Oro, petrolio, rame, legname, coltivazioni intensive. Le sfavillanti ricchezze dell’Amazzonia oggi sembrano assumere i colori tetri della sua rovina. Lo sfruttamento dei beni naturali in quell’area del pianeta causa una spoliazione drammatica delle sue risorse che interessa – letteralmente – tutto il mondo: ogni cinque bicchieri d’acqua che beviamo, uno viene dall’Amazzonia.

Ma questa non è solo una questione ecologica: i drammi sociali generati da tale abuso selvaggio stanno sconvolgendo popolazioni indifese, lasciate in balia della legge del più forte. Lucia Capuzzi e Stefania Falasca, giornaliste che non si rassegnano al sentito dire, hanno seguito il corso del Rio delle Amazzoni. E qui raccontano la terra amazzonica e i popoli che vi abitano tramite un prisma di situazioni-limite, ad esempio lo sfruttamento selvaggio delle miniere di rame nella Cordillera ecuadoriana e i traffici di legname che grondano sangue sulla Triple frontera tra Colombia, Brasile e Perù. Danno voce a chi resiste alla forza dell’agrobusiness in Brasile e prestano ascolto agli indios che rifiutano di abiurare al proprio stile di vita. Il racconto delle ferite dell’Amazzonia odierna, che troviamo in queste pagine, è illuminato dalle storie delle tante persone che ogni giorno lottano perché la bellezza di quella terra e la dignità di quelle genti restino vive e continuino a parlarci.

Dal libro Frontiera Amazzonia. Viaggio nel cuore della terra ferita (Verona, Emi, 2019, pagine 172, euro 15) di Lucia Capuzzi e Stefania Falasca pubblichiamo la parte finale della prefazione del cardinale presidente della Rete ecclesiale panamazzonica e relatore generale al prossimo sinodo dei vescovi.

Nel libro di Lucia Capuzzi e Stefania Falasca
il diario di viaggio nel cuore dell’Amazzonia ferita

 Non dobbiamo e non possiamo arrenderci

Un primo campanello d’allarme era stato lanciato nel 2007 ad Aparecida, quando l’allora arcivescovo Bergoglio disse che era rimasto impressionato da come i vescovi brasiliani della regione amazzonica parlavano delle sfide della Chiesa in quel grave contesto, facendogli comprendere l’importanza dell’Amazzonia. Quando, poi, nel 2013 è venuto a Rio de Janeiro, nel discorso ai vescovi brasiliani ha detto che essa rappresentava un test decisivo per la Chiesa. Ciò vuol dire che non possiamo perdere l’Amazzonia, non possiamo sbagliare qui come Chiesa. È un banco di prova. È necessario che essa formi un clero autoctono e sia coraggiosa nel trovare nuove condizioni per avere un volto amazzonico. Che prenda insomma decisamente l’impegno di avviare un processo di conversione missionaria e pastorale, incarnata e inculturata nelle culture della regione, quindi interculturale, dato che nel territorio convivono molte culture diverse.

Papa Francesco ha denunciato ogni forma di neocolonialismo e ha esortato la Chiesa a non viverne lo spirito e la pratica nella sua missione evangelizzatrice. Quello del Papa è un richiamo a non fare della Chiesa in Amazzonia una colonizzatrice, a non proporsi di colonizzare i popoli indigeni riguardo alla loro fede, alla loro spiritualità e alla loro esperienza di Dio. La Chiesa in ogni regione della terra deve inculturarsi nelle culture locali. Come ha detto il Papa: «Anche Cristo si è incarnato in una cultura, l’ebraismo, e, a partire da esso, Egli offrì sé stesso come novità a tutti i popoli». Nella storia della Chiesa, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale. I valori e le forme positivi che ogni cultura propone arricchiscono la maniera in cui il Vangelo è annunciato, compreso e vissuto. Una cultura sola non è capace di mostrarci tutta la ricchezza di Cristo e del suo messaggio.

Dopo 400 anni di evangelizzazione, non siamo riusciti a far nascere qui una Chiesa inculturata. Finora la Chiesa ha difeso i diritti umani degli indigeni, ma noi dobbiamo fare un passo avanti, dobbiamo andare verso una Chiesa indigena: aiutare cioè la nascita di una Chiesa che esprima pienamente la fede nella sua cultura, nella sua propria identità.

A Puerto Maldonado, Papa Francesco ha affermato: «Probabilmente, mai i popoli originari dell’Amazzonia sono stati minacciati tanto quanto lo sono ora, ai nostri giorni, nelle loro stesse terre». E rivolgendosi direttamente agli indigeni presenti, come rappresentanti dei loro diversi popoli originari, ha detto: «Grazie, per la vostra presenza e per l’aiuto che ci date di vedere più da vicino, sui vostri stessi volti, il riflesso di questa terra. È un volto plurale, di una varietà infinita e di una immensa ricchezza biologica, culturale e spirituale. Noi, che non abitiamo in queste terre, abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze perché anche noi possiamo penetrare — ma senza distruggere — dentro il tesoro che questa terra racchiude». E prendendo ispirazione dal Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi, ha esclamato: «Lodato tu sia, mio Signore, per questa opera meravigliosa dei popoli amazzonici e per tutta la varietà biologica che queste terre contengono!».

I popoli indigeni sono e devono essere interlocutori indispensabili. Essi conoscono l’Amazzonia meglio di chiunque altro. Hanno vissuto nella regione per millenni. La loro visione del mondo e la loro concezione religiosa si sono formate a partire dalla propria esistenza nella foresta amazzonica, caratterizzata dall’immensità di acque, dai fiumi incredibilmente grandi, dai mille laghi, ruscelli e igarapé, piccoli corsi d’acqua. Da sempre vivono immersi in una biodiversità incalcolabile e affascinante. Sono i sapienti guardiani e custodi di questo immenso ecosistema privilegiato. La loro saggezza non può andare perduta, né la loro cultura, né le loro molte lingue, la loro spiritualità, la loro storia, la loro identità. Questi popoli sono stati perseguitati, cacciati (sia nel senso di essere allontanati, sia nell’atroce senso di essere considerati alla stregua di selvaggina da braccare e cacciare), ridotti in schiavitù o decimati fin dai primi anni dall’arrivo dei coloni europei in queste terre di Dio. Numerose etnie sono state totalmente sterminate. Una piccolissima percentuale è sopravvissuta e continua a lottare per riuscire a esistere. Essi sono ancora aggrediti, maltrattati, espulsi dalle loro terre, disprezzati, umiliati, sfruttati e molti uccisi. A causa della persecuzione subita e che subiscono già da cinque secoli, alcuni gruppi di indigeni si sono volontariamente isolati, nascondendosi nelle foreste. Ha detto il Papa a Puerto Maldonado, come ricordano le autrici: «Penso a quei popoli che vengono chiamati “popoli indigeni in isolamento volontario”. Sappiamo che essi sono, tra tutti, i più vulnerabili. Il ricordo tramandato di epoche passate li ha spinti a isolarsi persino dalle proprie etnie d’origine, e a iniziare una storia di autoreclusione nei nascondigli più inaccessibili della foresta, per poter sopravvivere in libertà. Continuate a difendere questi fratelli più vulnerabili. La loro presenza ci ricorda che non possiamo disporre dei beni comuni secondo le pretese dell’avidità e del consumo. È necessario che esistano dei limiti che ci aiutino a difendere noi stessi da ogni tentativo di distruzione massiccia dell’habitat che ci sostiene e ci fa vivere».

Di fondamentale importanza per la sopravvivenza dei popoli indigeni è la terra, il suolo concreto sul quale hanno vissuto i loro antenati, supporto assolutamente necessario della loro cultura e della loro possibilità di sussistenza. Il possesso della terra costituisce un diritto essenziale dei popoli indigeni. Come l’autodeterminazione. Con questa affermazione, nessuno pensa di rivendicare per essi l’indipendenza politica sotto forma di un vero e proprio stato. Ma indubbiamente essi hanno il diritto di godere di un’adeguata autonomia all’interno dei singoli Stati, affinché possano decidere e costruire il futuro come soggetti della propria storia e non come oggetti di progetti altrui, che si tratti sia di Stati sia di iniziative private imprenditoriali, che quasi sempre sono marcatamente neocolonialiste. Entro i confini delle terre a loro restituite, gli indigeni devono essere rispettati e considerati padroni, come del resto affermano le varie legislazioni. Qualsiasi iniziativa imprenditoriale concepita fuori dai loro confini, sia statale sia privata, deve sottostare alla loro approvazione preventiva. La storia della colonizzazione mostra con chiarezza quante violenze inaudite sono state commesse contro i popoli indigeni, quante ingiustizie, quanti stermini. Tutte queste tragiche realtà rappresentano un immenso debito contratto dalla società moderna nei confronti dei popoli originari, sottomessi e colonizzati. E fino a quando non saranno loro restituite le condizioni reali di essere soggetti della propria storia, questo debito non sarà estinto.

Quando si considera l’Amazzonia, viene subito in mente che anche la regione nel suo insieme costituisce un’immensa periferia, composta da centinaia di migliaia di poveri accatastati nelle periferie delle sue città, abitanti dispersi lungo i corsi d’acqua, membri di comunità di ex schiavi fuggiti nella foresta, piccoli agricoltori, pescatori, lavoratori sfruttati al servizio di cercatori d’oro e di pietre preziose (molto spesso si tratta di imprese illegali: nella sola Amazzonia brasiliana si stima che si trovino circa 45o siti di scavo illegali), la grande maggioranza provenienti dai popoli indigeni e altri scarti umani, miserabili, ammalati e dimenticati.

I reportage di Lucia Capuzzi e Stefania Falasca con coraggio ci fanno entrare dentro i progetti di colonizzazione dell’Amazzonia animati dallo spirito di dominio e di rapina: venire a sfruttare, per poi andarsene con le valigie piene, lasciandosi dietro la degradazione e la povertà della gente del posto, che si ritrova immiserita e con il proprio territorio devastato e contaminato.

Oggi l’industria, l’agricoltura e molte altre forme di produzione dicono sempre più spesso che la loro attività è «sostenibile». Ma che cosa significa davvero «essere sostenibile»? Significa che tutto quanto estraiamo dal suolo o restituiamo al suolo come residuo non deve impedire alla terra di rigenerarsi e di restare fertile. Se gli interessi economici e il paradigma tecnocratico avversano qualsiasi tentativo di cambiamento e sono pronti a imporsi con la forza, violando i diritti fondamentali delle popolazioni nel territorio e le norme per la sostenibilità e la tutela dell’Amazzonia, dobbiamo sapere da che parte stare. Il sinodo per l’Amazzonia vuole diventare un faro e vuole aprire nuovi cammini per tutta la Chiesa della regione, sia nelle città, sia nella foresta, sia per la popolazione urbana, per i popoli indigeni, i ribeirinhos, i contadini, i seringueiros e altri che vivono nell’interno della regione, dispersi e fuori da agglomerati urbani, con un obiettivo principale, definito: la difesa e l’evangelizzazione incarnata nella cultura dei popoli indigeni in una prospettiva di ecologia integrale.

Perché noi non dobbiamo e non possiamo arrenderci.
[Card. Cláudio Hummes – L’Osservatore Romano]