Ci stiamo ammalando. Ma non si tratta solo del Covid-19. Sì, il virus è arrivato con tutta la sua forza in Brasile, che a maggio era il paese latinoamericano con il più alto tasso di letalità – pur con dati parecchio sottostimati, per la disorganizzazione del sistema sanitario nazionale.

Uno studio dell’Imperial College di Londra a fine aprile indicava il nostro paese al primo posto nel mondo per il tasso di contagio: in media, ogni persona con coronavirus trasmette la malattia ad altre tre, mentre in Germania questo indicatore è allo 0,8.

Uno dei motivi di quest’altra sconfitta per 7 a 1 è la precarietà delle abitazioni della gente e la difficoltà del loro isolamento. Un altro motivo è l’ambiguità irresponsabile e criminale del Presidente della Repubblica, il cui governo non ha adottato una politica chiara e rigorosa di prevenzione e investimento nella cura.

Questo ci porta ad una seconda malattia del Brasile, oggi: la crisi politica. Anche la democrazia nel paese si trova in bilico. Decine di denunce sono state presentate al Parlamento e al Supremo Tribunale Federale per crimini di responsabilità di Bolsonaro, che non rispetta le regole di prevenzione sanitaria raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e che ha partecipato più volte a manifestazioni di estrema destra invocando l’intervento militare e l’esclusione del potere legislativo e giudiziario. Inoltre, sono sempre più evidenti schemi di collusione della famiglia Bolsonaro con le milizie di Rio de Janeiro, e tentativi di ingerenza del Presidente sulla Polizia Federale carioca, per proteggersi.

L’arroganza di quest’uomo al potere è sostenuta dietro le quinte dagli interessi dei detentori del grande capitale, e pubblicamente da un gruppo significativo di militanti fanatici che fanno uso di violenza, minacce, calunnie e pregiudizi. Si intravvedono forti somiglianze con le squadracce fasciste, che oggi si manifestano in piazza e nell’agorá virtuale.

È la terza malattia: una degenerazione morale che ha fatto uscire dagli armadi gli scheletri del razzismo, del potere unicamente in funzione dei soldi, di una cultura ancora fondata sulla relazione tra padroni e schiavi, per cui la vita umana è una risorsa usa e getta. È difficile muoversi come missionari, in un contesto che rinnega tanti sforzi di persone e organizzazioni popolari che hanno investito per anni sul Vangelo, la giustizia, i diritti umani…

Sorprende l’efficacia dell’attacco sistematico a questi valori e alle strutture sociali che li proteggevano. Eppure, ci dà speranza la posizione coraggiosa della Chiesa in questa congiuntura avversa. Malgrado le contraddizioni e ambiguità interne, la CNBB ha preso posizioni chiare e coraggiose, di questi tempi, riproponendosi come uno degli attori che possono contribuire al riscatto di questa deriva storica.

Orienta l’immagine ispiratrice di Papa Francesco, che presenta la Chiesa come un ospedale di campagna. In un Brasile per tanti aspetti ammalato, questo ospedale si propone la cura (con azioni di solidarietà, gestione organizzata dell’emergenza, vicinanza samaritana ai gruppi più segnati dalla pandemia e dalla crisi economica), la diagnosi (offrendo chiavi di lettura critica e profetica sulle cause che hanno portato alla necrosi delle relazioni sociali e ambientali) e la prevenzione (rifondando percorsi comunitari che fanno della carità una opzione politica, una proposta di nuovi modelli economici e nuovi percorsi educativi).


Dario Bossi