di Mostafa El Ayoubi —

La crisi in Venezuela si intreccia per diversi aspetti con quella che il Medio Oriente/Golfo Persico vive ormai da decenni. Queste due realtà sono sempre state al centro dei calcoli geopolitici/economici delle potenze coloniali, gli Usa in primis: insieme dispongono di quasi la metà delle riserve mondiali di petrolio; il Venezuela il 24%, l’Arabia Saudita il 20%.

L’ingerenza diplomatica e militare degli Usa (e dei loro alleati europei) in Iraq, Libia e Siria, camuffata dal pretesto di portare la democrazia, aveva lo scopo di egemonizzare questi paesi. Laddove l’opzione militare non era praticabile, è stata utilizzata l’arma mortale delle sanzioni, come nel caso dell’Iran, sotto embargo dal 1979 dopo la caduta dello Scià. La vittima principale di questo strumento di ricatto è il popolo, esposto alla fame e alle malattie.

Ed è proprio quello che sta succedendo oggi in Venezuela. L’arrivo al potere di Hugo Chavez nel 1999 portò alla fine dell’egemonia degli Usa; da allora scattarono varie forme di embargo, con lo spudorato pretesto che a Caracas si fosse instaurato un regime dittatoriale che minacciava la sicurezza degli Usa.

Nel 1955 il presidente americano Eisenhower conferì la medaglia della legione al merito al suo omologo venezuelano, il generale Marcos Jiménez, un tiranno. In realtà non si tratta di una questione di democrazia, ma del fatto che il regime attuale non è addomesticato dagli Stati Uniti.

Il Venezuela vive senza dubbio una grave crisi umanitaria. I grandi media, schierati con Washington, la attribuiscono al governo di Maduro. Ma la principale causa sono le sanzioni che mirano a isolare il paese, impedendogli di commercializzare petrolio e oro, e quindi di garantire cibo e medicinali ai venezuelani. Washington impedisce alle banche e alle aziende Usa di fare transazioni commerciali con il Venezuela. E inoltre ha ordinato il congelamento dei fondi sovrani e delle riserve venezuelane in oro custodite nelle Banche occidentali (Londra rifiuta di restituire a Caracas 31 tonnellate d’oro).

Tutto ciò per minare dall’interno la stabilità economica, sociale e quindi politica del Venezuela, per assoggettarlo. Poco importa chi paga il prezzo più alto. In seguito alla prima guerra in Iraq del 1990 morirono 500mila bambini per mancanza di cure a causa dell’embargo.

L’allora segretario di stato americano, Albrigth, lo definì un effetto collaterale, perché bisognava a tutti i costi impedire a Saddam di commercializzare il petrolio e indebolire così il paese. Lo stesso scenario di oggi. Nel 2017 la Citybank (Usa) ha impedito il trasferimento di denaro destinato all’acquisto di insulina, mettendo così in pericolo 450mila diabetici venezuelani. Alla fine, sono stati i cinesi a fornire il farmaco.

È tuttavia poco probabile che gli Usa riescano a riconquistare il paese bolivariano, come hanno fatto con il Brasile e l’Argentina. La loro mobilitazione contro Caracas sembra una fuga in avanti dopo il fallimento del loro progetto coloniale in Siria. Una débâcle che ha consentito a Russia e Cina di accrescere il proprio peso sulla scena internazionale. E ora giocano nel “cortile” degli Usa. La Cina è il primo creditore del Venezuela. Stiamo assistendo al declino dell’impero americano?