Acquisire maggiori strumenti di comprensione e di critica della realtà socio-economica e valutare se l’agire missionario è sufficientemente attrezzato per affrontare questa epoca di transizione dominata dall’economia finanziaria. Sono le direttrici seguite dal laboratorio organizzato a Firenze (4-7 settembre) dal Gruppo europeo di riflessione teologica (Gert), che ha riunito una ventina di missionari comboniani provenienti da Italia, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Germania, Repubblica democratica del Congo.

Tra i relatori, l’economista Stefano Zamagni, teorico dell’economia civile (lo scorso marzo, papa Francesco lo ha nominato presidente del Consiglio pontificio accademico delle scienze sociali); Michele Dorigatti, tra i fondatori della scuola di economia civile e direttore della Fondazione don Lorenzo Guetti; Gaetano Sabetta, docente di missiologia alla Pontificia università urbaniana; Lorenzo Semplici che insegna etica e finanza alla Pontificia università salesiana. Ha portato la sua testimonianza anche Marco Bartoletti, imprenditore che applica l’economia civile.

Il prof. Zamagni, ma tutti gli interventi hanno condiviso e integrato questo assunto, ha ribadito che l’attuale sistema socio-economico è insostenibile e ha individuato tre forme principali di insostenibilità. Ecologica: non si governano i problemi dell’inquinamento dell’ambiente e le ricadute sul clima perché si continua a considerare l’ambiente un bene pubblico (cioè delegato allo stato) invece che un bene comune che riguarda ciascuno di noi. Sociale: il modello di crescita imperante, per continuare a imporsi, esige un aumento strutturale delle disuguaglianze (1% della popolazione mondiale possiede il 50% delle ricchezze) e disarticola ogni coesione sociale. Economica: il sistema tende al monopolio, nei mercati c’è sempre meno concorrenza, la finanza detta lo spartito alla politica e indebolisce le istituzioni democratiche.

Reciprocità e bene comune

Per uscirne, non sono praticabili né un percorso rivoluzionario (tramontato, secondo Zamagni, con la fine dell’Unione Sovietica nel 1989) né la via riformista (che mette una pezza ai danni del sistema ma rimane nel sistema). Ci si deve invece avviare sul sentiero della trasformazione, come suggerisce papa Francesco.

Significa cambiare paradigma, puntando a modificare l’impianto antropologico, oggi incentrato sull’homo hominis lupus, per farlo diventare homo hominis natura amicus come afferma la dottrina sociale della Chiesa imperniata sulla relazione (e qui serve un intervento forte sulla scuola e l’università); cambiando il fine dell’agire economico, oggi coincidente con la crescita del Pil, e indirizzandolo al bene comune e alle redistribuzione del reddito (vanno tassate le rendite improduttive.

Non è una forma di esproprio ma un incentivo a mettere a profitto ciò che è fermo); indicando un nuovo modello di organizzazione sociale dove a fianco dello stato (che esercita legalità e coercizione) e del mercato (che persegue l’efficienza e lo scambio di equivalenti di valore), ci sia la comunità che non è un aspetto “privato” ma società civile organizzata e coesa sui principi di reciprocità, cioè di fraternità (necessario per questo in mutamento del modello organizzativo, anche nella Chiesa, in modo che il potere non sia gerarchizzato, come oggi, ma diffuso orizzontalmente: olocrazia).

Nel corso del laboratorio non sono certo mancati gli stimoli e nemmeno le domande su come tradurli nella pratica quotidiana missionaria dopo averli opportunamente sedimentati e confrontati con le esperienze concrete che ci sono anche in Italia. Spiega Fernando Zolli, superiore della comunità comboniana di Firenze e coordinatore del Gert: «Il laboratorio è un punto di partenza che apre la via ad altre occasioni di approfondimento e di confronto.

I comboniani sono chiamati innanzitutto a arricchire la propria formazione su questi temi, a valutare qual è il loro ruolo nella trasformazione dei territori dove operano e anche a ricalibrare gli stili di vita sia a livello personale che comunitario. La nostra presenza missionaria deve continuare a mantenere viva la speranza del cambiamento di paradigma; cambiamento che permetta vita in abbondanza a tutti i poveri del mondo».
[Raffaello Zordan – Nigrizia]