Con questa Domenica (seconda dopo Pasqua) inizia il Tempo Pasquale, che si concluderà con la festa della Pentecoste (il 24 maggio 2026), cinquanta giorni dopo. E' un periodo di sette settimane, durante il quale siamo invitati ad assaporare quanto abbiamo celebrato durante la Settimana Santa.

Questa Domenica si chiama anche “Dominica in albis” e cioè Domenica durante la quale si deponevano le vesti bianche, indossate dai catecumeni, la notte di Pasqua, durante il loro battesimo. I neofiti (= nuovi battezzati) erano ora invitati a sperimentare, dopo il Battesimo, la vita dei Cristiani con la ricezione dei Sacramenti e la partecipazione all'Eucaristia per intero. Infatti, fin che erano catecumeni, non potevano stare con i battezzati per tutta la Messa. Dopo l'omelia appunto, venivano allontanati. Da cui l'espressione: “Ite, Missa est” (= andate, ora c'è la Messa). Così ci spiega sant'Agostino (354-430). Ora l'espressione “Ite, Missa est”, dopo la riforma del Concilio Vaticano II (1962-1965) indica piuttosto: “Andate ad annunciare il Vangelo, con la vostra vita”.

In questa Domenica, per volontà di Papa Giovanni Paolo II, a partire dal 20 aprile 2000, si parla anche di “Domenica della Divina Misericordia”, secondo i desideri della Suora polacca, santa Faustina Kowalska (1905-1938). Ma per noi il fondamento della misericordia di Dio, ci viene manifestato da Gesù, con le celebri tre parabole che troviamo nel Vangelo di Luca: la pecora perduta, la moneta perduta, il padre misericordioso (Luca 15, 1-32).

I Padri della Chiesa chiamavano, la settimana successiva alla Settimana Santa, la “Settimana della Mistagogia”, cioè il tempo dell'esperienza graduale di tutto ciò che si è vissuto durante il Triduo Pasquale.

Il Vangelo di oggi ha uno scopo preciso: quello di farci capire che ora siamo invitati a credere in Gesù, appoggiandoci alla testimonianza degli Apostoli. Infatti Gesù ha detto a Tommaso: “Perché mi hai visto, hai creduto: beati quelli che non videro e credettero” (Giovanni 20, 29). La Chiesa infatti, secondo il testo del Credo che recitiamo ogni Domenica, è “apostolica”, cioè basata sulla testimonianza degli Apostoli che, come dice san Giovanni, sono i veri testimoni: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della Vita...noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo” (1 Giovanni 1, 1-3). Dice il Vangelo di oggi che la sera di Pasqua l'apostolo Tommaso non era con gli altri. Forse aveva più coraggio e non temeva le minacce delle autorità che volevano condannare a morte Gesù. Quando il Maestro decise di tornare a Gerusalemme per vedere il suo amico Lazzaro già nella tomba, nonostante gli avvertimenti cattivi dei capi dei sacerdoti del Tempio, egli esclamò: “Andiamo anche noi a morire con Lui!” (Giovanni 11, 16). Tommaso quindi era un uomo coraggioso.

Tornato Tommaso, gli altri gli dicono: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli esclamò: “Se non vedo nelle sue mani l'impronta dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo fianco, non crederò affatto!” (Giovanni 20, 25). Sembra che sia messa in risalto l'incredulità di Tommaso. Anche il celebre quadro del Caravaggio (1571-1610), che si trova attualmente a Potsdam in Germania, sembra sostenere questa interpretazione. Ma non è così. Tommaso voleva dire solamente: “Fosse vero! Magari!”.

Otto giorni dopo Gesù si manifesta di nuovo agli Apostoli e Tommaso era con loro. Otto nella Bibbia significa sempre il Messia. In questo modo si vuole farci capire che Gesù è il Messia. La cadenza settimanale con la Domenica (di otto giorni in otto) ci aiuta ad approfondire la nostra fede nel Cristo, cioè nel Messia. La Domenica, secondo il Concilio Vaticano II (1962-1965), è definita appunto “La Pasqua della settimana”.

Il Signore dice: “Pace a voi!” (Giovanni 20, 26). Anche la sera del giorno di Pasqua, Gesù si rivolge agli Apostoli con questo saluto. In ebraico Pace si dice Shalom. Non è semplicemente il saluto abituale, come da noi oggi: Buongiorno oppure Ciao. Shalom indica la pienezza di ogni benedizione messianica. Gesù ci ottiene appunto questi beni messianici con la “Pasqua”, che è la vittoria sul peccato e sulla morte. Possiamo allora vivere oggi in pace, senza guerre, senza armi, senza violenza, senza sopraffazioni... Se però ci consideriamo tutti come figli e figlie di Dio, che è Padre di tutti, come Gesù ce lo ha insegnato.

Ogni volta che celebriamo l'Eucaristia, facciamo memoria di Gesù, Agnello pasquale, che, donando la sua vita, ci manifesta il suo amore e ci dona il suo Spirito. Solo così possiamo vivere in una società senza armi e nella vera pace.

Dopo il saluto agli Apostoli, Gesù si rivolge a Tommaso e gli dice: “”Metti qui il tuo dito e vedi le mie mani; e continua a portare la tua mano e gettala nel mio fianco. E non continuare a diventare incredulo, ma credente!” (Giovanni 20, 27). Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” (Giovanni 20, 28). E' la più alta espressione di fede in Gesù come Cristo e come Figlio di Dio di tutti i Vangeli. E' a questo passo che i Vangeli vogliono condurci!

Tommaso è chiamato Didimo, che significa gemello, in greco. Ma Gemello di chi? Due interpretazioni sono possibili. Tommaso è gemello di Gesù, perché è disposto a dare la vita come Lui (Giovanni 11, 16). Oppure può essere gemello di ognuno di noi, perché ognuno di noi, partecipando all'Eucaristia, scopriamo e vogliamo essere come Tommaso, disposti a donare la nostra vita per il servizio degli altri. Cioè mettendo in pratica il comandamento della carità., l'unico che il Signore ci ha dato (Giovanni 13, 34-35).

Tonino Falaguasta Nyabenda

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