebrazione delle feste di Israele, alle quali tutti devono partecipare e nessuno deve essere escluso. “Gioisci davanti al Signore, tuo Dio – dice Mosè, – tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te” (Deuteronomio 16, 11).

I discepoli di Gesù, quindi, sull’esempio dei loro antenati nella fede, celebrando l’Eucaristia-Memoriale, mettevano da parte le specie eucaristiche per chi non poteva partecipare, come i malati e i prigionieri. Da qui nei secoli XII e XIII è invalso l’uso di conservare le Ostie consacrate in un tabernacolo. E da qui anche la diffusione di pratiche di devozione, come processioni, adorazioni, benedizioni, quarantore, ecc. E’ chiaro che nell’Ostia consacrata, nel Vino eucaristico noi adoriamo la presenza di Gesù, immolato nel suo sacrificio redentore. E l’evangelista Giovanni fa coincidere la morte di Gesù in Croce con l’ora dell’offerta dell’agnello pasquale (Giovanni 19, 31-34).

Ma è d’obbligo approfondire il tema dell’Eucaristia come Memoriale della Pasqua del Signore, per poter adorare Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare. Eucaristia significa riconoscenza, gratitudine e quindi ringraziamento. Nei pasti giudaici si ringrazia e si loda Dio per gli alimenti dati agli uomini. Secondo questa tradizione, san Paolo invita quindi a mangiare con “eucaristia” il cibo, dono di Dio (Romani 14, 6).

Per i discepoli di Gesù, il termine eucaristia designa l’azione istituita dal Cristo (= Sacramento) alla vigilia della sua morte, durante l’Ultima Cena. Con quest’atto decisivo, il Signore ha affidato a degli alimenti il valore eterno della sua morte redentrice. Nel Vangelo di oggi (Marco 14, 12-26), Marco ci racconta l’Ultima Cena di Gesù, facendo riferimento alla conclusione dell’Alleanza, come riferito nella prima lettura di oggi (Esodo 24, 3-8). E’ sottolineata l’importanza della Legge e del sangue sparso sul popolo.

L’evangelista dice che Gesù prese un pane. Non prese “il pane”, cioè quello azzimo usato dagli Ebrei per la cena pasquale. Marco vuole sottolineare la differenza con quella cena. Così con la coppa del vino.

Mosè, secondo il libro dell’Esodo, aveva preso il Libro delle Leggi, cioè un codice esteriore che l’uomo deve osservare per essere fedele all’Alleanza. Per Gesù le cose sono diverse. Infatti egli prese un calice con il vino, rese grazie e distribuì, perché bevessero i discepoli. Con il pane si dice “benedire”, con il vino si utilizza il verbo “rendere grazie”. Perché? Quanto al pane, l’evangelista fa riferimento ai due episodi della moltiplicazione o meglio della condivisione del pane in territorio giudaico (Marco 6, 30-44) per la prima volta; per la seconda volta siamo in territorio pagano, nella Decàpoli (Marco 8, 1-9). In questo modo Marco vuol farci capire che per Gesù l’Eucaristia non è solo per Israele, ma per tutta l’umanità.

Quanto al vino consacrato, bevuto dal calice (= simbolo del dono di sé fino alla morte), divenuto Sangue di Cristo, non è come quello di animali immolati, che veniva sparso sul popolo, come ha fatto Mosè. Con Gesù, il sangue della nuova Alleanza è l’effusione dello Spirito Santo. Durante la cena pasquale si leggeva il salmo 79, nel quale si dice che la collera di Dio è riversata sui pagani. Ora per Gesù non è più la collera di Dio che è riversata sull’umanità, ma il suo sangue. E il suo sangue è la vita divina, questa vita che ci dona la capacità di amare.

Nella sinagoga di Cafarnao, Gesù afferma solennemente: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”. E poi ancora più chiaramente dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6, 54). Parole fortissime, difficili da accettare e da molti rifiutate. Difatti gli ascoltatori si misero a mormorare (Giovanni 6, 41). Ma Gesù non retrocede e afferma di essere stato mandato dal Padre, appunto per rivelare questa realtà. Arriverà a dire: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Giovanni 10, 30).

Il quarto Vangelo non riporta il racconto dell’Ultima Cena, ma il capitolo 6 ne è la catechesi, che deve essere approfondita anche da noi. “Io- sono” (= il sacro tetragramma Yhwh, cioè Dio) ha detto Gesù, rivendicando in questo modo la sua condizione divina. “Io-sono il pane vivo, disceso dal cielo – ha aggiunto il Signore. – Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Giovanni 6, 51). Credere in Lui ci permette di avere una vita indistruttibile, e quindi eterna, come quella di Dio. Ma se Gesù si fa pane e vino nella Messa è perché anche noi, mangiando di questo pane e bevendo al calice, diventiamo capaci di donare la vita e cioè di amare come Gesù.

Gesù si fa pane ed è la sua carne. Il testo usa proprio questa parola: “carne” (= sarx, in greco), non per indicare i muscoli e le ossa, ma, secondo l’uso biblico e semitico, per esprimere l’uomo nella sua realtà umana di fragilità, di debolezza, di limite. La vita che Gesù ci dona, mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, è la vita stessa di Dio. Questa vita non si dà al di fuori della realtà umana. Il dono di Dio cioè passa sempre attraverso la carne di Gesù. Il Dio di Gesù scende dalla sua situazione divina per incontrare l’uomo, addirittura si fa uomo per sperimentare la nostra fragilità (Giovanni 1, 14) e poterci redimere, donarci la possibilità di vivere in comunione con Lui. “In verità, in verità – aggiunge Gesù, – se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. E poi afferma: “Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. La ripetizione della parola in ebraico ne sottolinea l’importanza. Inoltre “masticare”, triturare (= troghein, in greco) è un termine rude, quasi onomatopeico. Ma Gesù vuol dirci che la nostra adesione a Lui non deve essere ideale, aerea, quasi immaginaria, ma deve essere concreta, reale. Inoltre la vita eterna promessa da Gesù non riguarda il futuro, ma è attuale, adesso nel presente. Chi, come Gesù, mangiando il pane eucaristico e bevendo dal calice benedetto, fa della propria vita un dono d’amore per gli altri, acquista una vita con una qualità tale da diventare indistruttibile, così da superare anche la morte, per vivere sempre in comunione con il Dio Trinità.

San Daniele Comboni (1831-1881) aveva per l’Eucaristia un’attenzione particolare. I suoi Missionari dovevano dedicare ogni giorno un tempo conveniente all’adorazione del Santissimo e partecipare con fede alla Santa Messa. Il 2 giugno 1874, scrivendo al Cardinale Alessandro Franchi, prefetto di Propaganda Fide, elencava le pratiche di pietà in uso presso le comunità dei suoi Missionari in Africa, sempre con un’attenzione particolare all’Eucaristia. Eccone alcune: meditazione quotidiana, Santa Messa, Santo Rosario, il divino ufficio, lettura spirituale, adorazione al Santissimo Sacramento ogni mercoledì e ogni primo venerdì del mese, ecc.

L’apostolato, così insegnava san Daniele Comboni, è sempre basato su una vita spirituale profonda e sul sostegno di Gesù Eucaristia.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda