L’Africa ha delle straordinarie potenzialità che vengono solitamente misconosciute. Come spesso avviene a livello massmediale, questo continente non può essere ridotto a un concentrato di miserie, inedia, pandemie, guerre, terrorismo e corruzione.

Esso, infatti, dispone non solo di indicibili ricchezze naturali, ma innanzitutto e soprattutto di risorse umane e saperi ancestrali che esigono rispetto e comprensione nella vasta cornice del mondo globalizzato. Le immagini televisive degli sbarchi di migranti o delle varie crisi che periodicamente investono l’Africa impongono, pertanto, una seria riflessione, sollecitando interventi e proposte utili a far maturare una piena consapevolezza di quanto l’Africa riguardi e solleciti l’Europa a una piena assunzione di responsabilità.

A questo proposito è utile il contributo offerto in questi anni da Roberto Ridolfi, già direttore della Commissione europea per la crescita e lo sviluppo sostenibile, architetto del Piano di investimenti esterni dell’Unione europea, ambasciatore dell’Ue in Africa e nel Pacifico, attualmente distaccato alla Fao quale Assistant Director General per il Programme Support and Technical Cooperation.

La sua lucidità di pensiero nel rendere intelligibile la complessità dello scacchiere africano è la dimostrazione che i problemi esistono ma possono essere risolti. La posta in gioco è alta se si considera che secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione africana raggiungerà i 2,5 miliardi di individui nel 2050, e già nel 2030 quella urbana eccederà il miliardo, superando quella rurale.

Ma per poter passare dalle parole ai fatti, occorre tener presente che il nodo centrale di qualsiasi strategia deve essere la concreta attuazione dello sviluppo sostenibile, con investimenti capaci di non distruggere l’enorme giacimento di risorse naturali e creare e far durare posti di lavoro dignitosi. Il “Piano per gli investimenti esterni” avviato dall’Unione europea e che Ridolfi ha contributo a creare è fondamentalmente ispirato alla sostenibilità e all’inclusione sociale ed economica che ne sono parte integrante.

Tuttavia la dimensione finanziaria che va messa in campo richiede una maggiore attivazione di strumenti finanziari, fiscali, assicurativi che incentivino e accompagnino gli attori economici a investire. Ad oggi, infatti, manca uno strumento di natura globale in grado di mobilitare una adeguata massa critica di risorse a dono che sono indispensabili per ottenere effetto leva su investimenti 10-20 volte superiori a prestito o equity.

D’altronde, lungi da ogni retorica, le politiche di promozione della sostenibilità e le loro conseguenti strategie attuative hanno sempre e comunque bisogno di risorse adeguate. Possono certamente costituire una base di partenza i Trust Fund istituiti dalla Banca mondiale, Banche regionali, Agenzie delle Nazioni Unite, dai singoli paesi e, soprattutto, il meccanismo di finanziamento combinato (blending) e di garanzie che è stato già avviato dall’Unione europea.

Tuttavia — sempre secondo Ridolfi — manca uno strumento di natura globale in grado di mobilitare una adeguata massa critica di risorse. «E allora — si domanda — perché non ideare una African tax applicata in ogni Paese con un prelievo del 2 per cento sui patrimoni superiori a un milione di dollari?».

Tale misura — una forma di tassa per la sostenibilità che graverebbe solo su redditi molto alti — consentirebbe di generare circa 1180 miliardi di dollari che, a un rendimento del 3 per cento annuo, garantirebbero oltre 35 miliardi di dollari annui per il fondo degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (Sdg), che offrono così una capacità finanziaria in grado di sostenere investimenti di medio e lungo periodo.

Si verrebbe così a creare un fondo, in linea di principio, espressione fattiva di quanto auspicato da Papa Francesco nel suo illuminato magistero sociale in riferimento al bene della “Casa Comune” dei popoli. In linea con quanto detto, Ridolfi, come dirigente di alto livello della Fao, ipotizza il coinvolgimento dei fondi pensione. Essi legano i destini delle nuove e delle vecchie generazioni e per questo rappresentano una potente categoria paradigmatica.

È possibile una partnership tra fondi pensione europei e africani, protetta dal fondo Sdg di cui sopra per indirizzare consistenti risorse a sostegno della sostenibilità: infrastrutture idriche, coltivazioni biosostenibili, tutela del patrimonio ambientale, promozione della microimpresa, strutture sanitarie ed educative di base. Sempre in attesa del cambio totale dei modelli economici di riferimento si potrebbe immaginare un impegno di questo fondo per sostenere anche la produzione e la commercializzazione di prodotti ecosostenibili per promuovere produzioni bioagricole e bioalimentari con i quali avviare la industrializzazione sostenibile del continente.

A pensarci bene, i consumatori più avveduti e sofisticati in Europa sono pronti a pagare già oggi il sovrapprezzo della sostenibilità fino a che non arriveremo a legare il prezzo in moneta del capitale naturale ai prodotti destinati al consumo. Con questo legame i prodotti sostenibili verrebbero a costare di meno rispetto a quelli insostenibili.

Nello stabilire un valore monetario per il capitale naturale e, soprattutto, facendolo pagare a chi è responsabile dello spreco, si potrebbe trovare, ad esempio, una soluzione alle asimmetrie relative al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità. Infatti, l’emergenza climatica colpisce maggiormente i paesi poveri dove fatalmente si trovano la maggior parte degli hotspots della biodiversità fondamentale per la sopravvivenza del pianeta e della razza umana.

Evidentemente, un salto di qualità di queste dimensioni non comporta in alcun caso l’esaurimento delle tradizionali politiche di cooperazione e aiuto allo sviluppo messe in campo in questi anni dalle istituzioni internazionali, nazionali e locali con il coinvolgimento di organizzazioni non governative e associazioni umanitarie.

Al contrario, si verrebbero a creare le condizioni per rilanciare il loro impegno anche su questo fronte, lasciando alle spalle la prassi — indotta dalla crisi economica e dalle politiche di austerità — di ridurre le risorse per le politiche di cooperazione, e ridefinendo, se necessario, obiettivi e peculiarità della cooperazione internazionale.

Una cosa è certa: se davvero si è convinti che lo sviluppo dell’Africa è una sfida strategica, non si possono fare scelte di riduzione di impegno e di risorse che vanno in direzione opposta.

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]