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lug 24

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Ricordo di P. Ezechiele Ramin

Il 24 luglio 1985, 27 anni fa, veniva ucciso, in Brasile, a soli 32 anni, P. Ezechiele Ramin, comboniano di Padova. Fu chiamato dal papa Giovanni Paolo II “martire della carità”.

Così è stato ricordato, nell’anniversario della morte, dal confratello P. Vittorio Farronato.

Martire della carità, Memoria 24 Luglio

Oggi facciamo memoria pasquale del nostro fratello Lele, missionario del Vangelo e martire della Carità. Lo facciamo dentro la celebrazione eucaristica, quando annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua resurrezione, attendiamo la sua venuta; e tutto sarà compiuto, quando Lui consegnerà il Regno al Padre.

Del nostro fratello Lele, a noi così familiare, guarderemo due aspetti, per leggere in filigrana ciò che il Signore ha compiuto in lui e sta compiendo nella sua chiesa: Lele; partecipe del mistero pasquale del Signore. Lele, martire della Carità. Raccontando di lui vogliamo riconoscere noi stessi e la storia della salvezza nel suo svolgersi.

La Pasqua è la vittoria della Vita, compimento di un cammino che passa attraverso il Getsemani e il Golgota. I discepoli volevano arrivarci senza quelle tappe, davanti alle quali sono fuggiti. Amavano il versante della luce e si sono dispersi nell’ora delle tenebre. In Lele riconosciamo noi stessi e i nostri entusiasmi; riconosciamo il Signore che ha vinto le sue e le nostre paure. Il Signore ha unito la sua storia alla nostra.

Lele giovane appare illuminato dalla luce del mattino. Ragazzo circondato da amici e brillante negli studi, carattere aperto e chitarra in mano, animo sensibile e dotato per il disegno, la vita è stata generosa con lui. Dagli affetti di famiglia passa alle amicizie dei coetanei, e l’impeto dell’anima lo spalanca agli estremi confini, alle situazioni estreme della vita. I bambini nascono per essere felici, ma tante persone sono come virgulti cresciuti in terra arida, abituate al soffrire senza aver meritato di soffrire. “Non abbiamo il diritto di essere felici da soli”, diceva Raoul Follereau. E il maestro che annuncia il Regno dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi”. Per essere affaticati basta la vita, per essere oppressi ci vogliono gli uomini e le loro strutture di peccato.

Per Lele diventa ormai un bisogno dell’anima farsi missionario, e accoglie come grazia la destinazione in Brasile. Il suo non è un cammino col vento in poppa: c’è un sempre rinnovato combattimento spirituale, a ogni scelta corrisponde una perdita sul versante del mondo; non c’è discepolo privilegiato che porti solo la chitarra lasciando al maestro la croce. Il Signore è vittorioso in chi lo lascia vincere, e nessuno può arrivare alla grazia del martirio senza duro e umile allenamento.

Il Regno annunciato dal Signore domanda lotta. Nei giorni di Lele il maligno, che Gesù chiama “bugiardo e assassino”, camuffa il suo potere sotto leggi economiche presentate come meccanicistiche, necessarie all’ordine mondiale, formulate dall’occidente cristiano in lotta con l’ateismo. Lele comprende che questa lotta è impari, sproporzionata. Chi è saggio fa come il giunco che si piega all’onda di piena. Lele sente il rumore sordo dell’uragano che si avvicina; anche Gesù al Getsemani conosce paura e angoscia. Ma Gesù si è alzato ed è andato incontro a Giuda. Il discepolo non solo pone i suoi passi sulle orme del maestro: sa che il maestro vive in lui; e rivive in lui l’amore, e l’angoscia, e la vittoria. “La mia vita non è mia, è Cristo che vive in me”. Cristo, il figlio dell’uomo, il fratello universale: nella sua passione è presente la passione dell’umanità, ma nel suo volto vediamo la nostra identità e il nostro futuro. Chi ci separerà?

Lele sentiva la sua vita come seme. Ha vissuto una breve stagione; arriva estate di mietitura. “Fratello, come ti appartiene la mia vita, così ti appartiene la mia morte”. Gesù ha consegnato se stesso, non è finito in croce perché gli è andata male. La vita di padre Lele si fa eucaristia. Anche lui ha amato i suoi fino alla fine. È giunta l’ora, può versare il sangue come già tanti fratelli e sorelle, spesso laici, hanno fatto. Il sangue dei suoi fratelli è rosso come il suo, come il sangue del Signore. Ma è sangue di Alleanza e di perdono, affinché tutti abbiano vita e vita in abbondanza.

Il secondo aspetto che consideriamo sono le parole del papa: “Lele è martire della Carità”. Parole rare e preziose. Troppe volte il martirio è riservato alla fede; fede riconosciuta nelle parole di una verità formulata in frasi proclamate. Non basta mettere in fila come perline le parole giuste della dottrina. L’eresia, spesso, non è nelle parole sbagliate ma nelle parole taciute. Il lato d’ombra di una verità incompiuta ci situa nell’eresia. Noi siamo popolo di profeti, testimoni nel mondo del sogno di Dio per i suoi figli. L’eresia spesso non sta nelle parole sbagliate, ma nelle scelte mancate, quando il linguaggio della Giustiza e della Pace si fa prudente, resta intrappolato in un lungo discorso senza emergere dirompente e profetico. Lele è martire della Carità, una Carità in lotta con le strutture di peccato. Ieri Lele ha trovato il suo Brasile, oggi il mondo è confrontato con astuzie e prepotenze dove il maligno resta “bugiardo e omicida”. Gli apostoli al sinedrio avevano detto: “Noi non possiamo tacere”. La profezia è sorella del martirio. Paolo rifiutava la saggezza dei prudenti e sceglieva la stoltezza della croce. Gesù dice: “La mia chiesa”; nelle sue parole ascoltiamo affetto, gelosia. Amiamo la chiesa, sposa del Signore. Amiamo la chiesa, nostra madre, nostra famiglia. Ma la chiesa non è parente di colui che, abituato a passeggiare in lunghe vesti, sulla strada di Gerico passa dall’altra parte, scansando chi è bastonato e derubato, credendo che suo compito è il culto. Oggi con Lele abbiamo capito e accettato di essere popolo eucaristico, popolo di profeti.

 

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