L’incubo di un nuovo sterminio a causa di malattie portate dai bianchi torna a terrorizzare i popoli indigeni dell’Amazzonia. Per le comunità native, già vulnerabili, l’arrivo del nuovo coronavirus potrebbe significare un nuovo massacro, dopo quelli già provocati nel corso dei secoli da altre malattie portate dal contatto con gli europei, i colonizzatori, come il morbillo e linfluenza. E si teme che il contagio arrivi a colpire le tribù più remote, isolate, incontattate.

Il problema riguarda tutta la regione panamazzonica, in BrasileColombiaVenezuela, Ecuador, Perù, Bolivia, Guyana, Guyana francese e Suriname. Secondo i dati riportati quotidianamente dalla Rete ecclesiale panamazzonica (Repam, organo della Conferenza episcopale brasiliana), al 27 aprile i casi di contagio confermati in tutta la regione erano 13.729, i morti 791, con un tasso di letalità del virus del 3 per cento.

Il coronavirus tra gli indigeni dell’Amazzonia

Come dimostrano i dati basati sulle cifre inviate dalle autorità dei vari Stati, la situazione è particolarmente critica per gli indios in Brasile, con quasi 11 mila casi. In Venezuela ad oggi si segnalano solo tre casi e nessun deceduto per il nuovo coronavirus. Dopo il Brasile, il Perù registra il numero più alto di contagi (quasi 1.500), seguito dalla Bolivia (quasi 680). Il primo caso confermato di contagio fra le tribù indigene brasiliane è stato registrato dal ministero della Sanità all’inizio di aprile: una ragazza di vent’anni, operatrice sanitaria, in un villaggio nello Stato di Amazonas della tribù Kokama, gruppo etnico che vive tra Brasile, Perù, Colombia e Venezuela.

Dopo i Kokama, è allarme nella grande tribù degli Yanomami – il cui territorio si estende tra Brasile e Venezuela – già colpita nel 2018 da una grave epidemia di morbillo: un ragazzo di 15 anni che viveva in un villaggio nel territorio Yanomami è stato ricoverato nella terapia intensiva dell’ospedale generale di Roraima a Boa Vista e dopo alcuni giorni è morto.

Popoli indigeni più vulnerabili alle infezioni respiratorie

Una recente e dettagliata indagine curata dall’Associazione brasiliana di studi sulla popolazione (Abep) intitolata “Analisi di vulnerabilità demografica e infrastrutturale delle terre indigene al Covid-19” pubblicata da Agência pública sottolinea che i popoli indigeni rappresentano la parte di popolazione più fragile in relazione a tutti gli indicatori di mortalità.

La vulnerabilità è particolarmente marcata nelle regioni del Nord e del Centro-ovest, dove la malnutrizione dei bambini fino a 5 anni è una piaga profonda. Tra gli indigeni una causa diffusa di mortalità è la tubercolosi, e in generale le infezioni respiratorie acute, inclusa la polmonite come conseguenza frequente dell’influenza. Anche oggi per le popolazioni originarie la vulnerabilità dipende dalla mancanza di difese immunitarie nei confronti non solo del Covid-19, ma di tutte le infezioni respiratorie nel mondo.

La situazione più drammatica: lo Stato di Amazonas

I dati dell’indagine calcolano, sulla base del censimento del 2010, 471 territori indigeni, di questi 245 si trovano nel Nord del Paese, 122 nello Stato di Amazonas, che già di per sé registra indici elevatissimi di povertà. La pandemia in queste aree fa i conti con una situazione di carenze strutturali e sanitarie enormi e preoccupanti, aggravate dalla vastità del territorio e dall’isolamento di tante comunità native.

Tra gli indigeni alta densità abitativa e pochi bagni privati

 

  Un elemento di gravità per le popolazioni indigene è l’elevato tasso di persone che abitano nella stessa casa, che nel censimento del 2010 era più di 5 volte superiore alla media nazionale. Altro elemento di forte rischio: la media delle abitazioni senza servizi igienici di uso esclusivo nelle terre indigene è del 30,5%, mentre la media nazionale è del 6,2 per cento. Nello Stato di Amazonas questa percentuale arriva addirittura al 40 per cento. Altro dato che indica l’estrema fragilità della popolazione: secondo i dati del ministero della Sanità, appena l’8,7% dei municipi che si trovano nei territori indigeni o vicini ad essi dispongono di posti di terapia intensiva.

Brasile: Governo senza un piano contro il contagio tra gli indigeni

Proprio per non aumentare le possibilità di diffusione del contagio, varie organizzazioni che lavorano con gli indigeni hanno sospeso le loro attività nei territori nativi, per evitare o limitare al minimo i contatti e non rischiare di essere portatori del virus. Il Cimi dal canto suo ha creato una pagina Internet specifica dedicata all’informazione sull’infezione del Coronavirus tra i popoli indios.

Come sottolineato anche il Consiglio indigenista missionario (il Cimi, organismo legato alla Conferenza episcopale brasiliana), in questa situazione di emergenza, ad aggravare il problema delle popolazioni native nella pandemia è la negligenza dello Stato che non procede con nuove demarcazioni e regolarizzazioni dei territori indigeni, avvantaggiando in questo modo l’invasione e il continuo sfruttamento di queste aree a scapito dei nativi che le abitano e che rivendicano i loro diritti. I popoli indigeni e le loro organizzazioni denunciano apertamente che il Governo brasiliano non ha adottato un piano strutturato di misure sanitarie (dall’invio di personale medico e infermieristico alla fornitura di equipaggiamento e dispositivi di protezione).

Missionari evangelici, un pericolo per i popoli indigeni incontattati

Recentemente il Funai (Fondazione nazionale dell’indio, organo del Governo) ha sospeso la distribuzione di beni alimentari e di prima necessità nei territori non ancora demarcati e regolarizzati, con la conseguenza che moltissime comunità indigene hanno smesso di ricevere gli aiuti. Va ricordato che dallo scorso febbraio la direzione della sezione del Funai che si occupa delle tribù incontattate è stata affidata dal Governo a un antropologo e pastore evangelico, Ricardo Lopes Dias, ex missionario di Missão Novas Tribos do Brasil, un’organizzazione evangelica statunitense – che ora si chiama Ethnos360 – fortemente impegnata in un progetto di proselitismo fra le popolazioni indigene dell’Amazzonia incontattate. L’allarme per questa nomina è stato lanciato da varie organizzazioni e ong.

Trafficanti di legno e agribusiness rischiano di far circolare il coronavirus in Amazzonia

Per scongiurare la diffusione del virus tra gli indigeni e il conseguente sterminio è necessario che le comunità native restino isolate e siano preservate da contatti esterni. Ma per le tribù indigene la minaccia arriva da due fronti: da un lato quello del Covid-19, dall’altro quello di minatori garimpeiros (cercatori d’oro), aziende dell’agribusiness e trafficanti di legno illegali.

Senza alcuno scrupolo, questi gruppi legati a potenti interessi economici continuano a imperversare in Amazzonia e approfittano dei minori controlli e dell’isolamento conseguenti alla situazione di emergenza per il virus per intensificare le loro attività abusive, senza rispetto, fra l’altro, per le disposizioni sanitarie. La conseguenza è che per le tribù, soprattutto per quelle più isolate, aumenta esponenzialmente il rischio di diffusione del contagio.

Una misura provvisoria dà il via libera alla deforestazione illegale in Amazzonia

E per il prossimo futuro la prospettiva non è rassicurante: a maggio sarà discussa la misura provvisoria MP 910/2019 che propone una regolarizzazione fondiaria delle occupazioni delle terre pubbliche federali. Secondo l’organizzazione della società civile Instituto sociedade, populaçao, natureza, si tratta una norma che stimola il land grabbing (accaparramento di terre) e la deforestazione illegale, beneficia i medi e grandi produttori rurali a scapito dei piccoli agricoltori, delle comunità rurali familiari, dei popoli indigeni.
[Giulia Cerqueti – Osservatorio Diritti]