Sulla base di quanto previsto dal Capitolo vii della Carta Onu, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, attraverso la risoluzione 1769 del 31 luglio 2007, autorizzò la costituzione della missione Unamid, nell’intento di sostenere il processo di pace in una delle regioni del continente africano maggiormente segnate dalla violenza.

È bene ricordare che la guerra civile darfuriana esplose nel febbraio del 2003 in seguito all’occupazione da parte dell’Esercito di liberazione del Darfur (Dla) della zona denominata Jebel Marra, dove venne instaurata un’amministrazione indipendente. Le accuse che i ribelli mossero all’allora regime di Khartoum riguardavano in particolare il disinteresse nei confronti dei problemi socio-economici della loro regione. Successivamente il Dla cambiò nome in Esercito di liberazione del Sudan (Sla), grazie al sostegno dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla), in quegli anni sotto la guida del defunto colonnello John Garang. Oltre ad una progressiva frammentazione delle formazioni ribelli, seguì un’indicibile spirale di violenza che causò, secondo la Coalition for International Justice, almeno 400 mila morti.

Il mandato della missione Unamid prevedeva anche l’uso della forza per difendere i civili e proteggere le operazioni umanitarie di soccorso, attraverso il dispiegamento di 26 mila uomini, 20 mila dei quali militari e i restanti costituiti in prevalenza da forze di polizia. Pur non raggiungendo mai il numero massimo di effettivi previsti — arrivò al 90% nel 2011 — l’Unamid è stata la più grande, e costosa, missione di pace mai prima istituita dalla comunità internazionale.

Da rilevare che l’iniziativa di peacekeeping venne contestata e ostacolata fin dal suo nascere dal deposto presidente Omar Hasan Ahmad al Bashir, ritenuto il principale responsabile dei conflitti interni e promotore del progetto di cacciare la popolazione autoctona di origine afronilotica per rafforzare invece la presenza nella regione dei gruppi etnici arabi o arabizzati, sia locali che provenienti dai Paesi confinanti della fascia saheliana. A partire dalla metà del 2013 la missione è stata progressivamente ridimensionata, su richiesta del regime di al Bashir, secondo il quale nella zona non vi erano più le condizioni di insicurezza. Un’affermazione sempre contestata dalla popolazione locale, vittima di abusi generalizzati e spesso di autentici massacri. In quell’inferno di dolore furono proprio loro a pagare il prezzo più alto, vittime sacrificali dei famigerati Janjawid, conosciuti anche come Jingaweit. Questi miliziani, descritti come «uomini a cavallo armati di carabina», sono stati una milizia filo-governativa sudanese, composta da predoni appartenenti alla famiglia estesa dei Baggara, insediata nel Sudan Occidentale e nel Ciad Orientale. Il sostantivo Baggara comprende in effetti vari gruppi etnici semi-nomadi quali ad esempio gli Humr/Messiria, i Rizaygat, i Shuwia, i Hawazma, i Ta’isha, e i Habbaniya. L’origine della parola Janjawid non è chiara. È stata tradotta in italiano con l’espressione «diavoli a cavallo» dalle parole arabe jinn (demone) e ajāwīd (cavalli). Altre fonti suggeriscono che la sua origine derivi dalla parola persiana jangavi, che significa «guerriero».

Le ragioni della crisi nel Darfur, che per certi versi — come vedremo più avanti — si procrastinano fino ai giorni nostri, erano legate certamente ai limitati progressi in termini di sviluppo nella regione, ma anche e soprattutto alla centralità della competizione per l’accesso alle risorse: il petrolio e l’acqua. Per quanto concerne l’oro nero occorre rilevare che sono stati individuati negli anni giacimenti di greggio leggero di altissima qualità (Light Crude) che, una volta estratto, necessita di una raffinazione molto veloce rispetto ad altri tipi di petrolio (Heavy Oil), paragonabile a quello libico. Una ricerca condotta dalla European Coalition on Oil in Sudan (Ecos) ha evidenziato come, nella guerra darfuriana, un ruolo importante nel deterioramento della situazione l’abbiano avuto gli interessi stranieri legati alla presenza di questa preziosa fonte energetica. A ciò occorre aggiungere il conflitto tra pastori nomadi — alla ricerca verso meridione di terreni di pascolo e fonti idriche a seguito della progressiva desertificazione dei territori settentrionali — e allevatori stanziali, detentori dei diritti consuetudinari d’uso delle terre delle etnie locali come i fur, i masalit e i zagawa.

In considerazione delle pesanti responsabilità dell’allora regime islamista sudanese nelle violenze perpetrate sul campo e del crescente deterioramento del conflitto darfuriano, il 27 aprile 2007 i giudici della Corte penale internazionale (Cpi) misero sotto accusa Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, comunemente noto come Ali Kushayb, uno dei leader storici delle famigerate milizie sudanesi Janjawid, il quale dallo scorso anno è finalmente detenuto all’Aja. Insieme ad Ali Kushayb, venne messo sotto accusa nel 2007, l’allora ministro sudanese per gli affari umanitari ed ex governatore dello stato sudanese del Kordofan Ahmed Mohammed Haroun. L’allora procuratore argentino Luis Moreno-Ocampo mosse nei loro confronti ben 51 capi d’accusa, compresi omicidi di massa, stupri e torture; tutti crimini commessi nel 2003 e nel 2004. Da rilevare che l’anno successivo, il 14 luglio del 2008, lo stesso procuratore presentò alcune prove secondo le quali l’allora presidente al Bashir avrebbe commesso crimini contro l’umanità, fra cui il genocidio, e crimini di guerra nella stessa regione darfuriana, chiedendo alla Corte Preliminare di spiccare un mandato d’arresto nei suoi confronti ai sensi dell’articolo 58 dello Statuto della Cpi. Nel complesso, oggi, vi sono ancora quattro politici sudanesi ricercati dalla Corte dell’Aja. Oltre ad Haroun e al Bashir, c’è anche l’ex ministro alla difesa, Abdel-Rahim Mohamed Hussein e Abdallah Banda, uno dei leader del movimento di ribelli Giustizia e Eguaglianza (Jem). Mentre i primi tre sono agli arresti in Sudan, Banda è ancora latitante.

Dal 2003, secondo le stime dell’Onu, il numero dei profughi complessivamente ha sfiorato i tre milioni, e sebbene circa la metà di loro abbia fatto ritorno alle proprie abitazioni, attualmente coloro che per l’insicurezza (attacchi armati e violazioni dei diritti umani) non possono rientrare nei loro villaggi sono circa 1,6 milioni secondo quanto riferito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

Nel corso di questi anni, il termine della missione Unamid è stato prorogato più volte dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’ultima a giugno dello scorso anno, con la preoccupazione di provvedere alla creazione di una nuova missione integrata di assistenza alla transizione nel Paese: la United Nations Integrated Transition Assistance Mission in Sudan (Unitams), per un periodo iniziale di dodici mesi. Con sede a Khartoum e responsabilità in tutto il Sudan, Unitams ha il compito di integrare il lavoro delle agenzie, dei fondi e dei programmi delle Nazioni Unite sul terreno e lavorerà a stretto contatto con il governo di Khartoum a sostegno della transizione. Nel frattempo, il 22 dicembre scorso, è stata dichiarata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’Onu la conclusione della missione Unamid con la risoluzione 2559 (2020), che ha anche stabilito un periodo di sei mesi per completare il ritiro delle truppe e la chiusura o la consegna alle autorità sudanesi competenti delle basi rimaste.

La fine di Unamid comunque ha scatenato la protesta della società civile, non foss’altro perché nel Darfur la situazione appare ancora molto incerta. Lo stesso governatore del Darfur Centrale, Adib Abdelrahman, non ha nascosto le sue preoccupazioni per l’incremento di abusi e crimini contro la popolazione civile. Secondo uno degli ultimi rapporti degli osservatori della missione di pace, dal primo settembre al 23 novembre 2020, si sono registrati ben 47 casi di violazione dei diritti umani e violenze che hanno costretto alla fuga oltre 50 mila persone che sono andate ad ingrossare le fila degli sfollati. Il 9 dicembre scorso Amnesty International aveva chiesto di prorogare Unamid per almeno altri sei mesi, «tenuto conto del fallimento delle forze di sicurezza governative di proteggere la popolazione civile negli ultimi mesi».

Una cosa è certa: non sarà facile per il governo di transizione sudanese garantire nel Darfur l’incolumità della popolazione. La vastità della regione, il numero di civili da proteggere — circa 5 milioni di persone — e il protrarsi dell’insicurezza rappresentano una seria incognita guardando al futuro.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]