Si è concluso a Roma il Sinodo per l’Amazzonia, un evento ecclesiale che avrà ripercussioni profonde sulla vita della chiesa in ogni parte del mondo. Nello svolgimento dei lavori è apparso chiaramente che papa Francesco ha voluto fare dell’Amazzonia un paradigma per discutere l’evangelizzazione della chiesa oggi in ogni parte del mondo. Già il metodo usato è stato significativo: metodo dell’ascolto e del dialogo, non dell’affermazione di dottrine e di dogmi. Quasi un voler chiedere al mondo missionario di verificare i modelli di evangelizzazione, improntati ancora troppo su pratiche di tipo coloniale. Ma poi l’Amazzonia in sé, come simbolo di quelle regioni del mondo in cui il “sistema” dominante è entrato con l’arroganza dei soldi, saccheggiando l’ambiente, sterminando popoli interi, inquinando aria e acqua, bruciando e avvelenando la terra e mettendo a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità. In tre settimane di scambio e condivisione il papa ha potuto sentire quello che oggi succede in queste periferie lontane, a lui così care. Arriva agli orecchi più attenti un grido assordante che chiede inversioni di rotta non solo verbali (come si fa spesso nei grandi incontri internazionali) ma soprattutto di pratiche. La parola “conversione” è stata la grande risposta che il Sinodo ha dato. Conversione spirituale, ma anche culturale, economica, politica, ecologica…

Molte le mozioni presentate, normali le discrepanze ma anche molto consenso su alcuni temi. Nell’insieme, il documento finale è stato apprezzato da tutti. Il papa ha promesso di restituire le sue considerazioni in forma di documento post-sinodale che potrà uscire prima della fine dell’anno.