Daniele Comboni non era un uomo che parlasse o scrivesse in favore dei poveri e dei  dimenticati da lontano e senza rischi personali. Al contrario, era un uomo che si lanciava nell’azione sempre in favore dei poveri e degli ultimi. Comboni era un uomo di un’audacia straordinaria e di una visione ampia della storia. Un uomo lanciato verso il futuro, la cui voce mai tacque davanti alle ingiustizie. Lottò contro la schiavitù e difese la causa dell’Africa, sognando un’Africa nuova, un’Africa che occupasse il suo posto nella Chiesa e tra i popoli. La storia gli ha dato ragione, nonostante l’opinione contraria dei “prudenti del suo tempo”. In lui, le sue parole e i suoi ideali si trasformavano in vita. Non si accontentò di parlare in favore dell’Africa: pagò di persona fino alla morte.

 

Scelta preferenziale: i dimenticati

Comboni ebbe un indirizzo chiaro: i popoli dell’Africa centrale che in quel momento storico gli apparivano come “i più necessitosi e derelitti dell’universo”. Così li aveva visti da giovane quando si era deciso a diventare missionario dell’Africa; così li aveva incontrati nove anni più tardi, nel febbraio del 1858, arrivando a Santa Croce, nel cuore del Sudan meridionale.                     I

“I più necessitosi e derelitti dell’universo”: questa frase breve e scultorea ritorna ripetutamente negli scritti del Comboni. ”L’Africa che tutti hanno abbandonato e dimenticato” diventa la sua passione.

Quello di mons. Comboni è un carisma di frontiera, un carisma cioè che riguarda quelle parti di umanità dove il processo di liberazione, di illuminazione e di riaggregazione in Cristo non è stato né esplicitamente proposto né coscientemente accolto.

L’evangelizzazione è il primo  ma non l’unico criterio della scelta preferenziale del Comboni. Ve n’è un secondo che il Comboni intravede subito nelle condizioni di vita subumane dei popoli dell’Africa centrale: l’urgenza di un profondo impegno nel settore della liberazione e promozione umana      .

Due anni prima di morire così egli si esprimeva: “Noi umili operai dell’Africa dobbiamo alzare la nostra voce per implorare soccorso in pro dei nostri poveri e sempre cari Africani, che gemono ancora sotto il peso di tante sventure: la carestia, la pestilenza, la fame, la sete, la schiavitù e altri terribili mali e penosissimi flagelli”. Per il Comboni questa non era la cronaca da spettatore; assieme ai suoi missionari egli sperimentava il sapore di tali sventure, e infine moriva sotto il loro peso.

 

Contro i mercanti di carne umana

La schiavitù era stata abolita con trattato di Parigi del 1856 ma, al di là dei pronunciamenti ufficiali, prosperava vergognosamente. Anche i funzionari statali e i generali commerciano in schiavi, tranquillamente. Comboni non esita un istante ed entra con decisione nella lotta contro la tratta degli schiavi.

Appena arrivato, dichiara ufficialmente: “Tutti i pascià e negozianti di schiavi ci temono e cercano di sfuggire ai nostri sguardi. Io ho dichiarato ai pascià di Chartum e di Cordofan che quanti schiavi trovo in città o fuori legati ecc., tutti li faccio con­durre alla missione e non li restituisco più; tutti poi quelli che si pre­sentano alla missione per denunciare i maltrattamenti che ricevono dai loro padroni, constatata la verità, li trattengo e non li restituisco. Già a quest’ora ne ho liberati più di 500”.

In tutta l’Africa cen­trale, gli unici luoghi di libertà sono le case missionarie di Daniele Comboni. Qui ogni schiavo ritrova la sua dignità di uomo.

Comboni arrivò  a essere definito dalle autorità locali “il capitale nemico della schiavitù”. Essere  visto come nemico della schiavitù era un orgoglio per Comboni come era un orgoglio e un onore il sapere che la popolazione del suo Vicariato guardasse a Lui e ai suoi missionari come ad “amici e difensori degli schiavi”.

 

Africa emarginata

Daniele Comboni si era sentito chiamare da Dio all’evangelizzazione dell’Africa nera quando aveva soltanto diciassette anni. Innamorato dell’Africa, si sposò indissolubilmente con essa.

Ma perché tanta passione per l’evangelizzazione e la promozione umana dei popoli  dell’Africa? Certamente perché si era sentito chiamato da Dio a quella missione, così come Paolo era stato eletto per evangelizzare i gentili nell’impero romano e, più tardi, Francesco Saverio per evangelizzare l’Asia.

Daniele Comboni ripensava fra sé e sé alle ragioni che lo confermavano nella sua vocazione africana: il fatto che l’Africa interna rimanesse ancora chiusa al Vangelo, ma soprattutto il fatto che i popoli neri dell’Africa fossero i più bisognosi della terra e quelli che presentavano maggior difficoltà alla penetrazione della Chiesa.

Nel 1866, nel corso del suo terzo viaggio africano, scriveva: “Vorrei avere a disposizione cento lingue e cento cuori, per raccomandare la mia Africa, che è la parte del mondo meno nota e più abbandonata; la più difficile, per conseguenza, ad essere evangelizzata”.

Sono “le anime più abbandonate della terra”.  Il messaggio di Daniele Comboni è chiaro: gli uomini e le donne dell’Africa nera erano gli emarginati del suo tempo. Lo Spirito di Gesù lo spingeva e gli diceva che era necessario annunciare il regno di Dio agli emarginati, così come il Signore aveva fatto con gli esclusi del suo tempo.

 

La sfida per noi

Noi abbiamo molto da imparare dalla vita di Daniele Comboni. Si parla di cambiamenti profondi, di giustizia, di liberazione integrale dell’uomo, ma quanti di noi sono disposti a rischiare e a pagare di persona? In molti casi sembra che la parola abbia sostituito l’azione. Si proclama un ideale a voce alta, si grida, ma poi tutto muore. Per cambiare il mondo non basta parlare, gridare; occorre donarsi a un ideale, lottare e sacrificarsi.

Insistiamo molto sui valori umani, ma non parliamo di sacrificio. Dimentichiamo così i valori più profondi del Vangelo e del cristianesimo, che nella croce ha la sua espressione più significativa.

 

Teresino Serra