1. Dai primi segnali storici all’avvento del sistema analogico

Nel periodo paleolitico gli uomini hanno voluto, per la prima volta nella storia, lasciare una traccia del loro passaggio sulla terra attraverso le pitture rupestri che rappresentavano scene di caccia e di vita quotidiana della comunità.

I “crucs” nell’antica Grecia e i “precones” e i “gladiatores” a Roma, erano pagati per raccontare fatti che succedevano in altri luoghi e in altri tempi. Per non parlare dei grandi storici, poeti e scrittori come Omero e Erodoto considerati tra i primi cronisti della storia del giornalismo.

In seguito la trasmissione della cronaca e della cultura si è sviluppata grazie agli ammanuensi, persone colte, che scrivendo a mano ricopiavano racconti, scritti, poesie, testi sacri e romanzi tramandando la conoscenza.

La prima grande rivoluzione è avvenuta con l’invenzione dei caratteri mobili da parte di Gutemberg nel 1455 e l’accesso alla stampa su larga scala ha rivoluzionato il mondo della comunicazione alla fine del XV secolo. Il lavoro meticoloso degli ammanuensi ha lasciato così spazio alla stampa e all’avvio della comunicazione analogica fondata su:

  • caratteri in sequenza
  • spazi limitati
  • un idea di emissione a senso unico da un emittente a un ricevente
  • testate “mainstream” che hanno capitale necessario in vista di un investimento corposo per sostenere i costi dell’equipe redazionale e della tecnologia necessaria
  • un valore comunicativo e di business tanto maggiore quanto più esclusivo è il “capitale di conoscenza”.

In quell’ottica si pensava il mondo come ad una serie di oggetti in sequenza, uno dopo l’altro, che possono assumere con continuità qualsiasi valore (significato di analogico) secondo un percorso lineare che dà sequenza agli atti di comunicazione in un processo standard (giornale, libro, giornale radio, telegiornale)

Il mondo analogico tradizionale, quello dei mainstream, i grandi mezzi di comunicazione è sostenuto da un sistema di grandi testate che filtrano, organizzano, strutturano e diffondono l’informazione agli utenti attraverso delle redazioni composte da giornalisti.

La funzione di una redazione di una testata giornalistica o radiotelevisiva é quella di raccogliere le informazioni, vagliarle, selezionarle e organizzarle secondo relazioni di significato:

  • In un quotidiano di carta queste relazioni sono stabilite con la foliazione, l’impaginazione, la grafica, la titolazione.
  • In un giornale radio con l’impaginazione, il minutaggio, i titoli, etc
  • In un telegiornale con la scaletta, il minutaggio, etc.

Nel mondo del giornalismo analogico quelle relazioni di significato sono statiche, valgono per il momento in cui sono state pubblicate/trasmesse, che é un modo più complicato per ripetere la vecchia battuta “con il giornale il giorno dopo ci si incarta il pesce”. Un tempo il compito del giornalista finiva quando finiva di scrivere un pezzo e di pubblicarlo.

  • Il passaggio dalla comunicazione analogica a quella digitale

Nel cambiamento d’epoca che viviamo, quel sistema analogico, ormai consolidato da 5 secoli, si è mosso con grande rapidità, grazie alla tecnologia, che ha visto nello sviluppo del web e dei social media i principali fattori evolutivi, verso la comunicazione digitale, che rappresenta una vera e propria rivoluzione culturale prima che tecnologica. Le nuove tecnologie hanno reso viabili comportamenti umani nella scia di una maggiore interconnessione, prima impossibili. Desideri umani legittimi sono stati resi possibili dalla creazione di nuovi ambienti digitali. L’informazione si è così emancipata dai mezzi nei quali era costretta a prendere forma. Oggi la sfida si gioca non solo nel produrre contenuti ma anche nel farli comparire nei luoghi e nelle forme migliori rispetto al contesto, alle caratteristiche e ai bisogni di una determinata persona.

Con l’avvento del web oggi pensiamo gli oggetti come nodi di un insieme di interazioni possibili (significato di digitale o “cifra”). La rappresentazione matematica più consona per capire la rete è quella del grafo, formato da nodi e da archi che collegano i nodi stessi. Il web è proprio un immenso grafo in continua evoluzione i cui nodo sono le pagine dei siti e gli archi i link che consentono di muoversi da una pagina all’altra. Anche i Social Network (Facebook, Twitter, Whatsapp) sono grafi: i nodi siamo noi e gli archi le persone con le quali abbiamo deciso di collegarci.

Rispetto all’assetto analogico l’attenzione si sposta dall’oggetto al sistema di relazioni. Le relazioni tra le parti sono più importanti dell’oggetto stesso. In un mondo innervato dalla rete, dove tutto è connesso, la struttura, cioè il modo scelto per connettere, è quello che fa la differenza. In un ambiente in cui le risorse costituite dal tempo e dallo spazio a disposizione sono illimitate, come quelle create dalla rete, la sfida è cogliere il senso dei percorsi disponibili. Comunicare è allora scegliere a quali percorsi dare rilevanza. Chi vuole ad esempio che le proprie pagine occupino una posizione di rilievo all’interno dei motori di ricerca (es. Google) deve fare in modo che i propri contenuti aderiscano alle stesse logiche: attività di correlazione, cura della struttura e di descrizione approfondita delle informazioni. In rete un contenuto che non genera nuove relazioni perde valore nel tempo.

  • La centralità della comunicazione digitale

L’espressione “Digital First” è diventata comune da quando un editore ed ex giornalista canadese-americano, John Paton, ha deciso di far fare questo salto culturale alla seconda catena di giornali locali degli Stati Uniti.

Nell’universo digitale, al centro della nuova impostazione dell’impianto informativo, il ruolo del giornalista è culturalmente diverso. La sua missione è sempre quella di produrre, selezionare, curare, correlare ma è cambiata l’architettura nella quale questo si realizza. Ora il suo compito comincia proprio quando il pezzo è pubblicato. Andrà correlato con altri pezzi e soprattutto rivisto e orientato per la diffusione sulle diverse piattaforme, o ambienti digitali, che sono le diverse manifestazioni di quell’unico messaggio. Oggi quello stesso pezzo può essere trasformato in un audio (podcast) o in un video. Può essere trasmesso su una radio digitale o diventare strumento per un evento che fa incontrare dal vivo la comunità digitale. Oggi un giovane brillante con un minimo di smartphone può fare foto e video di avvenimenti, scrivere pezzi e pubblicarli sul suo blog o pagina Facebook, andare in diretta mondiale. Le barriere di un tempo determinate dai costi di investimento enormi per i mezzi di produzione delle notizie sono crollate. Dal niente uno si può inventare giornalista. Internet è diventato il sistema di amatorializzazione di massa della pubblicazione che ha cambiato il concetto stesso di notizia offerta: da prerogativa di alcune poche e grandi istituzioni dotate di mezzi a possibilità per organizzazioni informali e singoli individui.

I singoli elementi informativi, se opportunamente costruiti, possono collegarsi ad altri elementi imprevisti e imprevedibili (per esempio elementi prodotti nei giorni/mesi/anni successivi o precedenti) in nuove imprevedibili relazioni di significato. Per costruire queste “molecole di significato” occorre che gli atomi informativi siano dotati delle opportune “valenze” che sono i tag, parole chiave, cioè quelle etichette che definiscono il perimetro di significato di ogni elemento (“gli argomenti”). Questo è il lavoro giornalistico per eccellenza: contestualizzare le notizie.

Che poi queste notizie siano pubblicate prima sul web o sulla carta o vadano, un domani, a formare un libro è relativamente meno importante. “Digital first” non vuol dire che una notizia debba per forza essere pubblicata prima sul web (anche se di solito è naturale che lo sia), vuol dire che il processo di raccolta, selezione e organizzazione delle informazioni che producono la notizia deve effettuarsi tutto in logica digitale, non in una logica analogico-cartacea. Potremo anche decidere di stampare quella notizia prima sull’edizione di carta, ma dovrà essere concepita e prodotta in modo digitale, per aprirsi a tutti i possibili significati e usi che l’universo digitale offre.

Il digitale deve allora essere “primo” nella testa. Nella testa delle redazioni, delle direzioni e degli editori. Perché dalla logica unidirezionale si passa necessariamente alla dinamica bidirezionale che favorisce la partecipazione. Oggi gli intermediari in rete non sono più utenti che subiscono un messaggio a senso unico. Vogliono partecipare, commentare, reagire, sentirsi protagonisti e coinvolti sul web. Per questo vanno ascoltati i loro bisogni per intersecarli con la forza del messaggio che si vuole condividere. Solo nell’ottica della reciprocità si possono attivare percorsi di creazione della fiducia e della rilevanza, cioè di ciò che è importante condividere in questo momento. Oggi, nel sovraccarico informativo che viviamo, la fiducia è da andarsi a guadagnare sul terreno e si conquista nel tempo: non possiamo più dire una cosa perché siamo noi, un brand (marchio) conosciuto. Ci danno fiducia non sulla base di un nome ma perché si dice una cosa e la si correla di archi che servono alle persone a verificarla e a darci fiducia. Dobbiamo allora costruire strutture produttive e relazionali che ci garantiscano questo risultato non per un articolo solo ma nel tempo.

I social network ad esempio, nonostante vantaggi poderosi come la capacità di mettere in relazione e di convocare in tempi rapidissimi intere masse di persone, possiedono la logica del vantaggio personale e non ancora quello della rilevanza. Con i rischi fortissimi che il vantaggio dell’individuo prevalga su quello della collettività e che i contenuti proposti secondo gli interessi dei singoli finiscano per polarizzare il dibattito in “echo chambers” ovvero camere chiuse dove ognuno si confronta solo con quelli che la pensano allo stesso modo.

Il grosso problema è che, invece di dominare le piattaforme di distribuzione dell’informazione in modo tale che queste possano giungere alla persona giusta nel contesto giusto, abbiamo alienato la capacità di distribuzione a Facebook. Che si impossessa dei profili dei suoi utenti per “venderli” guadagnando sulla pubblicità. Assistiamo così al fenomeno della “mezzadria digitale”: i proprietari delle piattaforme guadagnano (Facebook, Twitter, Google, etc.) mentre i creatori dei contenuti no.

  • La comunicazione oggi e la trasformazione necessaria

Nell’era della post modernità assistiamo a tre fenomeni correlati:

  • L’aumento esponenziale dei social network e degli smartphone che provoca un sovraccarico informativo impressionante: in 60 secondi su Internet sono condivisi oltre 3 milioni di contenuti solo su Facebook; 2,3 milioni di ricerche su Google, 150 milioni di mail. Più persone fruiranno più notizie da più sorgenti. Anche se la tendenza mondiale è l’aumento di notizie prodotte e fruite su smartphones.
  • L’agenda delle notizie è dettata dal modello di business che, seguendo le esigenze della pubblicità, ha trasformato la notizia in materia prima da vendere. In quest’ottica assistiamo ad un proliferare di siti e fake news solo per guadagnare dei click del mouse e dei page view (pagine viste).
  • La rapidità di diffusione delle notizie

In questa prospettiva il postulato della verità è ribaltato. Un tempo, quando le grandi testate erano poche, quello che veniva detto era vero fino a prova contraria (“lo ha detto la tv”). Oggi invece, al tempo delle fake news, quanto affermato è falso fino a prova contraria.

Moltissime istituzioni non sopravviveranno a questo profondo cambiamento senza modificarsi in modo significativo e più la loro missione è centrata sulle informazioni più radicale sarà questa innovazione. E’ evidente allora che si deve passare a organizzare il lavoro redazionale perché ci sia del tempo per curare ciò che viene prodotto e non soltanto per produrre secondo una metodologia di scrittura e di organizzazione del materiale in modo da rendere l’atto informativo auto -comprensibile in altri contesti temporali e in altri ambienti informativi. Digitale non è sinonimo di multimedialità (video, audio, foto, radio web, etc.) ma include l’immaginazione, la progettazione e la realizzazione di servizi giornalistici che in altri ambienti non sarebbe neppure possibile concepire.

Essere “culturalmente digitali” significa infatti comprendere e fare i conti fino in fondo con la rivoluzione che il digitale ha operato: la fine della rendita di posizione tecnologica, creata dalla relativa scarsità delle piattaforme di comunicazione nel mondo analogico. Una rivista “digitale dentro” non è una rivista che esce sul web ma è una realtà che vive la marginalità strutturale nel sistema delle relazioni umane nell’era digitale e offre ai cittadini contenuti e metodi per diffonderli “non fungibili”, cioè unici.

Il passaggio al digitale ha bisogno di un piano editoriale chiaro basato su 3 elementi fondamentali:

  1. Promessa: la nostra missione
  2. Strumenti: la strategia per raggiungere quella missione (combinazioni di contenuti e tecnologie)
  3. Patto: le regole che sono alla base del nostro agire comune insieme agli intermediari

Questo progetto prevede la costituzione di una comunità digitale fondata sul principio della membership, cioè la partecipazione attiva dei membri che si sentono parte integrante dell’iniziativa. Persone che credono profondamente nel progetto e sono pronte a parteciparvi. Con competenze, impegno, tempo e soldi. Membri che si convocheranno reciprocamente per passare dall’incontro sullo schermo a quello, sempre auspicabile, dal vivo, in occasione di riunioni ed eventi. Creando valore aggiunto e reale gli uni per gli altri.

BIBLIOGRAFIA

                – BADALONI Federico, 2016, Architettura della Comunicazione, 

– SHIRKY Clay, 2010, Surplus cognitivo. Creatività e generosità nell’era digitale, Codice Edizioni, Torino

– SHIRKY Clay, 2009, Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione,  Codice Edizioni, Torino

– W. QUATTROCIOCCHI, A.VICINI, Misinformation, Guida alla società dell’informazione e della credulità, FRANCO ANGELI

– L.ROSATI, Sense-making, Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone, UX University

– ATHERTON Mike, HAINE Carrie, 2019, Connected Content, Pearson