Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Finalmente potranno riposare. E’ così che le organizzazioni Open Arms ed Emergency hanno annunciato il trasferimento dalla nave umanitaria a quella della quarantena, la notte scorsa a Porto Empedocle, dei 265 naufraghi soccorsi negli scorsi giorni nel Mediterraneo. Non per tutti i migranti fuggiti dalla Libia, però, l’esito è stato positivo, in 160 sono stati intercettati dalla guardia costiera libica e riportati indietro, mentre in 13 risultano dispersi.

L’appello ai cristiani: non calpestate il Vangelo

La forte indicazione a “reagire da esseri umani e da cristiani” di fronte alla tragedia dei migranti, arriva dall’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice che, in una dura nota, si augura che “il 2021 ci porti a un vero cambiamento delle politiche europee” poiché “siamo chiamati a reagire, da esseri umani e da cristiani”. Il presule interviene dopo la conferma che i 4 bambini annegati a metà dicembre, e ritrovati sulle coste libiche, sono morti a causa del respingimento, operato appunto dalla “cosiddetta guardia costiera libica”. “Il mio appello è perché questo 2021 si apra nel segno di una nuova, reale, riflessione, che conduca presto a un cambiamento nella condivisione delle regole europee”, scrive Lorefice che, di fronte ai terribili numeri elencati dai report delle organizzazioni umanitarie, circa 12mila migranti ricondotti in Libia, 323 morti e 417 dispersi, ripete come i respingimenti costituiscono una grave violazione del principio di ‘non refoulement’ sancito dalla Convenzione di Ginevra, violano i diritti umani internazionali, calpestano il Vangelo, tradiscono la fraternità universale. E, oltre, a causare il ritorno di tante persone nei lager libici, portano ad esiti come l’annegamento di questi 4 bambini. È assordante il silenzio e spaventosa l’indifferenza che sta avvolgendo queste notizie. Non possiamo non indignarci anche come cristiani”.

“Bisogna fare di tutto – conclude monsignor Lorefice – per recuperare quanti continuano a salire su barconi della morte: è una responsabilità prossima che riguarda l’intera Europa, chiamata a mettersi in gioco a livello internazionale e a trovare risposte e soluzioni efficaci al fenomeno migratorio”.

L’intervista

R. – Quando è arrivato questa notizia,  mi sono reso conto che questa volta a morire sono stati dei bambini, bambini frutto di respingimenti quindi, non solo non si è fatto quello che ogni cuore umano farebbe appena vede una persona a rischio di annegamento, ma, addirittura,  sono morti perché sono stati respinti e io penso che questo sia realmente il culmine di un indurimento dei cuori che non possiamo assolutamente mettere a tacere, perché siamo esseri umani e, a maggior ragione, perché siamo cristiani. Ecco perché ho voluto fare questo tipo di appello, ed è un appello che non vuole solo raggiungere il sentimento, perché qui ci sono delle responsabilità. Io sono anche un italiano, e un italiano non può contribuire ai respingimenti, perché noi contribuiamo anche economicamente a questa logica dei respingimenti e non è possibile! C’è anche una responsabilità che riguarda l’intera Europa che, tra l’altro, è chiaramente responsabile delle situazioni economiche e sociali dei Paesi che sono coinvolti dal fenomeno delle migrazioni. Loro scappano da quello che noi occidentali abbiamo messo su, da quello che noi creiamo: dalle diseguaglianze, dallo sfruttamento, che poi è foriero di guerra ed è foriero anche di disparità  economica, di povertà. Ecco, loro fuggono dalla povertà e dalla guerra e, quindi, noi abbiamo delle responsabilità anche come europei. Ecco perché ho detto che vengono ad essere coinvolti i diritti fondamentali della persona, abbiamo delle chiare responsabilità come Occidente, come Europa e, quindi, una volta per sempre, bisogna che questo sia realmente l’anno della svolta, non si può continuare a veder morire la gente così.

Ci siamo abituati al fatto che potessero esserci delle vittime in mare, ci siamo abituati anche al fatto che, in questo momento, si debba lottare per la salvezza, poiché siamo tutti minati dal rischio Covid, quindi  il “prossimo”, in questo momento, non conta, tantomeno se è un prossimo scomodo come migranti…

R. – Io, alla fine del comunicato, ho parlato anche della pandemia. Dalla pandemia non ne usciamo se non insieme. Il Papa, d’altra parte,  ci ricorda che non ci si salva da soli, ma ci si salva insieme. E la stessa cosa vale per il fenomeno delle migrazioni, per il fenomeno che interessa il Mediterraneo. E’ la cifra della responsabilità: ci impegniamo tutti perché il destino del tempo, della storia, è un qualcosa che riguarda tutti. Come possiamo non uscire insieme dalla pandemia? Come non possiamo uscira insieme anche da questo problema che non riguarda solo questa gente, ma riguarda, e lo vediamo e lo tocchiamo con mano, l’intera Casa comune, in particolare riguarda l’Europa? Ecco perché è sempre lo stesso principio, dalla pandemia ne usciamo insieme, dal problema dell’emigrazione ne usciremo insieme, con una assunzione di responsabilità, non possiamo far diventare i nostri cuori di pietra, come si fa ad essere insensibili dinanzi alla morte di bambini? Ma quelli sono i nostri figli! Potrebbero avere il nome di Giacomo, di Giosué, o non so cosa. E’ un nome, è una vita, è una realtà, è una aspirazione che sta dietro a queste persone. Ci sono vicende, ci sono attese. Non possiamo perdere di vista che queste sono persone, esseri umani, come noi!

Non le sembra che la Chiesa, con Papa Francesco, ma anche le Chiese locali, la Chiesa siciliana in primis, da sempre denuncino ma da sempre siano anche lasciate sole a portare avanti questa richiesta di umanità, che è diventata appalto, appunto, o della Chiesa, ma  – come ha detto lei – non di tutti i cristiani o delle organizzazioni non governative, che sono passate anche attraverso un processo di colpevolizzazione  

R. – E’ chiaro che c’è anche questo problema. Si rischia che la realtà siciliana sia appesantita esclusivamente di una responsabilità, penso a cosa significhi in questo momento Lampedusa,  che cosa significhi Pozzallo e, per questo, facevo un appello,  è un appello che faccio anche ai governanti italiani, perché affrontino realmente, per quello che è, il problema e cui, certamente, la soluzione non sono i respingimenti. E’ un appello che faccio anche all’Europa, perché non possiamo non affrontare insieme questa questione. Penso poi a Mediterranea, a Open (Arms ndr), grazie a loro possiamo avere una verità su quello che sta accadendo nel Mediterraneo. Tra l’altro, poi, pure colpevolizzati, e sappiamo che cosa debbono affrontare. Io, invece, ho una grande gratitudine nei loro confronti, ed è bello che, con queste persone che custodiscono un cuore umano, la Chiesa, e in particolare la Chiesa siciliana, ha un ottimo dialogo, perché in fondo ci incontriamo sull’unico principio, che è quello della persona ed è quello di far sì che la Casa comune, che è la terra, possa essere una casa di fraternità. Tutti, tutti, abbiamo una grande responsabilità verso l’altro. E’  un momento in cui i cristiani tutti, le Chiese, le comunità le parrocchie, i  gruppi, le diocesi devono avere la consapevolezza che dobbiamo dare conto del Vangelo.  Una Chiesa che non annuncia il Vangelo, anche quando è scomodo, rischia di essere un club, di non essere la Chiesa del Signore,  di Colui che oggi più che mai ci ricorda l’unica via: quella dell’amore. Lasciar morire è l’esatto contrario della testimonianza  del Signore, del comandamento del Signore: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

(www.vaticannews.va)