Così viene chiamata l’iniziativa voluta dai comboniani di Palermo che da quattro anni “scalda” il semplice pasto mattutino.

Franco aveva quasi 16 anni nella seconda metà degli anni Sessanta. Partì con la sua chitarra, una Fender, e il suo gruppo, compresi il batterista di rito e l’inconsueto violinista. La giovinezza, un sogno e un biglietto per Milano. Accesero ritmi in alcuni locali e furono persino, racconta, occasionale spalla musicale della tigre di Cremona, la grande Mina, loro che erano i… “mici di Palermo”. «Donna grande e semplice», ricorda Franco, che ora di anni ne ha circa settanta e beve il suo caffellatte nella parrocchia di Santa Lucia che si affaccia sull’Ucciardone di Palermo.

Qui la chiamano Colazionando l’iniziativa voluta dai comboniani che da quattro anni “scalda” il semplice pasto mattutino. Non è solo un consegnare qualcosa, ma condividere tempo di vita, sostare di fronte all’altro, attraversare una terra sacra. «Date voi stessi da mangiare», è l’invito del Maestro. E ogni domenica i religiosi (molto presenti e amati nel quartiere del Borgo Vecchio, una periferia nel centro di Palermo) e volontari – una quarantina di laici che a gruppi di dieci si alternano tutte le domeniche – accolgono, ascoltano e incontrano 15, 20, 25 persone per volta.

Storie di bruciante solitudine, sofferenza, rassegnazione, di tentativi di farcela ancora una volta. Storie come quella di Franco che girò il mondo con la sua musica sulle navi da crociera come la mitica “Eugenio C”, l’ammiraglia della flotta Costa, per poi appendere al chiodo la chitarra per aiutare la famiglia. Come il padre continuò, sì a viaggiare, ma per vendere giocattoli.

Ma la vita non è un gioco e oggi si trova qui con il sogno di togliere la moglie da una comunità per prendersene cura in una casa vera, e godersi il nipotino di 15 anni. Oppure c’è Angela, 54 anni, che nel giorno di san Valentino ha solo il desiderio di rivedere il suo “grande amore”, la figlia di 24 anni. Così capisci che qui, pur nella fatica della povertà, il cuore è ben allenato a ciò che conta, che c’è voglia di essenziale, che non c’è spazio per inseguire desideri vuoti. Sarà questa consapevolezza, questa stessa ricerca di senso, che spinge la formidabile squadra di volontari, di ogni età e foggia e dai sorrisi grandi.

C’è questa giovane coppia, ad esempio, Faustina di 21 anni e Abel di 23, entrambi originari del Ghana. Lei diplomata, dotata di passione e numeri da chef che ha potuto mettere a frutto prima che il Covid spegnesse i fornelli; lui da sei anni in Italia e in procinto di diplomarsi all’Alberghiero. Non vuole fare il cuoco, ma il maestro di sala e sembra danzare mentre distribuisce piatti e bevande, dispensando sorrisi larghi che “bucano” anche le mascherine: «Sono felice di essere in Italia, di potere studiare, che siano tornate le lezioni in presenza e di poter dare una mano». Questi splendidi ventenni si sono conosciuti qui, tra un caffè e una parola da scambiare.

C’è Ornella, docente con lo spirito di Greta, tra le anime locali di Fridays for future. Alberto che da 44 anni issa la bandiera di Amnesty e dei diritti. Marco, Salvatore, Gaspare e molti altri ancora.

Nomi e storie, come tasselli del mosaico di una città silenziosa e preziosa che costruisce spazi di armonia. E allora c’è un’altra cosa che comprendi: che il menù di questa speciale colazione, stringi stringi, non è altro che la celebrazione della vita, di ogni vita, e che la fraternità è il primo pane che puoi spezzare, che tutti possono spezzare, quello essenziale e che non può mancare in nessun banchetto, perché non c’è festa dove anche uno solo è escluso. “Fratelli tutti”, dice Francesco. Tutti sorelle e fratelli.

Giuseppe Marinaro